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Metamorfosi del divino

Nell’antichità e nella sua forma aggettivale, il termine “divino” connota l’intero sistema dell’“Essere”, così come in Parmenide, inconoscibile dal punto di vista “umano”. Così che il significato originale di “divino” può essere tradotto anche con termini quali indefinito, illimitato, ignoto, misterico. E quindi nulla a che fare con il significato viceversa trasfuso nel termine poi in uso per contraddistinguere e contrassegnare ciò che appartenga a una “divinità” o, in rapporto al termine generico di “ente” (ciò che è), “ente supremo”.

A tale proposito, in fine del discorso sulla “verità” e in principio del discorso sull’“opinione”, Parmende, secondo la traduzione di Giovanni Cerri (1999), scrive:

 

Posero duplice forma a dar nome alle loro impressioni:

d’una non c’era bisogno, in questo si sono ingannati,

l’una dall’altra figura distinsero e posero segni

opposti fra loro, di qua il fuoco etereo vampante,

utile, assai rarefatto, leggero, in sé del tutto omogeneo,

altro rispetto all’altro; anch’esso però in se stesso

notte cieca al contrario, forma densa e pesante.

(Fr. 7/8, vv. 58-64).

 

Nel dettaglio di uno dei brani del Poema più discusso e dibattuto, oltre l’analisi la traduzione e il commento di Cerri, propongo alla disamina alcuni personali distinguo, e cioè: I) al v. 63, il termine “altro” (rispetto all’altro=?) si riferisce a segno II) l’espressione “anch’esso” si riferisce al fuoco etereo III) l’espressione “forma densa e pesante” si riferisce al termine figura, ed esattamente al termine dell’altra figura contrapposta al fuoco etereo e quindi, nella dinamica dei principi della fisica parmenidea, alla “terra”. L’opposizione fuoco “etereo”/terra “densa e pesante” in qualche modo corrisponde all’opposizione che, immediatamente nella seconda parte del discorso del Poema relativo alle “opinioni” degli uomini, Parmenide pone nella duplice forma di “luce” e “tenebra” (Fr. 9).

 

In argomento, e con riferimento alle prevalenti teorie fisiche dell’epoca, il filosofo Nicola Abbagnano annota: “Circa la formazione del mondo, i Pitagorici (n.d.r.: dai cui principi di fisica lo stesso Parmenide pare abbia tratto ispirazione) ritengono che al cuore dell’universo ci sia un fuoco centrale (n.d.r.: figura che nella nostra Galassia è facilmente assimilabile a quella del Sole e che, invece, nell’ambito dell’universo tutto intero può essere assimilata a quella senz’altro moderna del Big Bang), che chiamano la madre degli dei, perché da esso proviene la formazione dei corpi celesti (n.d.r.: o “astri” della più antica mitologia o scienza: cfr. Giorgio de Santillana e la teoria della Precessione degli equinozi); o anche Hestia, il focolare o altare dell’universo, la cittadella o il trono di Zeus, perché è il centro da cui emana la forza che conserva il mondo”.

 

Breve intermezzo: si noti che i termini (del discorso) qui in uso non sono più quelli originari, che in qualche modo facevano riferimento al percorso dei suddetti astri (cfr. Plutarco in La fine degli oracoli), sono già cambiati e resi in qualche modo conformi al tempo allora piuttosto presente: focolare, altare, cittadella, trono. Come a breve meglio s’intende, essi hanno a che fare con un diverso “ordine”, vocato a reggere l’intero sistema e mediante corrispettivi segni, “politico-religioso”.

 

Nell’immediato prosieguo del brano di Abbagnano, si legge ancora: “Da questo fuoco centrale sono attratte le parti più vicine dell’illimitato (n.d.r.: così che, è impossibile non leggere nel termine un più che esplicito ed evidente riferimento alla figura dell’apeiron di Anassimandro) che lo circonda (spazio e materia infinita), parti che da questa attrazione vengono limitate, e quindi plasmate all’ordine. Questo processo ripetuto più volte conduce alla formazione dell’intero universo, col quale perciò, come Aristotele riferisce (Met., XII, 7, 1072b, 28), la perfezione non è al principio, ma al termine”.

 

Al seguito di Aristotele ha dunque termine anche il processo morfologico avviato dalla filosofia greca di antropomorfizzazione dell’essere e culminato nella metamorfosi del divino di cui qui è cenno. All’ordine “naturale” del divino - che precede il fatto che pongano duplice forma a dar nome alle loro impressioni - gli uomini arbitrariamente decidono d’imporre un loro ordine politico(-religioso), avvalendosi dell’argomentazione di Platone (cfr. Il politico) - così come sviluppata e completata nel linguaggio delle forme e dei segni da Aristotele - secondo cui sarebbe assurdo che l’uomo, in qualità di “ente”, condivida con gli altri “animali” e le altre “cose” - anch’essi in qualità di “enti” - un “destino” comune.

 

Ma, si potrebbe concludere che sia la Natura che Parmenide non sono di quest’avviso:

 

nulla esiste o sarà

altro al di fuori dell’“Essere”, ché l’ha legato il Destino

ad essere un tutto immobile

(Fr. 7/8, vv. 41-43).

 

Da un lato, il “divino” e l’“intero” (e ogni sua singola “parte”; cfr. Democrito); dall’altro, l’“umano” e le “parti”. Così che, il divino da “notte cieca” divenne “fuoco eterno vampante” (dell’anima).




Aggiunto il 04/09/2018 15:48 da Angelo Giubileo

Disciplina: Filosofia della storia

Autore: Angelo Giubileo



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