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Il nome della rosa e il linguaggio dell’essere

Umberto Eco nasce nel 1932 (quando è nato mio padre) e diviene personaggio e in particolare romanziere famosissimo dopo il successo internazionale della sua opera dal titolo Il nome della rosa, edita per la prima volta nel 1980. Il romanzo, tradotto in più di 40 lingue, ha infatti venduto oltre 50 milioni di copie. All’epoca, il curriculum dell’autore era già vastissimo e degno di onori: intellettuale, profondo conoscitore ed apprezzato saggista di semioticaestetica medievalelinguistica e filosofia; e tuttavia è Il nome della rosa l’opera sua con la quale un’intera generazione, attraverso lo sviluppo dell’adolescenza di ognuno, è e sarà costretta a fare i propri conti.  Questa generazione è per l’appunto la mia stessa, che nel 1980 avevo l’età di 15 anni.

L’opera, a detta dello stesso autore, non fu tuttavia in gran parte compresa neanche dagli adulti di allora; al punto che Eco decise di pubblicare un testo dal titolo Postille a “Il nome della rosa”, apparso per la prima volta sul n. 49 della rivista Alfabeta nel giugno 1983. Dopo circa tre anni dall’uscita del romanzo, si tratta di una sorta di lunghissima nota esplicativa dell’autore, circa 40 pagine, che intendeva fornire ai critici e ai lettori “interpretazioni della propria opera”. E così è evidente che, se non ci fosse stata questa esigenza, l’opera non avrebbe potuto rappresentare un’intera generazione che si stava per l’appunto formando e sviluppando, quindi ancora ignara degli eventi futuri che l’avrebbero poi storicamente caratterizzata. Di guisa che è lo stesso autore a concludere le sue note esplicative dichiarando che la sua è un’opera di “avanguardia storica”.

Egli precisa anche che intende l’<avanguardia> “come categoria metastorica”. Allo stesso modo di come egli stesso intende l’allora nuova arte <post-moderna>: “credo che il post-moderno non sia una tendenza circoscrivibile cronologicamente, ma una categoria spirituale, o meglio un Kunstwollwn, un modo di operare. Potremmo dire che ogni epoca ha il proprio post-moderno (…)”. E quindi, filosoficamente, nient’affatto una narrazione riguardo all’<essere-che-è>, quanto invece un modo di agire od operare nell’<essere-che-è>.

L’essere-che-è e cioè il dato, ciò che, il τὸ χρεὼν originario e iniziale di Anassimandro dal quale occorre potenzialmente e necessariamente far seguire ogni indagine, come per l’appunto accade a Guglielmo una volta giunto nei pressi dell’abbazia. Se l’indagine riguardasse il <tempo>, non ci sarebbe dubbio alcuno sul fatto che - evidenzia Eco: “Il passato ci condiziona, ci sta addosso, ci ricatta. L’avanguardia storica (…) cerca di regolare i conti con il passato. <Abbasso il chiaro di luna>, motto futurista, è un programma tipico di ogni avanguardia, basta mettere qualcosa di appropriato al posto del chiaro di luna”. Anche se, prosegue l’autore: “arriva il momento che l’avanguardia (il moderno) non può più andare oltre, perché ha ormai prodotto un metalinguaggio che parla dei suoi impossibili testi (l’arte concettuale). La risposta post-moderna al moderno consiste nel riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto, perché la sua distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente”.

Ma, giunti a tal punto, la maggior parte degli adolescenti miei contemporanei ha preferito fare strame delle parole di siffatto oracolo, sostenendo invece la possibilità di un nuovo metalinguaggio (politically correct), e in definitiva una nuova metanarrazione, capace di cancellare il passato (cancel culture) e oltrepassare <il silenzio>.

Sia pure si tratti di questione che - attualmente, in base alle indagini - sembra risalire a un’epoca non inferiore a 75.000 anni fa (cfr. C. Fritz, L’arte della Preistoria, 2022), la questione del linguaggio <umano> suscita ancora un amplissimo dibattito; dibattito al quale lo stesso Eco ha voluto e saputo comunemente dare un’impronta importante, anche se evidentemente non correttamente interpretata da troppi dei suoi stessi lettori che si sono detti anche suoi stessi seguaci.

Eppure, rileggendo attentamente le Postille, l’intera questione suddetta somiglia moltissimo alla frequentazione e alla possibile uscita da un labirinto. Ma a siffatta immagine simbolica è opportuno arrivarci per temi e argomenti, attraverso le parole, così come fa l’autore.

E allora, egli inizia con il dire che: “Abelardo usava l’esempio dell’enunciato nulla rosa est per mostrare come il linguaggio potesse parlare sia delle cose scomparse che di quelle inesistenti”. In fondo, delle cose scomparse abbiamo già detto. Non invece delle cose inesistenti. Sul punto, Eco ci offre due diverse chiavi di scrittura e quindi di lettura, premettendo che “ciò che gli scrittori hanno sempre saputo (è che): i libri parlano sempre di altri libri e ogni storia racconta una storia già raccontata. Lo sapeva Omero, lo sapeva Ariosto, per non dire di Rabelais o di Cervantes”.

Le due chiavi o forme di scrittura sono la prosa, e quindi anche il romanzo, e la poesia. Ricordando noi ai lettori di questo articolo che il libro ritrovato da cui parte la storia del romanzo di Eco è o sarebbe la Poetica di Aristotele - l’autore dice di avere scoperto che “un romanzo non ha nulla a che fare, in prima istanza con le parole. Scrivere un romanzo è una faccenda cosmologica, come quella raccontata dal Genesi (…) Il problema è costruire il mondo, le parole verranno quasi da sole. Rem tene, verba sequentur. Il contrario di quanto, credo, avviene con la poesia: verba tene, res sequentur”.

Secondo l’autore, il linguaggio della prosa presupporrebbe dunque la costruzione o strutturazione di una narrazione - potremmo dire vera o falsa che sia, ma dovremmo piuttosto dire presupposta, predata, ideale, non reale e quindi falsa; al contrario del linguaggio della poesia, laddove sarebbero invece le parole a dare fondamento alla costruzione o strutturazione della narrazione.

Con quali risultati?

Nella specie dell’arte poetica, Eco dice che definirebbe “l’effetto poetico come la capacità, che un testo esibisce, di generare letture sempre diverse, senza consumarsi mai del tutto”. Sul piano filosofico, lo definiremmo heideggerianamente come l’effetto di far dimorare il lettore nella radura e di aprirlo al disvelamento dell’essere-che-(esso solo): <è>. Così che, aveva già detto Parmenide: l’essere è e non è possibile che non sia, il non essere non è e non è possibile che sia.

Nella specie della prosa, e con riferimento all’io narrante di Il nome della rosa, Eco dice invece che: “Adso è stato molto importante per me. Sin dall’inizio volevo raccontare tutta la storia (coi suoi misteri, i suoi eventi politici e teologici, le sue ambiguità) con la voce di qualcuno che passa attraverso gli avvenimenti, li registra tutti con la fedeltà fotografica di un adolescente, ma non li capisce (e non li capirà a fondo neppure da vecchio, tanto che poi sceglie una fuga nel nulla divino che non era quella che gli aveva insegnato il suo maestro). Far capire tutto attraverso le parole di qualcuno che non capisce nulla”. Due sono qui le immagini o rappresentazioni che trovano risalto e compimento: il <nulla divino> e <le parole di qualcuno che non capisce nulla>. Sono immagini che descrivono entrambe uno stesso modo di agire o di operare o più esattamente di essere, e nel contempo entrambe dicono la stessa cosa e cioè: nulla.

Tra l’arte della poesia e quella della prosa sembra dunque esserci la stessa differenza che, in filosofia, si direbbe tra l’<essere> di Parmenide o l’<esser-ci> di Heidegger e il <nulla> di Nietzsche. Agli inizi degli anni Ottanta, molti degli adolescenti di allora e degli adulti di ieri hanno preferito la prosa alla poesia, così come oggi preferiscono ignorare o cancellare del tutto il passato, adoperandosi al fine di costruire e strutturare non nuovi mondi ma addirittura mondi nuovi, virtuali e artificiali.

Ah, dimenticavo la questione del labirinto. Dice Eco che “ci sono tre tipi di labirinto. Uno è quello greco (…) Poi c’è il labirinto manieristico (…) Infine c’è la rete, quella che Deleuze e Guattari chiamano rizoma (…) Il labirinto della mia biblioteca è ancora un labirinto manieristico, ma il mondo in cui Guglielmo si accorge di vivere è già strutturato a rizoma: ovvero, è strutturabile, ma mai definitivamente strutturato”. Il labirinto manieristico ha invece sempre una via d’uscita e una sola e cioè: un modo di essere che non dice cosa l’essere sia.




Aggiunto il 06/02/2023 19:37 da Angelo Giubileo

Argomento: Storia della Filosofia

Autore: Angelo Giubileo



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