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IL PARADIGMA INATTUALE, RIFLESSIONI SUL CRISTIANESIMO IN EPOCA POSTUMANA.

 

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Pane, benessere e immortalità. Questa è la linea su cui si è sempre mosso l’uomo, le tre cose veramente importanti nella sua vita. Probabilmente lo sono nella vita di ogni essere vivente su questo pianeta, tranne forse l’ultimo segmento, l’immortalità, se è vero, se si parte dal presupposto (probabile), che l’uomo sia l’unica creatura terrestre che ha coscienza della propria esistenza, o meglio, che sa che deve morire. Tutta la ricerca scientifica, tutte le ipotesi religiose, tutte le filosofie, anche quelle più spirituali o che demonizzano il corpo a favore di un'anima o di uno spirito, fondamentalmente mirano a questi scopi: principalmente, evitare il dolore, fisico o psichico che sia, e la morte e, se possibile, eliminarli, raggiungendo una “immortalità” su questa Terra o in un altro mondo su cui si scommette.

 Il tema sembra scontato e anche un poco noioso, ma ha implicazioni serie e problematiche per chi, come il sottoscritto, bene o male, volente o nolente, si pone degli interrogativi intorno al mondo e alla propria spiritualità. Non c’è nessun timore a usare questa parola, né a esprimere e manifestare che il dubbio sulla propria fede religiosa, qualunque essa sia, e, nel caso particolare, quella cristiana, è alla base della fede stessa. Sembra in effetti che il cristianesimo sia diventata una religione e un modo di essere inconciliabili con il mondo presente, anche se sarebbe bene considerare la differenza che esiste tra il cristianesimo e la Chiesa intesa come entità costituita, strutturata, luogo in cui si coltiva la vita spirituale dell’uomo e, soprattutto, almeno fino a poco tempo fa, si amministra il potere, spirituale e temporale.

 Chiesa e cristianesimo nella nostra società sembrano due entità indivisibili, ma così non appare a un’attenta analisi. Lungi dal voler affermare che si possa trattare di un “Cristianesimo senza religione”, un po’ come lo intendeva Bonhoeffer, nonostante l’alto valore della sua opera, sia epistolare che saggistica, o come lo ipotizzano alcuni studiosi negli ultimi tempi, a meno di ridurlo a una filosofia privandolo della connotazione di fede, è piuttosto evidente che la lettura che la Chiesa, in particolare Cattolica, ha dato di questa religione e delle sue Scritture è piuttosto discutibile, pur reggendosi su di una tradizione millenaria, operazioni di revisione a parte, di adeguamento ai tempi, diciamo, il che mette in mostra già come la lotta al relativismo, almeno da questo punto di vista, sia un cavallo zoppo che la Chiesa cavalca, poiché adattare la Scrittura, cioè nella loro ottica “la parola di Dio” ai tempi e al variare della sensibilità delle popolazioni, equivale un poco a dire che Dio non è stato esatto, assoluto e che il suo pensiero non è unico.

 Come si legge, si sente, si percepisce, perfino si capisce o comprende il cristianesimo oggi? Cos’è per l’uomo comune? Soprattutto per coloro che sono nati a partire dalla seconda metà del secolo scorso? Difficile dirlo e senza dubbio l’ottica è completamente differente da quella delle precedenti generazioni. Forse, anzi con una certa sicurezza, si potrebbe avanzare l’ipotesi (che si rivela reale) che neppure si pongano il problema, ma non come un tempo quando per i più non si presentava la questione in quanto si dava per scontata la certezza della religione, di Dio e della via da seguire, ma proprio per il fatto che non interessa e che non è avvertita come necessaria.

 Intanto sarebbe opportuno mettere in chiaro una questione: ogni riferimento o ragionamento su aspetti che non sono e non appartengono alla sfera del razionale non possono essere oggetto di indagine con mezzi razionali. In altre parole, ad esempio, mi sembra inutile perdersi in disquisizioni sull’esistenza o no di Dio. Sono argomenti che non trovano alcuna possibilità di soluzione, poiché competono a un ordine di idee e di ragionamenti che appartengono alla sfera irrazionale, ugualmente importante e fondamentale per l’uomo quanto quella razionale, ma diversa, e l’una non può trovare soluzione nell’altra. Importante e fondamentale non solo per il fatto che fanno entrambe parte della “natura” umana, diciamo così, ma anche perché molte scoperte e formulazioni che appartengono alla sfera razionale, ad esempio nelle teorie scientifiche e tecniche, hanno avuto origine da intuizioni, sensazioni che pongono le loro basi su ragionamenti e lampi che partono da elementi, fatti, irrazionali e apparentemente inspiegabili. La domanda, la curiosità che genera poi la teoria, non si bassa insomma su di un dato che coglie razionalmente l’intelletto, ma dallo spostamento, dal non sapersi spiegare il perché ciò che si ha davanti avviene. 

 Già lo aveva detto Einstein quando in un suo famoso e ancora valido libro divulgativo scritto assieme a Infeld dichiarava: “Nella costruzione delle teorie fisiche sono le idee fondamentali che contano. I libri di fisica sono pieni di complicate formule matematiche. Ma il pensiero e le idee e non le formule stanno all’origine di ogni teoria fisica. È soltanto in seguito che le idee devono prendere la veste matematica di una teoria quantitativa, ai fini del controllo sperimentale” (A. Einstein, L. Infeld, L'evoluzione della fisica). Ma anche una personalità come Plank aveva un metodo e una visione della scienza e del pensiero scientifico che si scosta da quella che è l’opinione ordinaria, almeno prevalente tra la gente comune, forse più che nel circoscritto mondo degli scienziati di professione. Si potrebbe considerare il fatto che in realtà non esiste un metodo logico e una ricostruzione logica di un eventuale processo per avere nuove idee, l’elemento irrazionale è sempre presente, forse si potrebbe parlare di “intuizione creativa” per parafrasare Bergson. Così lo stesso Einstein avanza il concetto che la ricerca di leggi universali della fisica capaci di donarci un’immagine del mondo che ci circonda è possibile grazie alla deduzione. Non c’è una strada segnata dalla logica che guidi queste leggi, ma sono possibili solo grazie l’intuizione che poggia su quel qualcosa che si potrebbe definire di identificazione con gli oggetti dell’esperienza. Tanto per intenderci e senza entrare in speculazioni che esulano da quanto interessa qui e porterebbero lontano, troppo lontano, dal punto di vista del senso comune è totalmente inutile domandarsi se “Dio esiste”, per riprendere il discorso precedente, poiché alla pretesa del “dimostrami la sua esistenza”, fa da contraltare “il dimostrami la sua inesistenza”, lasciando quindi il problema insoluto.

 Il credere o no in un sistema di idee irrazionali è più semplicemente una questione di fede, dove per fede, a scapito di tutte le interpretazioni che si sono date del termine, si intende il credere a prescindere da tutto e senza neppure sapere il perché, anzi con il rischio che il chiederselo possa di fatto annullare la fede stessa. Un po’ come il caso del mito che, una volta svelato, perde la sua efficacia e la sua funzione. Da un punto di vista strettamente religioso si potrebbe anche essere in linea con la definizione che ne dà Panikkar, per il quale la fede presuppone l’adesione di un individuo a un senso trascendente che ne fornisce la prospettiva e che non necessita di nessuna dimostrazione, è un dono al quale si deve rispondere con tutto il proprio essere, intelletto, volontà e emotività, affidandosi completamente a chi il dono ha offerto (Mito, Fede ed Ermeneutica - Il triplice velo della realtà). Un “dono” e su questo ci sarebbe già da discutere, poiché un dono è qualcosa di concesso e implica quindi la scelta da parte del donatore con la conseguenza che non tutti ne sono partecipi, il che contrasta, a mio avviso, con la visione cristiana. Ma a parte ciò in senso più generale si può affermare che la fede è un atto di fiducia totale o quasi, che si manifesta per motivi irrazionali o apparentemente irrazionali e non compete solo alla sfera del sacro. Ne può essere forse un esempio quanto accadde allorché, sempre Einstein, enunciando la teoria della relatività introdusse le onde gravitazionali, perturbazioni dello spaziotempo che si propagano alla velocità della luce, prodotte dal movimento accelerato di corpi dotati di massa. Lo stesso scienziato si dimostrò all’inizio scettico sulla loro esistenza, ma questo non gli impedì di inviare un articolo alla “Physical Rewiew” dal titolo Esistono le onde gravitazionali nel 1936. Articolo rimasto inedito in quanto bocciato dal comitato dei revisori, o da alcuni di essi, tra i quali Howard Percy Robertson, a cui sembrava un’ipotesi infondata. Tuttavia ci fu chi diede fede all’intuizione di Einstein e quasi cento anni dopo, grazie alla fiducia e riposta in lui e contro l’apparente indimostrabilità della teoria, si è giunti alla loro identificazione. Certo si potrebbe obiettare che in questo caso di tratta più di fiducia che di fede non implicando un piano trascendentale, ma il confine mi sembra davvero sottile.

 Detto ciò si può tornare al problema precedentemente posto, e cioè “Come si legge, si sente, si percepisce, perfino si capisce o comprende il cristianesimo oggi? Cos’è per l’uomo comune? Soprattutto per coloro che sono nati a partire dalla seconda metà del secolo scorso?”. Inutile negarlo, la religione è in crisi. Non è più capace di rappresentare il reale e il mondo che ci circonda, di interpretarlo forse e di fornire una dimensione divina, trascendente. Forse neppure la sventolata possibilità di una vita futura immortale è più utile per attirare e, soprattutto, rendere consapevoli le persone della validità del piano del sacro, in qualsiasi senso lo si voglia intendere. Certo da una parte c’è da considerare il fatto che come scriveva Splenger nel Tramonto dell’Occidente, ogni civiltà prima o poi arriva al capolinea, dopo aver passato tutta la sua evoluzione “biologica” dalla nascita, alla fanciullezza, fino alla vecchiaia e alla morte (è accaduto a quella Greca, Latina, quella Medioevale o Rinascimentale, per la dinastia Ming, Indo-Sarasvati, Maya) e pure l’idea che la civiltà occidentale sia uscita dalla sua fanciullezza e forse anche dall’adolescenza per diventare adulta e non avere più bisogno di un qualcosa, di un universo religioso o mitico o mitologico, che la tuteli come dei genitori premurosi, possono essere prese in esame e riconoscere loro una parte di effettiva coerenza. Ma più in generale cosa ha caratterizzato questo cambiamento di direzione? 

 Intanto salta subito agli occhi il fatto che la “crisi” della religione, ma si potrebbe anche dire della “spiritualità”, almeno certa spiritualità, è un fenomeno che al momento ha coinvolto in maniera particolare l’Occidente, la cultura occidentale. In questo processo senza dubbio ha avuto un ruolo dominante il percorso storico che lo ha caratterizzato negli ultimi duemila anni di storia culturale e sociale, con i suoi vari passaggi, dall’avvento del Cristianesimo, cioè non dalla comparsa di Cristo sulla Terra e nemmeno dai primi secoli in cui il suo esempio e pensiero si sono diffusi e affermati in maniera totalmente diversa da come lo concepiamo oggi, diciamo fino il IV secolo d.C.. Fissiamo pure una data: il 13 giugno 313, tutti, o quasi, la conoscono fin dai tempi delle elementari (o delle primarie se si preferisce), l’Editto di Costantino che, assieme a Licinio Imperatore dell’Impero d’Oriente, lo emise sancendo di fatto la libertà di culto, anche se sembra più una dichiarazione di tolleranza religiosa. Gli storici contemporanei in realtà non sono del tutto concordi nel considerarlo un vero e proprio Editto, in quanto i due imperatori si riunirono a Milano per imporre ai vari governatori delle provincie dell’Impero di mettere in piena attuazione quanto contenuto nel precedente Editto di Galerio del 311 che, di fatto, metteva fine alle persecuzioni religiose. Comunque oltre alla libertà di culto l’editto di Costantino imponeva la restituzione di tutti i beni e i luoghi, nonché i possedimenti precedentemente sequestrati ai cristiani. È un evento importante, poiché porrà le basi a tutto ciò che poi si svilupperà come predominio indiscusso della Chiesa di Roma. Infatti poco dopo, nel 380, Teodosio proclamò il cristianesimo l’unica religione ufficiale dell’Impero Romano, benché non fosse poi così uniformemente diffusa, si parla di un decimo della popolazione totale, e, via via, attraverso vari concili (Costantinopoli 381, Efeso 431, Calcedonia 451), il Cattolicesimo si rese religione assoluta e, soprattutto, obbligatoria. Da qui poi si sono sviluppate, si potrebbe avanzare l’ipotesi, tutte le varie interpretazione che grandi filosofi e teologi, compresi Agostino (grande difensore dell’ibrido costantiniano con tutte le conseguenze non solo teologiche, come il ritorno all’Antico Testamento, ma anche “terrene”, come l’accumulo delle ricchezze o la guerra per la difesa della religione), Scoto Eriugena, Anselmo d’Aosta e Abelardo  e Tommaso, diedero del Vangelo e delle parole di Gesù, stabilendo dogmi, sacramenti e modi di comportarsi, se non di “essere”, che, di fatto, nei Vangeli non ci sono, nonostante il fatto che già Paolo di Tarsio ci avesse messo le mani, avviando, a parere chi scrive, il processo verso la politicizzazione della religione, che arriverà all’investitura del Papa quale re temporale, Summus pontifex, praticamente un imperatore, con tra l’altro l'investitura divina, quasi un Dio egli stesso, e la conseguente infallibilità dei suoi giudizi, delle sue decisioni, interpretazioni e idee.

 Il “progresso” del pensiero umano ha continuato però a percorrere la propria strada in Occidente e il succedersi dei principali movimenti culturali ha fatto sì che si andasse, progressivamente, verso una secolarizzazione del mondo che ha messo via via in crisi i fondamenti del cristianesimo. L’Umanesimo e il Rinascimento, in particolare italiano, tra la fine del XIV e il XVI secolo con il passaggio da una visione del Mondo di tipo teocentrica a una più antropocentrica, l’Illuminismo del XVII e XVIII secolo, totalmente assente in altre culture seppur evolute, e poi le varie rivoluzioni industriali, sono state le tappe attraverso cui l’Occidente si è spinto sempre più verso una visione “scientifica” della realtà, subendo poi un’accelerazione vertiginosa soprattutto tra la fine del XIX secolo fino a oggi. Questa variazione di prospettiva culturale non ha investito solamente le sfere “alte” della popolazione, ma, seppur a volte lentamente, ha coinvolto tutti gli individui andandone a variare anche il concetto di “identità”, quasi, oggi come oggi, fondando un nuovo modo di pensare e pensarsi nel Mondo, quasi un salto di specie, quello che viene definito il “postumano”, argomento a cui ho accennato già in un altro studio (Inevitabile postumano).

 La Chiesa, la Chiesa Cattolica in particolare, si trovò depistata di fronte a tale trasformazione del pensiero e reagì in maniera conservatrice, rimanendo ferma nelle proprie posizioni a difendendosi a colpi di Inquisizione prima, e di avvertimenti e condanne poi, ma sarebbe ingiusto e scorretto non notare che passi per trovare dei punti di contatto con le nuove idee ci sono stati, soprattutto nel XX secolo e fino a oggi, e non mi riferisco in particolare al riconoscimento della validità delle teorie di Galileo o di Darwin, verso le quali sarebbe stato tra l’altro assurdo insistere e che comunque sono state accettate sempre con note che tendono a attenuarne la portata, ma, per esempio, con la riabilitazione del pensiero di personaggi come Pierre Teilhard de Chardin, il “gesuita proibito”, al quale per lungo tempo si negò l’imprimatur alla proprie opere, ma che già a partire da Papa Giovanni XXIII se ne considerò il pensiero e si cominciò a citarlo e apprezzarlo in maniera più approfondita, studiandone l’effettiva portata rivoluzionaria del pensiero.

 La Chiesa Cattolica ha manifestato spesso la propria insofferenza verso nuove idee e nuovi orizzonti ideologici, specie scientifici e tecnologici, soprattutto per il fatto che questi potevano, come in effetti per molti aspetti hanno fatto, mettere in crisi il suo primato in riguardo al concetto di vita e di gestione della vita, nonché di introdurre una visione essenzialmente relativistica, qualunque significato si voglia dare al termine, contrapposta a quella assolutistica, nel senso di una tensione verso l’assoluto, il primo, l’epistema come inizio del tutto, governatore e fine ultimo dell’uomo. Tuttavia non sarebbe pensabile che un organismo come la Chiesa, composto da uomini che comunque sia vivono il proprio tempo e fanno parte in fine di un sistema culturale di alto livello, potesse rimanere radicato su posizioni che la realtà stessa dimostra superate e che l’evidenza dei fatti, anche sperimentali, dimostra aver intrapreso una diversa strada. 

 Il problema non è sorto solamente negli ultimi secoli, ma ha sempre attraversato il pensiero cristiano, ponendosi all’inizio come il contrasto e il rapporto tra fede e ragione e per il quale, per lungo tempo, fece scuola e si impose quasi come una legge il motto agostinano credo ut intelligam, intelligo ut credam (credo per capire, capisco per credere), dove l’una, ragione e fede, necessitano l’una dell’altra, ma dove il fine ultimo rimane la conoscenza di Dio e la sottomissione al suo volere, con un atteggiamento comunque non del tutto tollerante verso le scienze “sperimentali”, adottando un termine non proprio adatto al tempo in questione, basti pensare alla condanna e alle persecuzioni nei confronti dell’alchimia, della magia e di tutto ciò che indagava nel mondo della natura, benché quelle pratiche fossero poi ampiamente praticate dagli stessi religiosi. Ma un’apertura, per quanto limitata, al problema c’è sempre stata. A partire poi dall’Illuminismo e con un’accelerazione vorticosa nel XIX e, soprattutto, nel XX secolo, il problema si è fatto più urgente, poiché se prima la religione era comunque il centro di tutta l’attività umana e del suo pensiero, con una attenuazione a partire dall’Umanesimo e dal Rinascimento, con la comparsa del metodo scientifico galileano prima e poi del pensiero scientifico, l’ago della bilancia si sposta, fino a giungere alle grandi negazioni che sollevano i dubbi caratteristici dell’epoca tra la seconda metà dell’Ottocento e il periodo precedente alla Prima Guerra Mondiale, soprattutto con la comparsa degli studi di Darwin sull’evoluzione che mettono in crisi le teorie creazionistiche e, quindi di fatto, l’autorità dei testi sacri, specie dell’Antico Testamento, con Freud che apre le porte dell’inconscio e svela come l’uomo non sia soggetto a una legge immutabile neppure dal punto di vista psicologico e quella che si era definita fino allora l’”anima” è qualcosa di molto diverso e Nietzsche, che proclama la “morte di Dio”, là dove ciò non va inteso come morte “fisica” o dell’immagine di Dio, quanto del suo predominio nella storia e nella coscienza dell’uomo. E poi Marx che stabilisce una uguaglianza, una solidarietà, non più basata sulla fede e il timore di Dio, non più sulla speranza e sull’illusione, dal suo punto di vista, di una vita ultraterrena, ma sociale, proclamando l’ormai famosa e super citata frase (tanto da aver quasi perduto la propria forza), “la religione è l’oppio dei popoli”.

 Poi nel Novecento, soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale con i suoi orrori e l’avvento di un pensiero in cui il nichilismo inteso in senso postmoderno prendeva il sopravvento aprendo sempre di più la strada al relativismo e al pensiero debole, a parte un certo conservatorismo clericale iniziale, diciamo nella prima metà del secolo, lentamente si è prodotta un’apertura, dapprima timida e poi via via sempre più evidente, che ha teso e tende a riconoscere il ruolo fondamentale della scienza e della tecnica, anzi della tecnologia, nel mondo contemporaneo, e, di fatto, in tutta la storia dell’uomo, pur facendola sempre dipendere da un dono divino, da una volontà superiore che tende verso un fine ultraterreno. In questa direzione vanno, credo, letti i vari accenni, più o meno, diretti e consistenti delle encicliche e degli interventi dei pontefici a partire almeno da Giovanni XXIII con il Concilio Vaticano II del 1959 e Pacem in terris del 1963, Paolo VI e il suo famoso intervento nel corso della visita al “Centro di automazione di analisi linguistica dell’Aloysianum” di Gallarate nel giugno del 1964 quando ammirò i vantaggi offerti dall’elaborazione elettronica dei dati, e poi lo stesso Papa nell’enciclica Gaudium et spes del 1965, l’importante omelia del 14 maggio 1978 nel duomo di Monaco di Baviera, sollecitato dalla liturgia di Pentecoste, dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, l’intervento di Giovanni Paolo II il 25 febbraio 1981, nel discorso durante l’incontro con scienziati e rappresentanti dell’Università delle Nazioni Unite e le successive la Laborem exercens del 1981 e Sollicitudo rei socialis del 1987, la Caritas in veritate 2009 di Benedetto XVI, fino Papa Francesco nell’Evangelii gaudium del 2013, la famosa e controversa l’esclamazione del 24 gennaio 2014 in occasione della 48° Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: “La cultura dell'incontro richiede che siamo disposti non soltanto a dare, ma anche a ricevere dagli altri. I media possono aiutarci in questo, particolarmente oggi, quando le reti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi. In particolare, Internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è cosa buona, è un dono di Dio” (corsivo mio), e continua esortando: “Non abbiate timore di farvi cittadini dell'ambiente digitale», per finire con il Laudato si’ del 2015 con l’attenzione verso l’ecologia e la tecnologia.

 È dunque possibile o ragionevole voler ritenere che le cause della disaffezione della popolazione occidentale verso la religione sia solo o prevalentemente di origine storico-culturale? Non credo, anche per il fatto che non si manifesta, soprattutto nelle ultime generazioni, quelle diciamo nate a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso, non si manifesta tanto una contestazione, una critica dialettica alla religione, né come fede, né come istituzione, ma una vera e propria indifferenza, neppure si pone il problema, che ci sia o non ci sia, non fa nessuna differenza e, nei casi peggiori, chi ancora “crede” è reputato un ingenuo, se non uno stupido. Il problema, mi sembra, sia innanzi tutto di comprensione e di comunicazione da parte delle istituzioni religiose e dalla non messa in discussione della loro autorità e, in fondo, della loro credibilità. 

 Il mondo è cambiato, è cambiato il modo della gente di interpretare la realtà, di concepirla e di porsi di fronte a essa. Pane, benessere e immortalità, si diceva e, in fondo, dal punto di vista di queste esigenze nulla è mutato, ma la prospettiva e il “fine”, se di fine si può parlare, hanno virato in un altra direzione. L’angolazione da cui si interpreta il mondo oggi non risente solo del passaggio di Nietzsche, Freud, Darwin, Marx, Heiddeger, ma anche di quello di Einstein, Heisenberg, Planck, Shorödinger, tanto per rimanere agli arbori del pensiero scientifico contemporaneo, e non si presenta più come la visione di un che di immobile, inalterato, assoluto, fisso e stabilito in un passato remoto, ma come tutto compreso in un moto, un flusso e una trasformazione continua probabilmente “governato” dal caso; nulla è stabilito per sempre. Non è quindi pensabile e possibile continuare a ritenere che una narrazione come quella biblica sia concepita come una realtà storica, ma solo letta e ascoltata come una “mitologia” che va interpretata e che ha perduto in fine anche il suo significato “mitico”. Perché almeno il senso del sacro e l’insegnamento di Cristo abbiano ancora il valore che spetta loro è necessaria una revisione in chiave contemporanea di quei concetti e storie,  e un nuovo modo di comunicarli, di renderli fruibili a menti che ormai non ragionano più secondo vecchi schemi e rinunciare a una pretesa storica, storicamente fondata, dei fatti narrati nei testi sacri. Insomma aprire le porte al postumanesimo anche in campo religioso.

 


 


La religione ha sempre avuto come fine quello di salvare l’uomo e ciò che l’uomo stesso si aspetta da essa è appunto la liberazione dal dolore, dalla sofferenza, dalla morte. Non crediamo in nessun modo che la religione, nello specifico l’insegnamento di Cristo, ammetta in un qualsiasi modo il dolore come “valore”, come qualcosa che insegna, e questo al di là del suo sacrificio, che ha un senso altro rispetto a questo. Gesù davanti alla sofferenza fisica o psichica, ai malati, agli offesi, agli indemoniati, non ha mai chiesto il perché o li ha spinti a far tesoro dei loro patimenti, li ha guariti e basta. Ha strappato dalla morte Lazzaro e la figlia di Giairo  quando glielo si è lo chiesto. Senza domande, senza retorica. Oggi molte di queste cose (miracoli?) sono possibili tramite la scienza e la tecnologia e se è vero che esse possono sembrare solo un mezzo incapace, però, di dare un senso ultimo all’esistenza, (concetto tra l’altro messo in discussione da molti oggi come oggi), è vero pure che la religione allo stato attuale non si pone o, se si vuole, o non sa, non è recepita, non è vissuta, in maniera del tutto differente da come ci si pone di fronte alla tecnica. Essa è considerata da molti come uno “strumento”, un “gruppo sociale” o, forse e soprattutto, come un’Istituzione, come qualcosa che pone un vincolo al pensiero e alle azioni dell’uomo, anche quelle più naturali che, dall’altro lato, si recepiscono ormai come facenti parte delle manifestazioni normali e non anomale o deviate, peccaminose verrebbe da dire, dell’essere umano. 

 Cosa è che non va? Perché si è smesso di concepire la religione come una tensione al sacro, come qualcosa che fa parte della vita e che ne costituisce una fetta importante, al di là delle promesse, e se pure le promesse hanno un valore decisivo nella capacità di credere, cosa le rende poco credibili, non più adatte a una visione contemporanea della realtà? La Chiesa, nonostante le aperture, ha mantenuto un atteggiamento di rigore di fronte a certe interpretazioni e al senso che esse acquistano. Anche là dove si è optato per una rilettura alla luce delle moderne scoperte e del nuovo senso comune che si è via via andato a affermare, essa ha continuato a perseguire delle idee che non possono più essere accettate, non solo perché illogiche, ma perché contraddittorie. Se da una parte ha attenuato il proprio atteggiamento nel considerare, ad esempio, come storici gli avvenimenti descritti soprattutto nell’Antico Testamento, non ha però mutato il senso, il significato che quella versione sosteneva, ma ha continuato a perseverare sullo stesso messaggio, senza saperlo, o volerlo, adeguare. 

 È vero che fino all’inizio del XIX secolo la storia antica del Medio Oriente era nota e considerata nei Paesi Occidentali prevalentemente attraverso i libri della Bibbia, un po’ come la storia dell’Egitto e dei persiani era stata trasmessa da Erodoto, ma grazie agli studi dei vari Layard, Rawlinson, Champollin nell’ambito dell’archeologia e della decifrazione dei reperti in caratteri cuneiformi trovati nei siti, Israele aveva perduto quella centralità che la Bibbia gli aveva dato, non considerandolo più il polo attraverso il quale era girata la civiltà. Un popolo eletto. Come d’altronde le ricerche più moderne hanno testimoniato che molte parti della Bibbia non hanno una corrispondenza storica, come l’Esodo o come la stessa figura di Abramo. Ma non è questo il problema, possono essere considerate solo storie che hanno un loro significato simbolico, una sorta di mitologia, e non sarebbe già cosa di poco conto. Ma quando l’accettazione, seppur parziale, di eventi inesistenti si scontra poi con la contraddizione più evidente, cioè quando un evento è smentito, ma si continua a affermarne le conseguenze, allora diviene molto difficile continuare a avere fiducia in chi lo sostiene e, soprattutto, ci si chiede il perché lo faccia, quale sia il fine di tale ostinazione.

 Ad esempio la Chiesa Cattolica non ha mai accettato in maniera ufficiale la teoria evoluzionistica di Darwin e quanto ne è seguito dalla pubblicazione de L’origine della specie nel 1859, si è sempre limitata a sostenere che tra l’evoluzionismo e il creazionismo non c’è contrasto, poiché nell’evoluzione è insito l’atto creatore di Dio. E va bene. Fino a qui ci può anche stare, dopotutto pure diversi scienziati, anche quantistici, hanno affermato che un “qualcosa” deve esserci stato prima del Big Bang o prima di quello che c’era prima del Big Bang o anche in precedenza. Ma se l’esistenza storica dei progenitori non è più accettabile come dato reale, come si giustifica il peccato originale venendo a mancare chi lo ha commesso? La Chiesa ha mutato in parte la sua visione, non si tratterebbe più di adattare o conciliare la narrazione biblica con le teorie scientifiche, che, tra l’altro, ci tengono a sottolineare, non godono della certezza e del consenso di tutto il mondo scientifico, ma ritenere che il peccato originale non è da reputare solo il “primo” peccato in senso cronologico commesso dall’uomo, ma l’atto di disubbidienza che produce il male nel mondo. Da ciò la nascita stessa della creatura umana sarebbe segnata dal peccato, poiché non nasce investita dal bene e dal buono, e neppure in una condizione “neutrale”, in media res tra bene e male, ma più portata a compiere il male piuttosto che il bene. In pratica l’uomo inizialmente puro si sarebbe involuto e può uscire da tale condizione solo attraverso la grazia. Ma c’è di più. Il peccato originale si trasmetterebbe geneticamente in senso verticale, cioè da padre in figlio, e in senso orizzontale, da persona a persona.

  Come può un giovane o anche una persona con un minimo d’istruzione, non dico credere, ma soltanto prestare fede o attenzione a dichiarazioni contraddittorie come queste oggi come oggi? Anche non considerando il poligenismo, come fa invece Teilhard de Chardin, per cui sarebbe assurdo pensare che se l’uomo non deriva da un’unica coppia di progenitori preistorici, ma da una famiglia di coppie, una tara ereditaria sarebbe geneticamente trasmissibile, e fermandosi sulla teoria monogenista, essendo il peccato e la conseguente colpa un qualcosa che appartiene al comportamento, come sarebbe possibile trasmetterlo attraverso i geni? Lo stesso Catechismo della Religione Cattolica lo descrive come qualcosa che appartiene al carattere, a una decisione contro ragione dell’uomo: “1849 Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all'amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell'uomo e attenta alla solidarietà umana”, seguendo la definizione di Agostino, ripresa poi da Tommaso, per il quale è  “una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna” (Sant'Agostino, Contra Faustum manichaeum, 22, 27: CSEL 25, 621 (PL 42, 418); cf San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, I-II, q. 71, a. 6: Ed. Leon. 7, 8-9). Non sono congetture, ce lo dice la scienza, la Behavoural genetics, nuova branca scientifica che studia il comportamento e i tratti principali della personalità (intelligenza, introversione e estroversione, sessualità, aggressività ecc.) nel tentativo di identificare eventuali geni che possano determinare tali condotte, e la loro eventuale trasmissibilità. Ma ora come ora non è stato trovato nessun gene specifico responsabile dell’eredità di un comportamento, quindi come sarebbe possibile? Certo si può sempre ricorrere all’autorità della Bibbia, considerare che si tratta di un testo sacro la cui scrittura proviene per ispirazione divina, quasi dettato da Dio a chi lo ha scritto, ma la proposta è debole, poiché viste le imprecisioni che contiene si dovrebbe concludere che Dio ha sbagliato e questo non lo ritengo possibile, e poi facendo riferimento alla crisi della religione oggi è sempre da tenere presente che il tempo delle auctoritas, del “è vero perché lo ha detto tale” o “perché è scritto in quel testo”, è finito da un pezzo, la gente ha bisogno, anzi è ormai insito nella natura del proprio ragionamento la verificabilità di ciò che gli si pone davanti, o almeno la giustificazione. E qui nascono nuovi problemi.

 Rimanendo nello specifico al caso del peccato originale e accettando quanto è scritto nell’Antico e nel Nuovo Testamento, dove troviamo passi che trattano l’argomento? Dove è citato il Peccato Originale? Inutile cercare, non c’è. In nessun luogo dei testi è menzionato un peccato originale, anche perché per la tradizione e religione ebraica non esiste. Viene riconosciuto, è vero, il peccato di Adamo e Eva che disubbidirono a Dio mangiando il frutto proibito e ne subirono le conseguenze, ma non lo trasmisero ai discendenti, né per via genetica, né in altro modo e Adamo non risulta essere responsabile dei peccati dell’umanità. Anzi secondo la teologia ebraica nei passi di Genesi 8,21 e 6,5-8 lo stesso Dio accetta il fatto che il primo uomo non disubbidì intenzionalmente e lo avrebbe quindi perdonato, nonostante il fatto che, almeno per alcune correnti esegetiche, Adamo potrebbe aver portato con il suo peccato la morte e che per quello tutti i suoi discendenti sono mortali. Insomma per l’ebraismo, anche quello contemporaneo, mi sembra, l’uomo nasce senza peccato e la scelta di peccare o no spetta a ogni singolo individuo.

 Neppure nel Vangelo è presente il peccato originale, Gesù non ne fa mai menzione e quando parla del peccato, o qualcuno per lui come nel caso dell’episodio del battesimo con San Giovanni (Mt 3,1-5 ), si riferisce al peccato individuale eventualmente commesso in vita e non ereditato per colpa di Adamo, anzi non è riportata nessuna relazione con il progenitore (ed esempio in Mt 9,10-13; Mt 19,16-21; Gv 3,16). La Chiesa si appella spesso alle Lettere di Paolo da Tarsio, in particolare alla Lettera ai Romani, ma pure qui non si trova traccia del peccato originale, viene invece rimarcata la responsabilità individuale per le proprie azioni, ogni essere umano pecca nella sua vita e per questo è lontano dalla “gloria di Dio” (Rm. 2,6-11; 3; 3,19-26). L’unico punto in cui si potrebbe intuire, solo intuire e con un largo margine all’interpretazione personale, c’è in Rm. 5,19, dove si può leggere di una umanità colpita da una specie di corruzione fin dalle origini, ma mi sembra una lettura molto libera: “19 Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti”.

  E allora? Da dove viene il peccato originale? Quale la causa della sua ereditarietà genetica? Ci si affida ancora alle auctoritas, all’interpretazione di un uomo. Aurelius Augustinus Hipponensis, Agostino d’Ippona. Fu lui, soprattutto durante la polemica con Palagio tra il 410 e il 419, a introdurre in maniera definitiva il concetto. Pelagio sosteneva una visione del peccato di stampo umanistico-cristiano per il quale l’uomo nasceva senza peccato, ma, a causa o grazie al libero arbitrio, era capace di compiere il male, per cui è responsabile delle proprie scelte e azioni e verrà punito o ricompensato a seconda del suo comportamento in vita. Il nascituro, nasce innocente, e lo rimane fino l’età della ragione. Il peccato quindi, la disubbidienza era un atto volontario, trasmissibile da uomo a uomo solo tramite l’esperienza, con il cattivo esempio, quindi Adamo sarebbe il cattivo esempio. Ciò creava seri problemi alla Chiesa ufficiale. Per esempio i nobili per guadagnarsi il Paradiso cominciarono a fare molte opere buone e a distribuire il proprio patrimonio ai poveri creando tumulti sociali, ma, soprattutto, veniva meno il ruolo fondamentale per il mantenimento del potere della Chiesa, cioè quello di mediatrice tra Dio e l’uomo. E ecco che arriva Agostino. L’uomo nasce con il peccato originale e a nulla servono le buone azioni, solo la grazia può salvare, grazia mediata dalla Chiesa. Adamo ha peccato volontariamente e quindi ogni uomo nasce nel peccato, e dal peccato originale derivano tutti i mali, comprese le malattie. E i bambini? Condannati se non battezzati, non può che attenderli l’inferno. Proprio ne Le nozze e la concupiscenza Agostino scrive che i bambini sono macchiati dalla colpa perché, pur essendo nati dal matrimonio che è un bene, sono stati procreati nel male della concupiscenza, cioè dall’atto sessuale, di cui il matrimonio fa buon uso, ma del quale l’uomo deve ugualmente vergognarsi, in quanto è “l’ardore della passione” che accompagna il rapporto che macchia l’uomo fin dall'origine. Prendendo in considerazione il testo evangelico è evidente la contraddizione. Basta pensare al passo di Luca 18,15-17, l’incontro di Gesù con i bambini: “15 Gli presentavano anche i bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli, vedendo ciò, li rimproveravano. 16 Allora Gesù li fece venire avanti e disse: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. 17 In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà»”. Il regno di Dio appartiene ai bambini, e si badi, Gesù parla a dei bambini ebrei, quindi non battezzati cristianamente, e allora come si giustifica la presa di posizione di Agostino? Senza contare quell’ostinato identificare il peccato originale con l’amplesso, mentre nella Bibbia non vi si accenna neppure. E forse non tutti i torti hanno coloro che sostengono che sia stato un modo, probabilmente inconscio, per giustificare la propria condotta prima della conversione, una maniera di attribuire i “vizi” e i “peccati”, la “vita dissoluta” che aveva condotto attribuendone la colpa a un male che colpiva tutta l’umanità solo per il fatto di essere nati.

 Insomma nel nostro mondo è difficile che si possa prendere per buono senza una riflessione critica ciò che è stato detto secoli fa e che evidenzia delle chiare contraddizioni, non solo in rapporto a ciò che ora sappiamo, l’evoluzione per esempio, ma anche nella formulazione stessa di una determinata teoria. E non è un ragionamento o un’impressione validi solo per questo fatto eclatante, ma per tante parti della Bibbia e dei Vangeli e, soprattutto, la loro interpretazione e i dogmi, canoni, leggi morali che ne sono derivati e sono stati accolti e “imposti” dalla Chiesa.

 Non va dimenticato che la Bibbia è stata scritta da ebrei che vivevano in Palestina più di tremila anni fa, secondo alcuni studiosi, e che anche Gesù, come egli stesso ribadisce, fa riferimento a quel tipo di scrittura e alle sue leggi, per quanto poi le possa interpretare, e quindi la Bibbia andrebbe da noi letta e compresa il più possibile con la stessa mentalità. Ma così non è stato. Per esempio l’Aldilà, il paradiso o l’inferno, l’anima, l’immortalità, la resurrezione, cosa erano per l’ebreo dei tempi dell’Antico Testamento e pure per Gesù? Per gli ebrei di quei tempi, ad esempio, l’Aldilà non esisteva, la morte metteva fine a tutto, tutti si finiva nello Sheol, cioè in una grotta sotterranea dove le ombre si cibavano di polvere. E era un destino comune a tutti, uomini e animali non umani senza differenze: “[19] Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c'è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell'uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. [20] Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere (Ec. 3,19-20)”. Ma non solo, anche “buoni” e “cattivi” sono equiparati di fronte alla morte: “[1] Infatti ho riflettuto su tutto questo e ho compreso che i giusti e i saggi e le loro azioni sono nelle mani di Dio. L'uomo non conosce né l'amore né l'odio; davanti a lui tutto è vanità.[2] Vi è una sorte unica per tutti, per il giusto e l'empio, per il puro e l'impuro, per chi offre sacrifici e per chi non li offre, per il buono e per il malvagio, per chi giura e per chi teme di giurare. [3] Questo è il male in tutto ciò che avviene sotto il sole: una medesima sorte tocca a tutti e anche il cuore degli uomini è pieno di male e la stoltezza alberga nel loro cuore mentre sono in vita,  poi se ne vanno fra i morti (Ec. 9, 1-3)”. 

 Sembra di capire che per la mentalità ebraica del periodo della scrittura della Bibbia l’Aldilà non esisteva, per lo meno per come la intendiamo noi, e che il compenso, si potrebbe dire, per come si è condotta la propria esistenza venga elargito in vita con una vita più o meno prosperosa, con i figli: “[7] Va, mangia con gioia il tuo pane, bevi il tuo vino con cuore lieto, perché Dio ha già gradito le tue opere.[8] In ogni tempo le tue vesti siano bianche e il profumo non manchi sul tuo capo.[9] Godi la vita con la sposa che ami per tutti i giorni della tua vita fugace, che Dio ti concede sotto il sole, perché questa è la tua sorte nella vita e nelle pene che soffri sotto il sole.[10] Tutto ciò che trovi da fare, fallo finché ne sei in grado, perché non ci sarà né attività, né ragione, né scienza, né sapienza giù negli inferi, dove stai per andare.[11] Ho visto anche sotto il sole che non è degli agili la corsa, né dei forti la guerra e neppure dei sapienti il pane e degli accorti la ricchezza e nemmeno degli intelligenti il favore, perché il tempo e il caso raggiungono tutti (EC. 9, 7-11)”. 

 In altri passi della Bibbia di autori non sempre riconosciuti e considerati apocrifi, come in Enoch 58,3, si accenna anche a un Eden per coloro che si sono meritati il “premio”, ma comunque la permanenza nello Sheol per i così detti “dannati” non è mai definitiva, ma dura 12 mesi, dopo di che le loro anime sono distrutte e sparpagliate nel vento (Sanh, 29b). Non devono stupire queste variazioni di posizioni, spesso nella Bibbia ci si trova di fronte delle vere e proprie contraddizioni, anche a pochi versi di distanza, come nel caso della creazione dell’uomo e degli animali, nell’ordine in cui sono stati creati da Dio. Vi è scritto infatti in Genesi 1,25-26: “25] Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. [26] E Dio disse: ‘Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra’", e subito dopo in Genesi 2,18-19: “[18] Poi il Signore Dio disse: ‘Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile’. [19] Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome”, al che non sappiamo se siano stati creati prima gli uni o l’altro.

 Non facile per l’uomo contemporaneo abituato a domandarsi sempre il perché, a cercare una soluzione logica nelle cose che lo circondano, adeguarsi a un simile modo di interpretare, a una non elasticità che relega il tutto a ciò che è scritto, valutandolo magari come un evento storico. C’è chi ha scritto che l’essere umano, la specie umana, dopo internet non è più la stessa, e c’è senza dubbio del vero in questa affermazione. Oserei avanzare l’ipotesi che ci troviamo di fronte a un salto di specie, a un nuovo anello o stadio dell’evoluzione che non sappiamo dove ci porterà, ma è indubbio che, almeno a livello intellettuale, per lo meno i giovani di adesso sono trasformati rispetto quelli di pari età di quarant’anni fa, per essere stretti nel tempo, e non ragionano più secondo schemi prefissati, immutabili, non accettano misteri che non si possano, se non svelare, almeno interpretare alla luce della ragione. Che possa essere un limite può anche essere, ci sono misteri destinati a rimanere tali e incomprensibili, non capibili o svelati, ma comprensibili solo attraverso l’uso delle facoltà irrazionali dell’uomo. Ma la Chiesa sembra essere sorda a queste innovazioni. Non che non le avverta o non le capisca, tutt’altro, ma, per motivi suoi, interni o di gestione del potere spirituale e temporale, cerca di arginare, a volte di ignorare, rischiando davvero, in questo modo, di vedere sparire, prima o poi, il senso religioso dall’uomo.

 

 

3

 

 

La stessa cosa si può dire accada per i Vangeli, che, se ben si considera, rivestono, a torto o ragione, un ruolo più in primo piano rispetto l’Antico Testamento, se non altro perché più citati, più diffusi. Come vengono recepiti al giorno d’oggi dalla maggior parte della gente, soprattutto dai giovani? Come un qualcosa che sta lì, che si è imparato da bambini al limite, ma fondamentalmente come un testo in cui sono scritte più che altro utopie, cose che mai saranno realizzate, questo per i più anziani tra i giovani, per gli altri, spesso, come un insieme di favole, di storie, tra l’altro neppure così affascinanti e i cui effetti speciali, i miracoli, non sono poi descritti e realizzati così bene e molti dei quali (far nascere bambini da donne sterile o in menopausa, far nascere senza rapporti sessuali, guarire malattie credute incurabili, resuscitare, se si pensa alla rianimazione senza la quale un tempo quelle persone sarebbero morte, ora forse creare la vita dalle cellule staminali) realizzati anche nel nostro mondo dagli uomini. Cosa è accaduto? Ancora un modo desueto, vecchio di trasmettere i testi e il loro messaggio per un insieme di questioni.

 Intanto andrebbe considerato il fatto che i Vangeli, e tanto più l’Antico Testamento, sono scritti in maniera particolare. Non sono destinati a noi, non almeno nella loro stesura originale. I Vangeli sono scritti in greco biblico, pure se lo Deissmann ha dimostrato, essere la lingua comunemente parlata nei tempi e negli ambienti ellenistici, e molto vicina al linguaggio popolare greco del tempo, forse escluse alcune parte del Vangelo di Luca, rimane comunque una lingua morta e anche dove compaiono diversi semitismi e aramaismi, che ne rendono non facilissima la traduzione. Resta comunque il fatto che fu scritto e trasmesso duemila anni fa e nato in una cultura orientale, mediorientale e palestinese, le cui immagini, i cui significati, le strutture stesse sono differenti non solo dalle nostre moderne, ma pure di quelli che attraverso i secoli l’hanno tradotto, si potrebbe dire anche dai contemporanei di cultura differente da quella di origine.

 Greco biblico popolare di area ellenistica si diceva. Quindi facilmente comprensibile e interpretabile almeno all’uomo comune del tempo? No, pure per loro si presentava come un testo difficile. Tanto che il Vangelo anche allora non andava tanto letto, quanto ascoltato dalla bocca di un lettore autorizzato, che poi ne dava anche un’interpretazione (Ap 1,3 “[3] Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte”) e ancora: “(20) Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione, (21) poiché non da volontà umana fu recata mai una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio” (Pt. 2 1,20-21). 

 Ma le difficoltà non finiscono qui. I Vangeli non narrano una storia, ai loro autori non interessa trasmettere una biografia di Gesù, per quello ci sarebbero allora già alcuni dei Vangeli Apocrifi che lo fanno. Quello che premeva loro era divulgare il loro messaggio e come esso fu accolto, più o meno bene, dalle comunità che popolavano la Palestina a quei tempi, prima, e poi anche dai paesi così detti pagani. Non era impresa facile, specie tenendo conto che spesso avevano di fronte un pubblico composto da uditori non solo ignoranti, ma pure scettici. Per questo il linguaggio prediletto non è quello dei concetti, ma quello delle immagini. Diventa quindi fondamentale per ben comprendere la Buona Novella operare una distinzione da quello che nel testo si dice da come è detto, poiché il messaggio è sempre quello, la parola di Dio che è universale e eterna, ma il linguaggio, il media con cui è trasmessa sono quelli destinati a uomini di altri tempi e di un’altra cultura.

 Non è un problema da poco e neppure unico per i Testi Sacri. Cosa capirebbe un lettore comune della Divina Commedia? Poco o nulla e crederebbe cosa storica, da interpretare per quel che è scritto, il fatto che Orlando abbatte una foresta da solo? E non vale il fatto di considerare quelle opere di fantasia mentre la Bibbia no, per il lettore o uditore moderno. Così come viene trasmessa, pure la Bibbia è un’opera di fantasia, Mitologia tutt’al più. I tempi sono cambiati e soprattutto l’uomo è mutato. Una nuova specie, con diverse esigenze, diversi modi di interpretare il mondo e viverlo. Dopotutto se solo si pensa a un individuo di centocinquanta, duecento anni fa lo troviamo con una vita media di 54 anni, oggi di 82 e con la prospettiva di allungarla ancora molto, ma non solo. Le persone che poteva conoscere un cittadino di una città media si aggirava intorno a qualche centinaia, forse, oltre agli abitanti del suo quartiere, la sua conoscenza geografica era piuttosto limitata, a volte non superava i confini cittadini, l’informazione gli giungeva relativamente lenta, almeno fino all’avvento del telegrafo, e il più della volte in ritardo e mutata rispetto l’originale, la cooperazione scientifica e culturale quasi nulla o comunque molto fiacca e graduale. Oggi si è smesso di contare di gli “amici”, virtuali o non, le informazioni ci giungono quasi in tempo reale e hanno mutato il loro tipo di diffusione, non più piramidale, ma a rete verticali e orizzontali dai nodi problematici mobili. L’uomo moderno è istallato nello spazio e nel tempo, e , forse, si è giunti a capire che la tecnologia non è un sopporto dell’uomo, ma fa parte dell’uomo stesso. Da qui la necessità di chiarire e trovare il modo di rendere la religione fruibile nella contemporaneità. Perché di cose che il giovane, specie quello curioso, non riesce a spiegarsi ce ne sono molte.

 I vangeli fondamentalmente sono stati scritti per guidare e indurre la fede nel Cristo, nell’Uomo-Dio se si vuole (benché Gesù mai affermò di esserlo), e, soprattutto, nel suo insegnamento, come già diceva Paolo “La fede dipende dunque dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo (Rm. 1o,17)”. Ma al giorno d’oggi, in un mondo in accelerazione, in un mondo in cui tutto è sottoposto a verifica scientifica quanto sostenuto deve essere coerente, non contraddittorio, chi si avvicina ai vangeli non viene suscitato verso la fede, anzi a volte ne ha quasi una repulsione, o dimostra la più totale indifferenza. Ciò non stupisce. Le cose più importanti per l’uomo sono alla fine sempre le stesse: pane, benessere e immortalità e, pure nella religione, come è sempre stato, pure oggi, alla fine l’uomo le cerca. Ma non è più disposto a credere a prescindere, senza capire o intuire, solo perché così è detto, e se così è detto, dipende comunque da chi lo ha detto.

 Vita eterna. Un mito che è sempre appartenuto all’uomo e discusso da decine di filosofi, pure non cristiani. Poi il cristianesimo, secondo la Chiesa, dà la propria ricetta: una vita eterna dopo la morte, in un altro luogo imprecisato, anzi neppure immaginabile perché fuori dalla portata dell’uomo. Situato nel cielo, quando il cielo era formato da sfere o cerchi ruotanti attorno alla Terra. Va be’, prendiamola come un’immagine simbolica. Il fatto è che dopo la morte si risorge. Dove è scritto? Lasciamo perdere quanto trattato nel Vecchio Testamento dove un’indicazione chiara non c’è e dove sembra improbabile visto che gli ebrei ritenevano la morte come fine di tutto (almeno fino il giungere delle suggestioni della filosofia ellenistica), e pure trascuriamo la disputa citata nei Vangeli tra Sadducei e Farisei, e vediamo cosa dice Gesù. A dire il vero Gesù per poter spiegare la resurrezione agli ebrei che appunto erano lontano da tale concetto, parte proprio dai farisei, da coloro che invece credevano nella resurrezione dei morti e della legge di compensazione, condizionati dalla filosofia ellenista forse fin dai tempi di Esdra, e più volte ripeterà loro che dopo la propria morte resusciterà, come se fosse un concetto difficilmente comprensibile agli ebrei. Con i pagani ha un atteggiamento e parole differenti. Non parla loro di “resurrezione”, ma della vita che supera la morte, la morte del corpo, la morte biologica: “Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà (Mc. 8,35)”. Ma di che vita si tratta? In un altro passo sembra essere chiaro. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno (Gv. 6,54)”, e ancora sempre in Giovanni: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo (Gv. 17,3)”. Gesù parla al presente, la vita eterna sembra proprio essere qui, in questo mondo per chi sa cogliere il suo messaggio. 

 Vivere bene e il più a lungo possibile, perfino godere quando sarà possibile di una unlimited life, una vita vera e piena, degna di essere vissuta fino in fondo. Ma in fondo c’è sempre la morte e qui la Chiesa promette una vita eterna in un Aldilà per chi ha fede e se l’è meritato. Appare questa una specie di scommessa che l’uomo deve accettare di stipulare, con chi poi non si sa, e che deve essere colta così a priori, perché è stato detto e questo, in una mente contemporanea, non è accettabile, non è convincente. Quello che può trarsi dall’insegnamento del Vangelo è sì, che la vita Eterna è qui in questo mondo nel senso di una vita serena all’insegna del magistero di Cristo, ma anche nella lotta dell’uomo per far sì che essa, la vita, sia più lunga possibile, anche con il fine se si vuole utopico dell’immortalità, ma è quella la vera lotta a cui sembra spingere il Vangelo, la cosa più importante, il dono è la vita stessa, il fatto di esserci. Chiaro è che se ci sono uomini disposti a credere in una vita dopo la morte, e personalmente l’idea mi affascina e sono portato a darle fede, nulla lo vieta, ma la tendenza contemporanea alla visione di una vita illimitata è un’altra, appartiene a questo pianeta, al limite al cosmo, e così dovrebbe essere se non insegnata, almeno proposta come possibile interpretazione, piuttosto che continuare a irrigidirsi su posizioni che non trovano riscontro nella mentalità delle nuove generazioni che, è bene ripeterlo, non hanno perso il senso del sacro. Il senso del sacro, appunto, di ciò che si sente che si percepisce e si vive.

 L’anima immortale è un concetto che non può trovare un’adesione totale e incondizionata nella mente dell’uomo contemporaneo, anche se è ben radicata da una tradizione millenaria. A parte le mille sfaccettature i significati che può assumere e che di fatto assume, la visione che ne dà la Chiesa continua a traballare agli occhi di chi si prende cura di capirci qualcosa. Intanto, ancora una volta, dove si parla dell’anima nei Vangeli. Non se ne parla poiché è un concetto inesistente nella cultura ebraica e, lo si ripete, Gesù era ebreo. L’anima è un’altra suggestione che viene dalla cultura greca, la psyké, la psiche, che poi se si vuole essere precisi significa più che altro la vita della persona e non un qualcosa che è contrapposto al corpo o una parte del corpo stesso, ma la persona nella sua interezza. Per questo i primi cristiani che giustamente seguendo l’insegnamento del Cristo credevano nella resurrezione dei corpi, non in una parte di esso che rimane immortale, rifiutavano tale idea e in maniera anche piuttosto forte, come scrive San Giustino ne il Dialogo con Tifone (V, 1): “Quei filosofi, allora, non sanno nulla su questi argomenti: infatti, non sono capaci di dire che cosa sia l’anima”. “Sembra di no”. “E non si deve neanche dire che è immortale: perché, se fosse immortale, sarebbe evidentemente anche ingenerata”. “Ingenerata e immortale è ritenuta da alcuni cosiddetti Platonici”, e ancora: (LXXX,4), uno dei padri della letteratura apologetica greca, già nel II secolo dC: “Se dunque incontrate dei cristiani che tali sono chiamati ma non riconoscono queste dottrine e per di più osano bestemmiare il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e affermano che non c’è resurrezione dei morti, ma che al momento della morte le loro anime vengono assunte in cielo, non dovete considerarli cristiani, così come nessuno, a un corretto esame, riconoscerebbe come giudei i sadducei e le affini sette eretiche dei genisti, dei meristi, dei galilei, degli elleniani e dei farisei battisti. (e non storcete il naso se dico quello che penso), ma penserebbe che ‘si dicono’ e figli di Abramo e onorano Dio con le labbra, come Dio stesso ha proclamato, ma il loro cuore è lontano da lui”. 

 Difficile credere nell’anima? No, anzi possibilissimo e non certo sbagliato, la materia è uguale per tutte le cose, viventi e non viventi, e se c’è qualcosa che dà vita forse va ricercata proprio lì, in ogni essere vivente, ma è necessario considerarla nel modo più neutrale possibile, non suggestionato da canoni o, addirittura dogmi. In altre parole non si vuole negare o confermare l’esistenza dell’anima, sarebbe oltretutto impossibile, neppure la neuroscienza sembra in realtà capirci veramente qualcosa, anzi se esiste tanto meglio. Per molti morire significa sparire, finire nel nulla, ma il nulla proprio perché nulla, non esiste, e allora se pure un qualcosa di spirituale, di impercettibile sopravvive, magari in grazia e deificato, perché scartarlo a priori? Non me la sento di farlo senza che nascano in me dubbi. Ma è necessario non fare dell’anima una specie di arma di ricatto, disegnarla sempre o quasi come qualcosa che è nata sporca, contaminata, e che non si può nettare se non con l’intervento di Dio, e questo ci starebbe anche, anzi ci sta, ma solo tramite l’intercessione della Chiesa, no. 

 In un mondo, il nostro, in cui il pensiero e il sistema di vita postumano si va sempre più affermando, anzi si potrebbe dire che è già in atto, e del quale la Chiesa ha preso coscienza, non solo, come taluni credono prendendone le distanze, ma cercando di capirlo e di di farlo suo in qualche modo, il problema dell’anima, della sua esistenza, ma, soprattutto della sua immortalità rispetto al corpo, non è un problema di poca importanza, anche per capire i motivi dell’incomprensione o dell’indifferenza che regnano attualmente nei confronti della fede da parte delle più o meno nuove generazioni. Esso infatti, il problema dell’anima, apre e è alla base di quello che si potrebbe definire un dualismo antropologico e, più in generale, la matrice di tutto il pensiero antinomico che ha dominato la cultura almeno occidentale nel corso dei millenni e il cui superamento è uno dei cardini del pensiero postumanista. 

 Posto che l’anima non è un qualcosa contemplato nella Bibbia, né nell’Antico come nel Nuovo Testamento, non è insomma una dottrina rivelata, ma “definita” ufficialmente dalla Chiesa solo nel 1312-1313, durante il Concilio di Vienne, è indubbio comunque che il suo concetto è, nel corso della storia, divenuto patrimonio della tradizione cristiana e, in particolare, di quella cattolica che ne asserisce pure l’immortalità disgiunta dal corpo: l’anima sopravvive alla morte, il corpo no. L’idea dell’anima, come quella del mondo futuro concepito come un posto di gloria e estasi, magari in cielo, il paradiso, e dove le anime passano il loro tempo in contemplazione e in meditazione è derivato dalla concezione platonica che ha introdotto, a sua volta nella cultura, il dualismo. Semplificando molto si potrebbe asserire che per Platone e per il platonismo ciò che di materiale appartiene al mondo terrestre è corruttibile e cattivo e non degno di sopravvivere. Il fine dell’uomo sarebbe quindi di raggiungere il regno dello spirito, dove appunto l’anima libera dalla costrizione della materialità del corpo potrà godere di una sorta di beatitudine eterna. Fermo restando che sia nel Fedone che ne La Repubblica il ritorno all'iperuranio è legato alla metempsicosi e alla durata limitata delle anime. Quindi si stabilisce un dualismo tra il mondo inferiore della vita terrestre e uno superiore delle anime o delle idee.

 “Sì, come i nuovi cieli e la nuova terra, che io farò, dureranno per sempre davanti a me - oracolo del Signore - così dureranno la vostra discendenza e il vostro nome (IS. 66,22); “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più (AP. 21,1)”. Sia nell’Antico Testamento che nell’Apocalisse di Giovanni la salvezza sembra proprio delinearsi come una trasformazione della Terra e del cielo, e non una trasmigrazione, quasi una fuga, dall’una, la materialità, verso l’altro, l’anima in paradiso. Non sembrerebbe la promessa di un luogo celestiale in cui le anime continueranno a vivere in eterno, ma questa Terra, dove i giusti, corpo e spirito, se proprio si vuole, potranno abitare.

 Negli ultimi decenni sicuramente la Chiesa ha attenuato molto il suo atteggiamento di quasi rifiuto del corpo, attribuendogli un valore e un’importanza maggiore. Non è più “consigliato” martoriarlo per elevare lo spirito o non curarsi del suo stato fisico, persino della malattia, abbandonandosi al volere divino. Ma resistenze ancora ce ne sono e, soprattutto, a parte le prese di posizioni e le idee e le comunicazioni degli appartenenti alle alte sfere ecclesiastiche, nel senso comune, in quello potremmo dire parrocchiale, ancora si respira un’aria che tende a sottovalutare il corpo rispetto un presunto spirito. Il che pone seri problemi in un mondo in cui, al contrario, il corpo ha assunto una grande importanza e non solo da un punto di vista estetico, ma anche etico, senza contare gli sforzi che la scienza e la filosofia stanno facendo per renderlo sempre più efficiente, sano, trattando la vecchiaia come una malattia da prevenire o curare e cercando di raggiungere, se non l'immortalità, almeno la unlimited life.

 Il corpo dell’uomo forma un’unità indissolubile con lo “spirito”, per questo non si può non vedere la bellezza e la dignità del corpo. Esso, il corpo, è “il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio (1 Cor, 6,19)”. La mente agisce sul corpo, come il corpo sulla mente. “Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; (Ef., 4,4)”, e il corpo va amato, non solo il proprio, ma pure quello degli altri: “Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso (Ef. 5,28)”. È la persona nella sua totalità e nella sua completezza che va rispettata, la religione e il proselitismo devono prendersi cura non solo della parte spirituale dell’uomo, ma pure di quella fisica, corporale. Non ha senso pensare a una Chiesa che si chiude su se stessa, che non si apre alla salute e al benessere del fedele e pure del non credente, nel tentativo di rendere loro il più possibile apprezzabile e godibile la vita, la vita che secondo l’ottica religiosa è donata da Dio, insomma di tendere se non al raggiungimento della felicità almeno ad avvicinarvisi il più possibile, poiché non avrebbe senso che un dono non fosse piacevole, teso a rendere soddisfatto chi lo riceve e, di conseguenza, grato.

 Il dualismo di origine platonico, dualismo fortemente antropocentrico è bene ricordare, crea anche una visione particolare del futuro. Risente senza dubbio dell’immagine di un mondo diviso in due, la terra e il cielo, e pure il futuro dell’uomo, il suo destino è condizionato da questa visione che la Chiesa eredita. Il mondo cattivo sulla Terra e il futuro beato nel Cielo, naturalmente per i buoni, cioè per coloro che avranno seguito i precetti della Chiesa senza sgarrare. Chiaro è che non si vuol dire che la Chiesa ufficiale non abbia corretto il tiro rispetto a tempi passati, in cui il rigore era assoluto, ma nel modo di intendere tali problemi nella “gente comune” questo dualismo permane e, bisogna ammetterlo, la Chiesa, pure a livello di parrocchia, quando se lo trova davanti non lo avvalla, ma neppure lo nega. E non è un modo giusto, attuale, per avvicinare o far comprendere a nuove generazioni, o alla gente in generale, il messaggio evangelico, poiché sempre di più si cerca di superare il dualismo tipico di una concezione antropocentrica, non schierandosi da una parte o dall’altra, ma ricercando la zona “di mezzo”, quello spazio ideale che esiste tra i due estremi e dove è possibile un dialogo, un essere nomadi insomma, sempre in movimento verso il futuro, un uomo non finito, non fatto, ma in continua evoluzione. Dopotutto nel Vangelo quando si parla di una nuova terra trasformata dalla venuta di Gesù, non si parla di una migrazione di anime, di spiriti, ma di gente in carne e ossa, seppure resuscitati, dove il termine resuscitati non è forse da prendersi letteralmente come risorti dalla morte, ma rinnovati in tutta la persona, una nuova specie umana finalmente divinizzata. Ma il discorso esula dal tema proposto.

 Sembra proprio che il messaggio di Gesù riguardi l’uomo più su questa terra che in un altrove, nella persistenza della vita e nel raggiungimento di una “felicità” terrena che implica anche la felicità nella parola del Signore. Forse esiste una vita nell’aldilà, e troppo difficile sarebbe, anzi inutile, cercare di definire o capire cosa, dove, o quale sia questo aldilà, appartiene alla parte irrazionale dell’intelletto umano e quindi tutti i perché sono superflui. Ma la vita che promette Gesù appare come una vita trasformata, al limite divinizzata, esente dal male e dai mali e dalla morte e se per noi è ancora (ancora) impensabile parlare di immortalità certo quello della vita illimitata, cioè di una durata che non conosce un termine, una “vita media”, ma si estende fino quasi a quando l’uomo stesso vuole, non è un miraggio così lontano, almeno così sembra, visti i progressi della tecnica e della scienza, compresi gli ultimi annunci americani nel 2022 della creazione di un topo unicamente dalle cellule staminali cresciuto fino alla formazione del cervello e del cuore pulsante, o a quella del 2023 cinese, sempre di un roditore creato da cellule unicamente maschili. Poi lo stesso Istituto americano nel 2023 ha annunciato che lo stesso esperimento portato al successo è stato realizzato con staminali umane e conseguente creazione di un embrione umano. 

 Qui si apre il problema del rapporto della chiesa con la tecnica e la scienza e, soprattutto, quello del ruolo della tecnica, di ciò che potrebbe significare da un punto di vista divino. Argomento affascinante su cui sarà doveroso tornare, anche e perché potrebbe essere una delle chiavi di volta che sfata il disinteresse attuale per la religione, per il divino che, come visto, ha in realtà tante cause, ma che si potrebbero riassumere nell’incapacità o nella non volontà della Chiesa di scendere dal proprio piedistallo di potere per comunicare in maniera contemporanea con la gente, anche superando dogmi e preconcetti che le hanno permesso fino ad ora di imporre il proprio volere.

 Sia ben chiaro non si vogliono qui avanzare teorie o ipotesi filosofiche e tanto meno teologiche, né interpretazioni dei testi sacri, cose per le quali vi sarebbe una preparazione e una competenza deficienti, ma solo focalizzare i motivi, o alcuni di essi, che rendono così difficile la diffusione del cristianesimo, che, a mio parere, rimane comunque la religione più alta, ma il cristianesimo di Cristo, non quello tradotto dagli uomini, per cui interrogativi e dubbi che possono sorgere al giorno d’oggi su determinati dogmi o credenze seppur popolari, sono da ostacolo all’accoglienza da parte di nuove generazioni del messaggio evangelico.

 Come il peccato. Non il Peccato originale che come detto appare come un’assurdità, ma il concetto di peccato. Forse prima ancora di parlare di Gesù, del suo messaggio, del suo amore per l’uomo ai bambini, fin dalla più tenera età, si parla del peccato. Si fa di tutto per inculcare in loro, come una sostanza tossica o, peggio, un gene malato, il senso del peccato, la convinzione, conscia o inconscia, poiché per lo più rimane anche quando uno diventa ateo, se davvero lo diviene, esso rimane e condiziona in senso negativo tutta la vita dell’individuo. L’uomo è cattivo e commette e commetterà sempre peccato. Come può vivere serenamente un essere che sa che quasi per ogni cosa che fa o che pensa commette una colpa, offende qualcuno e che da quella colpa lo può assolvere solo Dio e per intercessione della Chiesa? Non può, o se ne disinteressa o ci penserà con una forma maniacale che danneggia anche gli altri. 

 Ma per cominciare, intanto, cos’è il peccato? Come detto precedentemente non si vogliono dare risposte o interpretazioni filosofiche, teologiche o morali, che, tra l’altro, non finirebbero più, ma arrivare al punto saliente: perché ci si disinteressa della fede? Per cui si può dire che il peccato per chi scrive, ed è quindi solo un’opinione, è un’offesa verso l’uomo, qualsiasi sia l’offesa, fisica, psichica o morale, è ciò che un uomo fa e facendo danneggia un altro, forse anche non intenzionalmente o convinto di essere nel giusto, ma gli fa del male, al singolo o a una comunità. È peccato offendere fisicamente, mentalmente, diffamando, tradendo, violentando la natura in tutti i suoi aspetti, volendo imporre il proprio concetto di verità e libertà come unico e sopprimendo quello dell’altro, imponendo una ideologia, una cultura o una religione. Contrastare la libera scelta dell’altro. Ostacolando il suo diritto alla ricerca della felicità o del benessere in qualsiasi modo, finché non danneggi qualcun altro ecc. Questo e altro è per me il “significato” del peccato.

 Per la Chiesa non è propriamente così. La definizione sintetica nel Catechismo della Chiesa Cattolica al capitolo 8 Il peccato, recita: “1871 Il peccato è «una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna». È un'offesa a Dio. Si erge contro Dio in una disobbedienza contraria all'obbedienza di Cristo. (…) 1872 Il peccato è un atto contrario alla ragione. Ferisce la natura dell'uomo ed attenta alla solidarietà umana.(…) La radice di tutti i peccati è nel cuore dell'uomo. Le loro specie e la loro gravità si misurano principalmente in base al loro oggetto”. 

 Un’offesa a Dio per una disubbidienza che è in contrasto con l’obbedienza a Cristo, in contrasto con la ragione e, soprattutto, la radice del peccato è nel cuore di tutti gli uomini. Ora anche per uno come me di formazione cattolica e tanto più a chi si dovrebbe accostare alla religione, un giovane ad esempio, di fronte certe dichiarazioni, che poi spesso nelle parrocchie e nelle predicazioni vengono trasmesse con un linguaggio anche più crudo, “se pecchi Gesù piange”, “fai sanguinare il cuore di Gesù”, ecc., per non parlare delle immagini infernali, e che proprio del tutto ignorante non è, delle domande sorgono. E per ignorante non intendo non acculturato sui libri, che sappia di Spinoza, Pascal, Kant Nietzche, Heiddeger o Sloterdijk, ma incapace di porsi delle domande, privo di un senso critico e disposto ad accettare le cose così come vengono presentate, ed è cosa rara al giorno d’oggi, anche perché scatta facilmente il confronto tra quelle idee e la vita reale, quotidiana, e di come sarebbe possibile realizzarle. Nonché del perché le si sono formulate in quella maniera. Come si può offendere Dio? Perché ci si comporta male? Tutt’al più potrà essere dispiaciuto. Comportati male, perché? Per il fatto di non avere rispettato la sua legge? Quale? Quella del Levico?, e sfido chiunque a rispettarla e a giudicarla sensata. O i vari ed eventuali precetti disseminati per tutto l’Antico Testamento, scritti a decine e a centinaia di anni l’uno dall’altro, e pure per questo logicamente contraddittori, adeguandosi ai tempi che cambiano. E sicuramente scritti da uomini con poca illuminazione divina, a meno che non si sia disposti ad affermare che Dio possa contraddirsi. O quella del Gesù dei Vangeli, e quando dico Vangeli intendo i quattro Vangeli escludendo in buona parte ciò che viene dopo Atti, Lettere ecc., poiché a ben leggerli si nota come siano già viziati da un’interpretazione che va verso l’istituzione del potere temporale. Ma Gesù per tutto il Vangelo non ha fatto altro che trasgredire la legge, non dico negarla, ma metterla in discussione, riformarla e sempre a favore dell’uomo, della vita dell’uomo, della vita su questa Terra. 

 Bene e comprensibile è quel “Il peccato è un atto contrario alla ragione. Ferisce la natura dell'uomo ed attenta alla solidarietà umana”, se si torna a come il sottoscritto intende il peccato, cioè un’offesa all’uomo, ma soprattutto il seguito è terribile e non concepibile per un giovane o per un uomo o donna contemporanei. “La radice di tutti i peccati è nel cuore dell'uomo”. Non saprei come i teologi o gli uomini di Chiesa leggano questa frase, ma l’uomo comune la interpreta solo in un modo: “l’uomo è un essere cattivo che, nonostante il battesimo, si porta dentro il peccato”, e questa è una cosa assurda, in un mondo in cui sempre più si tende al miglioramento e al potenziamento dell’uomo all’interno della natura e con la natura, non in sua opposizione, non si può pensare che proprio la natura dell’uomo sia cattiva, portata al peccato, a meno che non si consideri peccaminoso ogni tentativo dell’uomo di raggiungere un benessere o, se si vuole, la felicità pure su questa terra, cosa che, tra l’altro, auspica pure Cristo. 

 Il bambino forse potrà avere paura, spaventarsi, anche per le parole e gli esempi, come accennato, che vengono impiegati, e convincere con lo strumento della paura non è mai una bella cosa, tanto che sono sempre meno i bambini, parlo di bambini fino i 12-13 anni, disposti a seguire il catechismo, la “dottrina” come si diceva ai miei tempi, e a evitare gli oratori, tranne forse per il torneo di calcetto e i rinfreschi, così come non vedono nessuna necessità nella prima comunione e, tanto meno, nella cresima, magari con dispiacere di nonni e genitori. Ma quanto si predica loro in quei luoghi e si ascolta anche per televisione o si legge sul web, non è proprio più in linea con il loro modo di pensare, di essere. Sono quasi un’altra specie, più evoluta, e conferma al fatto che l’uomo non è un’entità finita, completa, ma in continuo divenire, come sembra alludere anche il Vangelo.

 Entrare nei casi particolari, cioè nel “tipi” di peccato che si possono commettere e sulla loro gravità, come fa il Catechismo Cattolico, sarebbe un’impresa di non poca difficoltà, ma un esempio, prendendone uno, uno dei più gravi su cui la Chiesa ha costruito a partire da Agostino la sua teologia, la sua morale e, soprattutto, il suo potere, si può tentare di farlo. Il sesso. Perché proprio il sesso? Non è un po’ scontato e noioso? No, perché ciò che si vuole indagare sono i motivi che portano soprattutto i giovani al disinteresse verso la fede e il sesso è, almeno in una certa fascia d’età, direi piuttosto consistente, una delle componenti più importanti, essenziale direi, e non per scelta o responsabilità loro, non è colpa di quei ragazzi e ragazze se a un certo punto la natura decide di mettere i loro ormoni in subbuglio. 

  A parte le opinioni del Vescovo d’Ippona, come si è visto, che considera il sesso necessario nel matrimonio, cosa buona, ma comunque atto peccaminoso in quanto generato dall’”ardore della passione”, o il presunto gesto autolesionista di Origene che si castrò per rimanere puro, o Giustino che esaltava i giovani romani che richiedevano la castrazione, il sesso per la Chiesa è peccato al di fuori del matrimonio e non come molti credono, credenza popolare, se non finalizzato alla procreazione, ma sempre che i due siano sposati. Quindi niente rapporti prematrimoniali. Perché? Cosa hanno di sporco e di peccaminoso, visto che sono prescritti e necessari alla natura? Catechismo Cattolico: “2349 « La castità deve distinguere le persone nei loro differenti stati di vita: le une nella verginità o nel celibato consacrato, un modo eminente di dedicarsi più facilmente a Dio solo, con cuore indiviso; le altre, nella maniera quale è determinata per tutti dalla legge morale e secondo che siano sposate o celibi ». Le persone sposate sono chiamate a vivere la castità coniugale; le altre praticano la castità nella continenza: (...). 2350 I fidanzati sono chiamati a vivere la castità nella continenza. Messi così alla prova, scopriranno il reciproco rispetto, si alleneranno alla fedeltà e alla speranza di riceversi l'un l'altro da Dio. Riserveranno al tempo del matrimonio le manifestazioni di tenerezza proprie dell'amore coniugale. Si aiuteranno vicendevolmente a crescere nella castità” (Cap. II, art. 6). 

 Astenersi per dedicarsi più facilmente a Dio, già questo pone dei problemi all’uomo moderno, poiché sembra che ci si debba dedicare sempre e completamente a Dio, il che non sarebbe sbagliato, nel senso che in tutto ciò che si fa si sente la presenza di Dio, ma qui sembra che debba diventare un’idea fissa, che nient’altro abbia valore. Poi: “nella maniera quale è determinata per tutti dalla legge morale e secondo che siano sposate o celibi”, la legge morale supera, è più importante della legge naturale? Lasciamo perdere l’amore coniugale che sarebbe molto da discutere cosa possa essere al “castità coniugale”, forse fare sesso senza provare piacere? E allora perché Dio avrebbe dotato l’uomo e i mammiferi degli organi adatti a provare piacere e non come a tutti gli altri esseri viventi solo l’istinto alla procreazione per la conservazione della specie e attivo solo in determinati periodi? Per metterlo alla prova? Per tentarlo anche se la “tentazione” è stata tolta pure dal Padre Nostro perché Dio non tenta l’uomo? Non regge. 

 Anche se il giovane o il dubbioso accettano quanto detto all’inizio e cioè che ci sono cose che si possono affrontare con la razionalità e altre solo con l’irrazionalità, o, se si vuole essere più attuali seguendo l’interpretazione di Copenaghen non ha senso parlare di cose che per principio non si possono sapere, di fronte al fatto che ciò sia prescritto, cioè scritto, fa sorgere ulteriori domande, e se è vero che alcuni concetti non si possono esaminare con la logica, è anche vero che finché ciò è possibile è bene, o sarebbe bene, usarla la logica. E allora la domanda sarà: dove è scritto? Naturalmente nel vangelo e è probabile che l’adolescente o il dubbioso ci getti un occhio. Appunto un occhio. Il buon parroco, fedele a quanto dice il Catechismo e la Chiesa in generale citerà Matteo 5, 27-29, che tra l’altro ha anche una immagine abbastanza cruenta da impressionare e mettere in guardia, se non paura a chi l’ascolta e pensa di trasgredire: “[27] Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; [28] ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.[29] Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna”. 

 Per non seguire l’esempio di Origene chiaramente si prende in senso figurato quel “cavalo e gettalo via da te”, l’occhio, ma non c’è dubbio sul fatto che Matteo usa il termine “adulterio”, e l’adulterio si può commettere solo se esiste una coppia sposata (e non è una interpretazione moderna, si legga la voce corrispondente sul Dizionario del Tommaseo, per esempio, e neppure la colpa di Paolo e Francesca nel V canto dell’Inferno dantesco è quella di essersi amati, ma quella di essere adulteri, poiché Francesca era sposata), Gesù non parla di persone non legate dal vincolo matrimoniale. Che l’adulterio possa essere considerato un peccato nell’ottica religiosa non genera perplessità, neppure nel senso che io ho dato del peccato come offesa all’uomo, in quanto l’adulterio è un tradimento e quindi danneggia e spesso in maniera indelebile l’altro, è un “reato” contro l’uomo.

 In realtà, mi sembra, che la Bibbia non si preoccupi del sesso in quanto problema morale, tutt’al più delle “degenerazioni” del sesso che, al tempo, potevano apparire come “deviazioni” e che sono, per fortuna solo alcune, tutt’ora dei tabù, come l’incesto (Lv. 18, 6-19), anche se in Genesi 19, 30-38, le figlie di Lot in fuga giacciono col padre, seppur a tradimento, e generano figli che fonderanno tribù d'Israele, o l’accoppiamento con animali (Es. 22,18). Dopotutto i rapporti prematrimoniali erano un problema pressoché inesistente al tempo, visto che si diveniva maggiorenni a 13 anni e ci si sposava con matrimoni combinati e la possibilità di interazione tra i due sessi era comunque molto limitata, ma è vero che la verginità della donna aveva un valore, un valore monetario. Solo in un punto sembra che la Bibbia si prenda cura di mettere un ulteriore limite all’uomo, in Esodo 22,15-16, la così detta “legge del seduttore”: “15] Quando un uomo seduce una vergine non ancora fidanzata e pecca con lei, ne pagherà la dote nuziale ed essa diverrà sua moglie.[16] Se il padre di lei si rifiuta di dargliela, egli dovrà versare una somma di denaro pari alla dote nuziale delle vergini”. Non si parla di stupro, quindi il rapporto è consenziente, tutt’al più si può trattare di un raggiro, di una seduzione da parte dell’uomo nei confronti della ragazza. È importante considerare che la ragazza, la vergine, deve essere “non ancora fidanzata”, per il fatto che la verginità aveva un valore economico poiché lo sposo promesso versava una certa somma per avere la futura moglie illibata e costituiva quindi per la famiglia della ragazza un vero e proprio investimento. Per questo l’avere avuto un rapporto prima che sia fidanzata è considerato un “furto” e quindi, se il padre rifiuta di darla in sposa dopo essere stata sedotta, il rubacuori deve comunque risarcire la famiglia con il “prezzo nuziale delle vergini”. La ragazza non viene punita, non se ne fa cenno, e pure l’uomo deve solo risarcire finanziariamente, è un reato, chiamiamolo così, civile, amministrativo, e non un peccato religioso. Non vi è giudizio sui due protagonisti, né sulla donna, né sull’uomo, oltre al danno patrimoniale per aver ceduto agli istinti sessuali che però non sono considerati peccato o addirittura sacrilegio. I rapporti prematrimoniali non sembrano proprio un’anomalia rispetto le abitudini del tempo e non certamente un’offesa contro Dio, come invece, si è visto, l’adulterio o l’incesto.

 Quindi perché per la Chiesa costituiscono peccato e peccato mortale? Per il fatto che l’ha detto Agostino e sostenuto altri dottori della chiesa? Uomini che interpretano, a volte inventano e leggono ciò che non c’è, magari per coprire o assolversi, probabilmente inconsciamente, da presunte colpe che essi stessi si attribuiscono o investiti da una specie di delirio mistico, lo stesso che ha portato tante persone a punire il proprio corpo con vere e proprie torture, dal cilicio, alla fustigazione, al digiuno, per elevare lo spirito, in contraddizione, tra l’altro, con l’insegnamento di Gesù che, mi sembra, queste cose proprio non le tollerava. E allora il giovane o il dubbioso si chiedono perché lo hanno fatto? Che senso ha? La risposta sarebbe semplice e scontata, ma accenniamola pure, mantenere il potere sugli altri. Ma a parte ciò sta di fatto che non funziona più, sostenere simili tesi oggi di fronte dei giovani e anche dei meno giovani non ottiene altro risultato che allontanarli sempre di più, renderli indifferenti, rinunciatari alla fede che sarebbe invece fondamentale e importante nelle prospettive future. In una cultura dove non solo si va sempre più affermando il miraggio di una vita illimitata e del benessere totale, anche la promessa di una immortalità seppure in un altro mondo, non può più sottostare all’idea che la vota all’espiazione, alla sofferenza, alla colpa per raggiungere tale fine, l’uomo si sente un essere facente parte della natura e non superiore all’interno di essa, non si sente un prediletto, ma una piccola particella che la compone, dotato sì, di una razionalità specie specifica, che però non giustifica la sua superiorità che, al contrario, deve essere messa a disposizione di tutto il creato, anche inteso come manifestazione divina, e non il dover vivere con senso di colpa o sempre allerta per non “peccare”, non trovarsi sulla strada più giusta. 

 E la Chiesa non si muove? No, si muove eccome, anche se con un certo ritardo. Simili problemi, i rapporti con la scienza, le nuove generazioni ecc. erano già state messe sul piatto dal Concilio Vaticano II con Papa Giovanni XXIII e nell’enciclica Gaudium et Spes del 1965, ma, nei papati successivi, è rimasta un po’, si potrebbe dire, trascurata. Ma ora sembrerebbe che uno spiraglio si sia aperto e questo spiraglio si chiama Papa Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, il Papa venuto dal “nuovo mondo”. In un articolo di qualche anno fa un noto e compianto editorialista scrisse un articolo in cui annunciava, con entusiasmo, che il Papa “Ha abolito il peccato”. Non esageriamo, anche perché il peccato esiste e si identifica con il male che, volendo o non volendo, nel mondo, forse nel nostro mondo, è una realtà, dipende però da come lo si intende. 

 Scrive Papa Francesco: “Premesso che — ed è la cosa fondamentale — la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire”. Parole che pesano molto, e non tanto per la novità, in fondo non è che dicano nulla di così innovativo, ma perché pronunciate da un Papa. Bergoglio sembra davvero essere una grande speranza, aprire strade nuove, pur non trasgredendo fondamentalmente l’insegnamento e il messaggio cristiano. C’è da sperare bene. È bello che metta subito in chiaro che la “misericordia di Dio non ha limiti” se ci si rivolge a lui con sincerità e convinti del proprio errore, in quanto è proprio ciò che Cristo non fa altro che ribadire nel Vangelo. E sempre in linea con la parola di Gesù è quel richiamo alla coscienza, alla coscienza dell’uomo. Il peccato si manifesta quando si va contro la propria coscienza, nel momento in cui si decide, si sceglie, tra il bene e il male. Non sembrerebbe quindi una questione di leggi prestabilite, ma affidata alla scelta dell’uomo stesso, singolo e, al limite, di gruppo. Da notare che il Papa parla principalmente di “non credenti”, quindi di persone che della legge della Chiesa se ne possono disinteressare.

 Ma sorgono alcuni problemi a mio avviso. Intanto si dovrebbe specificare, definire, cosa si intende per coscienza, ma è un argomento che aprirebbe una disquisizione infinita che oscillerebbe tra metafisica, neuroscienza, filosofia, senso comune e religione, senza approdare a nulla di definitivo. Forse l’unica cosa su cui si potrebbe trovare un un punto di contatto è che la coscienza non si trasmette con il DNA, non tutta almeno, ma dipende dall’esperienza e dall’insegnamento che si riceve in vita. Il “bene” di una civiltà e, spesso, di un ceto anche all’interno della stessa comunità, non è uguale per tutti e così il “male”; la poligamia è un male e anche proibito dalla legge civile nella cultura occidentale, ma è cosa normalissima, anzi auspicabile in altre culture, per esempio in quelle civiltà dove la vita media è molto bassa e quindi la mortalità infantile alta. Ne verrebbe che anche il peccato differisce da cultura a cultura, poiché andare contro la mia coscienza non annovera gli stessi canoni dell’andare contro coscienza di un aborigeno dell’Australia. 

 Recita il Catechismo della Chiesa Cattolica: “1260 Cristo è morto per tutti e la vocazione ultima dell'uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale ».59 Ogni uomo che, pur ignorando il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, cerca la verità e compie la volontà di Dio come la conosce, può essere salvato. È lecito supporre che tali persone avrebbero desiderato esplicitamente il Battesimo, se ne avessero conosciuta la necessità”. Giusto, e quindi se una persona è venuta a contatto con la predicazione del vangelo sarà salva se si riconosce in esso. Ma in cosa del Vangelo? Di nuovo nelle leggi o prescrizioni morali contenute effettivamente nel Vangelo di Gesù o in quelle dedotte, interpretate, imposte dalla Chiesa e quindi da uomini? E cosa accade se non ci si riconosce in toto in quella morale, se la propria coscienza non accetta valori o pseudo-valori che ormai non hanno più senso, se mai l’hanno avuto? Si torna al punto di partenza, la Chiesa e gli uomini che la compongono, la Chiesa come istituzione non come comunità, si attribuiscono il ruolo di unici “veri” interpreti della parola di Cristo e suoi mediatori presso Dio. Ma ciò è discutibile, nello stesso vangelo, nella prima lettera di Timoteo, è detto chiaramente che intermediario tra l’uomo e Dio è solo Gesù, nessun altro: “TM 1 [5] Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, [6] che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l'ha data nei tempi stabiliti, [7] e di essa io sono stato fatto banditore e apostolo - dico la verità, non mentisco -, maestro dei pagani nella fede e nella verità”. A meno che non si voglia affermare che ci sia necessità di un intermediario anche tra l’uomo e Gesù, il senso di quelle parole mi sembra chiaro.

 Insomma per poter avvicinare in maniera sincera e far capire e sentire il messaggio di Cristo anche in un mondo che sta andando, anzi è già entrato, in una prospettiva postumana, nel senso proprio di un nuovo umanesimo, sarebbe necessario rivedere o almeno riconsiderare molti dei “precetti” e delle interpretazioni che per secoli hanno costretto l’uomo, il credente, a concepire la propria vita come una espiazione, votata solo alla sofferenza, senza capire che se Cristo si è sacrificato e ha patito, lo ha fatto proprio per cercare di alleviare la sofferenza dell’uomo in questo mondo, di renderlo più libero. Impresa non facile e, soprattutto, complessa perché ciò comporterebbe da parte della Chiesa, o di una parte di essa, la rinuncia a quel potere, ora per lo meno, o più o meno, solo spirituale, che ha sempre esercitato con la paura e l’imposizione. Dovrebbe forse trovare i mezzi di comunicazione giusti? Non riesce la Chiesa a adeguarsi ai nuovi media? No, la Chiesa è sempre stata capace di farlo e meglio di molti altri, è una questione di contenuti.

 


 


Dunque la Chiesa non ha i mezzi necessari o non vuole usarli per entrare in un discorso contemporaneo? No, decisamente no. La Chiesa ha sempre saputo sfruttare gli strumenti di comunicazione e di persuasione che la scienza e la tecnica, la tecnologia, metteva via a via a disposizione nel corso dei tempi, ma in una certa ottica, soprattutto di evangelizzazione. Principalmente attraverso la parola, la predicazione orale, come prescrivevano i vangeli. Poi, per chi ne aveva la cultura, la tradizione manoscritta in tutte le sue forme, dalla semplice pergamena ai ricchi e bellissimi codici miniati creati con arte, fatica e pazienza nei monasteri. La stampa, dopo alcune resistenze iniziali e sotto l’imperante esempio dell’operazione Lutero. Ma è a cominciare dal XX secolo che il processo iniziò un’accelerazione, seppur non eccessiva e che ha trovato diversi ostacoli, con La Vigilanti cura di Pio XI, del 1936 e la Miranda Prorsus di Pio XII, nel 1957 che prendevano atto non solo della potenzialità della radio, ma soprattutto del cinema che stava spopolando in tutto il mondo, almeno occidentale, rivelandosi un potentissimo mezzo non solo di diffusione, ma di propaganda, come avevano dimostrato i regimi totalitari degli anni ‘20-’45 nella vecchia Europa. Con il Concilio Vaticano II la Chiesa entra finalmente nel vivo della questione, ora non sono solo più il cinema e la radio, la televisione penetra sempre di più nelle case di tutti i cittadini, atei e credenti, e ha una capacità di manipolazione e suggestione mai constatati prima. Inter mirifica, promulgato il 4 dicembre 1963, costituisce una pietra miliare in questo processo. In realtà anche questo decreto incontrò molte difficoltà. Tra i progressisti che lo ritenevano poco attuale e quasi per nulla aperto verso il mondo laico e i conservatori che ne avvertivano il pericolo per la tradizione e il possibile mutamento dell’atteggiamento verso la Chiesa. Ne venne che alla fine fu emendato quasi dei due terzi, prima di essere approvato. Ma il passo almeno era stato fatto.

 Da allora sono stati molti gli interventi di Pontefici e Cardinali sul tema, e quasi, quasi, sempre in favore di una maggiore apertura verso i mass media, riconoscendo questi prodotti tecnici non solo un mezzo utile, anzi indispensabile, per diffondere il Vangelo, ma pure per proporre, almeno nelle intenzioni, una nuova evangelizzazione. Ancora oggi si sentono rimproveri soprattutto indirizzati a Paolo VI, a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI per aver troppo spesso posto l’accento sui pericoli che la comunicazione moderna nascondeva, ma tutto sommato sembrano semplicemente delle precauzioni, delle constatazioni che, tra l’altro, non provenivano e non provengono solo dalle loro voci, ma anche da quelle laiche, mentre è vero che i Papi hanno sempre spinto verso l’uso appropriato dei mass media, definendoli anche tra le creazioni “meravigliose” che Dio ha messo a disposizione dell’uomo. 

 Basta ricordare la Evangelii Nuntiandi del 1975 di Polo VI nella quale si introduce il concetto che è compito dei sacerdoti e degli uomini di chiesa in generale diffondere il vangelo con i nuovi mezzi perché raggiunga e comprenda le culture nuove con le quali è possibile comunicare, poi l’esortazione apostolica “Christifideles laici”, del 1988 e l’Enciclica “Redemptoris missio” del 1990 con le quali Wojtyła sembra cambiare registro. “Il primo areopago del tempo moderno è il mondo delle comunicazioni, che sta unificando l'umanità rendendola - come si suol dire - «un villaggio globale». I mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento informativo e formativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali. Le nuove generazioni soprattutto crescono in modo condizionato da essi. Forse è stato un po' trascurato questo areopago: si privilegiano generalmente altri strumenti per l'annunzio evangelico e per la formazione, mentre i mass media sono lasciati all'iniziativa di singoli o di piccoli gruppi ed entrano nella programmazione pastorale in linea secondaria. L'impegno nei mass media, tuttavia, non ha solo lo scopo di moltiplicare l'annunzio: si tratta di un fatto più profondo, perché l'evangelizzazione stessa della cultura moderna dipende in gran parte dal loro influsso. Non basta, quindi, usarli per diffondere il messaggio cristiano e Magistero della chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa «nuova cultura» creata dalla comunicazione moderna.”, recita l’enciclica al n. 37, ed è la presa di coscienza che la tecnologia, ormai internet, sono una realtà, stanno creando una nuova cultura, un nuovo modo di interpretare il mondo. E il Papa si domanda se la Chiesa è pronta o meglio capace di entrare in modo costruttivo e non solo strumentale nella inedita cultura digitale. Un nuovo passo in avanti. Poi gli interventi di Benedetto XVI nel suo Messaggio per la 42° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2008, 2009, in cui emerge l’esigenza della Chiesa di rispettare anche le verità degli altri con la possibilità che i mezzi di comunicazione offrono di entrare in contatto e in dialogo con differenti realtà religiose e non, anche in tempo reale, per cui la sforzo della Chiesa non può limitarsi a utilizzare i nuovi mezzi i nuovi linguaggi per non rimanere in dietro, ma piuttosto per far sì che la parola del Vangelo sia accessibile e possa raggiungere più gente possibile entrando nel loro modo attuale di pensare, di esprimersi e recepire messaggi. 

 Già nel 1991 c’era chi aveva capito nell’ambito della Chiesa che la trasformazione non era solo superficiale o esteriore, ma aveva colto l’uomo, il mondo dei media era diventato il suo mondo, l’ambiente, che diverrà quasi privilegiato, in cui vivere, qualcosa che lo plasma e con lui il suo modo di sentire, di percepire le cose e interpretarle. Questo precursore è stato il Cardinale Martini, personaggio centrale nella seconda metà del ‘900 per il discorso religioso, sociale e per le aperture che ha saputo proporre, sempre con una discrezione e una lucidità mentale invidiabili, ma intanto nella Lettera Pastorale Il lembo del mantello, appunto nel lontano 1991, quando internet non era ancora lo strumento principe della comunicazione scriveva: “I media non sono più uno schermo che si guarda, una radio che si ascolta. Sono un’atmosfera, un ambiente nel quale si è immersi, che ci avvolge e ci penetra da ogni lato. Noi stiamo in questo mondo di suoni, di immagini, di colori, di impulsi e di vibrazioni come un primitivo era immerso nella foresta, come un pesce nell’acqua. È il nostro ambiente, i media sono un nuovo modo di essere vivi. Ma vivi come? Di recente è stata sviluppata la seguente tesi: come l’ideologia dispensa dal pensare, come la burocrazia dispensa dall’agire, così i media dispensano dal sentire. I sentimenti superficiali scacceranno quelli più profondi?” Sempre stato avanti ai tempi il Cardinal Carlo Maria Martini.

 Ci vorrà il nuovo millennio e un Papa venuto dal Mondo Nuovo, con sulle spalle la Teologia della Liberazione che, seppur apertamente condannata da Bergoglio, lo deve avere suggestionato, se non altro per averne vissuto direttamente il clima, per trovare una vera e propria riflessione e apertura alle nuove esigenze e visioni del mondo. Sia ben inteso, Francesco non è un “rivoluzionario”, la sua opera è sempre contenuta in quelli che sono i canoni della Chiesa, con i suoi dogmi e tutto il resto, ma diverso è il modo di affrontarli, di porvisi davanti. Forse è la prima volta che un Papa di fronte l’abbandono e l’indifferenza della gente verso la religione e la chiesa si domanda se la responsabilità sia tutta della società, della globalizzazione e dei cattivi costumi e non invece, che una certa colpa l’abbia proprio la Chiesa stessa: “Forse la Chiesa è apparsa troppo debole, forse troppo lontana dai loro bisogni, forse troppo povera per rispondere alle loro inquietudini, forse troppo fredda nei loro confronti, forse troppo autoreferenziale, forse prigioniera dei propri rigidi linguaggi, forse il mondo sembra aver reso la Chiesa un relitto del passato, insufficiente per le nuove domande; forse la Chiesa aveva risposte per l’infanzia dell’uomo ma non per la sua età adulta. Il fatto è che oggi ci sono molti che sono come i due discepoli di Emmaus; non solo coloro che cercano risposte nei nuovi e diffusi gruppi religiosi, ma anche coloro che sembrano ormai senza Dio sia nella teoria che nella pratica”, scriveva ai Vescovi Brasiliani nel 2013. Sembra quasi che la Chiesa non si sia accorta o non abbia voluto accorgersi del cambiamento dei tempi, non solo del cambiamento della società, ma dell’uomo. Non abbia voluto riconoscere che l’uomo non è un essere completo, finito, espressione del massimo che la natura può dare, ma pur sempre un ente in evoluzione e che i cambiamenti, a volte lenti, a volte più veloci, ci sono e sono costanti e non sempre controllabili da istituzioni e leggi, come è stato nel passato, anche perché ormai sembrano anche autodiretti. 

 La Chiesa forse ha continuato nel cercare di perseguire i propri fini, fosse anche solamente l’evangelizzazione, con un atteggiamento rigoroso che ha posto la propria attenzione più su fattori, si potrebbe dire, “esteriori”, cercando di indurre le coscienze più che a incoraggiare, a renderle partecipi del messaggio di Cristo, con discorsi e esempi, magisteri più che altro dogmatici, senza porre attenzione alle vere esigenze delle nuove generazioni e non solo. Papa Francesco è in qualche modo diretto, la comunicazione e i suoi mezzi sono utili, indispensabili, per diffondere il messaggio della Chiesa, ma non come un mezzo di persuasione più o meno occulta, in quanto l’incontro con Cristo è “personale” e non serve a niente operare un “lavaggio di cervello” del fedele o del futuro fedele, magari con dogmi e imposizioni che tendono a spaventare e colpevolizzare chi si accosta al messaggio, pure se con senso critico o scettico. Scrive Francesco nel testo dell’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali del 21 settembre 2013: “E’ importante cari amici, l’attenzione e la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione, per dialogare con l’uomo d’oggi e portarlo all’incontro con Cristo, ma l’incontro con Cristo è un incontro personale. Non si può manipolare. In questo tempo noi abbiamo una grande tentazione nella Chiesa, che è l’”acoso” spirituale: manipolare le coscienze; un lavaggio di cervello teologale, che alla fine ti porta a un incontro con Cristo puramente nominalistico, non con la Persona di Cristo Vivo. Nell’incontro di una persona con Cristo, c’entra Cristo e la persona! Non quello che vuole l’ingegnere spirituale che vuol manipolare”. Sufficientemente chiaro, mi sembra. 

 È probabile che il problema di fondo della deludente adesione o addirittura del mancato interesse delle generazioni più o meno giovani verso il cristianesimo e, soprattutto, la Chiesa, sia proprio una errato modo si porsi da parte di quest’ultima di fronte a una cultura che ormai è radicalmente cambiata entrando nella formazione quasi genetica dell’uomo. Una spiritualità come quella cristiana, perché la spiritualità in senso generale come il sacro non sono spariti, andrebbe rifondata a partire dal “basso”, dalla vita, intesa proprio nel suo senso fisico, materiale, la gente non è più disposta a credere solo nei “libri”, è cosciente che la vita è, per il momento almeno, terrena e è fatta di incontri, di relazioni con gli altri. E che se una vita eterna ultraterrena è desiderabile e auspicabile, non di meno è importante quella sul Pianeta e il più possibile serena, con il minimo di dolore e sofferenza e, naturalmente, il più duratura possibile.

 Inoltre c’è da considerare che ormai nel mondo attuale, ma forse da sempre, il messaggio non ha valore e efficacia solo in funzione di chi lo emette, ma anche il destinatario, con le sue impressioni e il suo retroterra culturale e la sua esperienza di vita ha un ruolo preminente. Non lo si può più concepire come un obiettivo da colpire, quasi un bersaglio inerme che attende, magari dal pulpito in pietra o telematico che sia, di essere investito da cose e nozioni di cui neppure aveva forse richiesto di essere fornito. Non è una spugna. È un ente che interagisce che partecipa, se giustamente coinvolto, con il dare e il ricevere. È necessario comunicare ciò che si è, ciò che è possibile in coerenza con i tempi, gli sviluppi e l’evoluzione del presente. Non è più pensabile il poter presentare e predicare un mondo “impossibile”, che si fonda su canoni e dogmi che non possono essere seguiti e applicati nella realtà, non solo perché non più conformi alla vita contemporanea, ma per il fatto che, in fondo, non lo sono mai stati e con la prospettiva, pur sempre incerta, che è pur sempre scommessa, di una vita eterna e futura. Non è possibile, a meno che, soltanto per avvicinarsi a quel tipo di vita, non si faccia come Francesco, San Francesco, che alla fine fu sempre osteggiato dalla Chiesa, nonostante la sua ostinata obbedienza, uno dei principi fondamentali della sua idea di religione e Chiesa, e che i cui seguaci più fedeli, gli Spirituali, coloro che dopo la sua morte volevano proseguire alla lettera il suo insegnamento, la Regola sine glossa, che sarebbe poi coincidente con quello di Cristo, furono perseguitati si potrebbe dire dalle loro prime manifestazioni con una punta all’epoca del pontificato di Bonifacio VII (dopo che Celestino V aveva dimostrato una certa indulgenza) per culminare poi con Giovanni XXII salito al soglio pontificio nel 1316, che diede l’incarico al famoso inquisitore Bernardo Gui di braccarli, poi con le lettere bollate Quorundam exigit, Sancta Romana e Gloriosam Ecclesiam, tra il 1317 ed il 1318, gli Spirituali vennero definitivamente dichiarati eretici e da quel momento spesso condannati al rogo dalla Chiesa.  

 Se è vero, ed è comunque da dimostrare, che la scienza può spiegare il mondo, ma non riesce a dargli un senso, Hans-Peter Dürr parla della fisica come la “scienza del come” e della teologia come la “scienza del cosa”, allora la religione, quella che si predica agli uomini e ciò che gli stessi uomini percepiscono, non può suonare ai loro orecchi come qualcosa che è “incapace di generare senso”, non riuscendo a collocarsi all’interno del discorso contemporaneo, o meglio, saprebbe benissimo come farlo, ma questo comporterebbe irrimediabilmente la rinuncia a dei punti fissi, tra l’altro come già detto, più stabiliti dagli uomini di Chiesa che dai testi sacri, e ciò porterebbe la Chiesa stessa a dover abdicare a un potere e una visione del mondo che, di fatto, non esistono più. Lo stesso Francesco nella già citata comunicazione ai vescovi brasiliani dichiarava: “Serve una Chiesa che non abbia paura di entrare nella loro notte. Serve una Chiesa capace di incontrarli nella loro strada. Serve una Chiesa in grado di inserirsi nella loro conversazione. Serve una Chiesa che sappia dialogare con quei discepoli, i quali, scappando da Gerusalemme, vagano senza meta, da soli, con il proprio disincanto, con la delusione di un Cristianesimo ritenuto ormai terreno sterile, infecondo, incapace di generare senso” (corsivo mio).

 Una soluzione definitiva e rigorosa per uscire da questa impasse non esiste, sono processi che hanno i loro tempi e, spesso, non sono brevi. Papa Francesco però un’indicazione ancora una volta ha saputo darla, ancora nell’Assemblea delle Comunicazioni Sociali del 2013, scrive: “Una Chiesa che accompagna il cammino, sa mettersi in cammino con tutti! E anche c’è un’antica regola dei pellegrini, che Sant’Ignazio assume, per questo io la conosco! In una delle sue regole dice che quello che accompagna un pellegrino e che va col pellegrino, deve andare al passo del pellegrino, non più avanti e non ritardare. E questo è quello che voglio dire: una Chiesa che accompagna il cammino e che sappia mettersi in cammino, come cammina oggi. Questa regola del pellegrino ci aiuterà a ispirare le cose”. È l’insegnamento di Ignazio di Loyola, ma, ancora prima, quanto è riportato nel vangelo di Luca a proposito dell’incontro di Emmaus (Lc. 24, 13-35), concetto ribadito dal Papa nella Celebrazione mattutina trasmessa in diretta dalla Cappella di Casa Santa Marta, Gesù è il nostro compagno di pellegrinaggio di domenica, 26 aprile 2020. Il pellegrino, l’homo viator, colui che viaggia in terra straniera in continua ricerca.

 Il pellegrino, il viandante, il nomade. La tensione perenne dell’uomo verso lo sconosciuto e la possibilità di aprirsi al nuovo, di coglierlo, senza scartarlo a priori secondo un ragionamento o anche solamente un atteggiamento dualistico. Può essere benissimo pure una ricerca di se stessi, ma anche di Dio, di un assoluto. Il pellegrino o il nomade non sono solo coloro che camminano verso una meta o una presunta meta o, se si vuole, verso una meta definita, ma che, procedendo sulla via, passo dopo passo, non è indifferente a ciò che sulla strada incontra, non immune dal variare del panorama, del clima, delle tradizioni e delle abitudini di chi incontra sul cammino. E, soprattutto, non nutre l’intenzione di imporre il proprio senso delle cose e della vita, quanto piuttosto accetta di camminare assieme, di trovare il punto di contatto, la zona intermedia di dialogo tra due posizioni antitetiche, e neutra nella quale è possibile un incontro e non uno scontro antinomico. 

 In questo caso la strada, anzi le strade, sono quelle del web, ma non in senso strumentale, non sono solamente dei mezzi, ma sono quasi l’anima stessa di chi li usa, la tecnica ormai, ma forse lo è sempre stata, non è un mezzo utile all’uomo, ma è l’uomo, ne fa parte come elemento costitutivo capace di mutare anche la sua struttura cerebrale e tutto ciò che ne consegue. Per questo è inutile continuare nel tentativo di imporre o affermare dogmi che nessuno sente ormai, non solo come propri, ma neppure facenti parte del sistema che lo regge, si potrebbe dire che sono alieni dalla dalla loro natura. C’è un altro modo di pensare, di vivere, di porsi di fronte alla natura, forse veramente più in comunione con essa allontanandosi sempre di più da una visione rigorosamente antropocentrica, di dominio e imposizione. La religione non sposerà mai la scienza, né una qualche forma di scienza o di tecnica o di tecnologia diverrà mai religione, non è possibile, sono due modi di pensare differenti entrambi appartenenti e essenziali all’essere dell’uomo, ma il punto d’incontro ci può essere e forse è proprio quello che è necessario cercare e trovare. E capire che la scienza, la tecnica, la tecnologia non possono essere per chi crede, che uno dei tanti doni che Dio ha fatto all’uomo.

 

 

 

 


A questo punto potrebbe spontaneamente venire in mente che, nonostante gli interventi dei Pontefici negli ultimi decenni almeno a partire dal Concilio Vaticano II, il cristianesimo sia stata una religione o un insieme di idee, ostili al progresso tecnico-scientifico, se non alla scienza tout court. È un’opinione che si è consolidata a partire almeno dall’illuminismo che lascia, in realtà, molte domande aperte e, soprattutto, diversi nodi che vengono al pettine. Non si tratta di revisionismo, ma di una analisi attenta a quella che è stata la storia delle idee così come si presenta attraverso i tempi. Il punto di partenza comune a cui si fa riferimento di solito è che il cristianesimo abbia interrotto per molto tempo la tradizione scientifica iniziata in età classica greca e proseguita in quella ellenistica e, forse, durante il dominio romano, per poi ricomparire solo, anche se timidamente, durante il Rinascimento, ma le cose, a ben vedere, non sembra siano andate esattamente così.

 Diversi studiosi hanno già notato come il cristianesimo, non solo non ha interrotto uno sviluppo, ma che, probabilmente, lo si può considerare alla base del pensiero scientifico moderno e, con un abile salto temporale, contemporaneo. È bene considerare quali erano le premesse del pensiero greco in riguardo alla natura e quello che potremmo definire il progresso, cioè ciò a cui tende la scienza. L’invariabilità e la fissità si possono ritenere due concetti base del pensiero greco, attraverso i quali è possibile avvicinarsi alla perfezione e a un presunto assoluto, un’eternità che in qualche modo si identificava con il concetto di tempo infinito e indefinito. La natura era suscettibile di cambiamenti e mutazioni, chiaramente, ma non come progresso quanto con un accento negativo, come qualcosa di instabile, il cui ritorno alla situazione di partenza doveva essere inevitabile. A ciò si unisca il fatto che il destino, il fato, giocava il ruolo principale di gestore della vita e della moralità dell’uomo vista come l’equilibrio da non oltrepassare proprio per non scombinare i progetti del destino stesso. Per cui l’idea di progresso si confina all’interno di un’immagine dall’incedere frenato, incerto, passeggero. 

 Anche la visione dell'intraprendenza e della progettualità umane non erano considerate in maniera del tutto positiva dal pensiero greco, qualora esse tentavano o si proponevano di andare al di là delle leggi naturali, di spingersi oltre, di peccare insomma di hybris, di tracotanza, atti che si dirigevano verso un presunto male a cui il dio, o la natura avrebbero reagito con l’inevitabile punizione, come accadde a Prometeo o a Icaro. Non ultima è da tenere presente la concezione che la civiltà greca aveva del tempo. Essa era di carattere circolare anziché lineare come sarà quella cristiana e quindi incapace di produrre un progresso che tale si possa definire secondo le nostre concezioni, per lo meno, attuali. Il tempo, la storia si potrebbe dire, torna sempre su stessa, è in qualche modo ripetitiva, non vi è quindi progressione e avanzamento, non vi è un vero e proprio scopo a cui tendere e tanto meno un orizzonte teleologico, e la sapienza dell’uomo consiste proprio nell’avere coscienza di ciò. Non esiste all’esterno un ente, un creatore, che possa indirizzare la storia e darle un senso, ciò che rimane non è altro che la possibilità di custodire l’equilibrio interno al cosmos. Insomma quella che è l’idea moderna, poi postmoderna e ora pure postumana della scienza come base del miglioramento umano, per mezzo della tecnica e della tecnologia, al fine di raggiungere un sempre maggiore benessere materiale non trova un vero e proprio corrispettivo nel pensiero greco e latino antico, non vi era presente questa tensione.

 Il pensiero cristiano, anzi ebraico-cristiano, introduce elementi e visioni nuove nel panorama culturale e filosofico dell’antichità. La storia viene costruita dall’uomo con la progettualità che sottintende un anelito di libertà e la scelta, più o meno consapevole, di operare verso il bene o verso il male. Vi è un orizzonte teleologico, un inizio e un fine, il regno di Dio e la “divinizzazione” dell’uomo, per usare un termine caro a Andrea Vaccaro, è la coscienza del “già ma non ancora”. La ricerca e l’avanzamento scientifico lo si intende principalmente come il processo con cui è possibile conoscere le leggi della natura e del mondo e di poterle rappresentare in maniera comprensibile per poi, attraverso la tecnica e la tecnologia, trasformare, adattare il mondo in maniera che il nostro livello di vita possa accrescersi verso un sempre maggiore benessere. Naturalmente tutto ciò dovrebbe attuarsi senza violenza nei confronti della natura e nel pieno rispetto della stessa, se non altro per non cadere in un auto-decadimento. 

 In questo senso mi sembra che le Scritture assegnino proprio questo ruolo all’uomo (forse con un accento ancora troppo antropocentrico), cioè quello di custodire il mondo e di renderlo vivibile, di umanizzarlo, pur rispettandolo, e supplendo alle “carenze biologiche” che gli impedirebbero di vivere con le dotazioni solo naturali nella natura come qualsiasi altro animale. Non credo infatti che quanto si legge in Genesi 1, 26-28, 2, 5-20 e in altre parti della Bibbia sia da intendere in maniera letterale, sempre considerando l’effetto traduzione (per la quale mi affido agli esperti), nel senso che quei verbi dominare e soggiogare la Terra, siano piuttosto da intendere come custodire, prendersene cura, pur rendendola confacente alla propria esistenza, esattamente come d’altronde espresso in GEN 2,15 “Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”. 

 Eppure è indubbio che la religione dei limiti, se non dei veri e propri impedimenti, alla ricerca scientifica e tecnologica li ha messi, e, volendo essere scontati, si pensi al caso Galileo. Tuttavia non e pensabile che le alte sfere ecclesiastiche non fossero partecipi delle idee eliocentriche di Copernico e delle teorie di Galileo, visto che, ad esempio, come noto, già nel XIV secolo i rettori dell’Università di Parigi e vescovi Nicola d’Oresme e Alberto di Sassonia erano a conoscenza che fosse la Terra a girare attorno al Sole e non il contrario e che formularono delle teorie che furono poi alla base delle ricerche di Copernico. Il problema è da rintracciare, forse, nel fatto che la religione si manifesta a due livelli differenti, uno come sistema di idee e l’altro come religione organizzata, in altre parole come Chiesa, sistemi che non di rado occupano posizioni diverse su un singolo argomento, al punto che una nuova idea o modo di essere o, ancora, di comportarsi, sia accettata dal cristianesimo inteso come insieme di idee e, per così dire, indirizzo filosofico-morale, ma non da quello del sistema strutturato della chiesa. Tutto ciò non deve stupire, fa parte infatti del normale corso delle cose, poiché le religioni hanno sempre agito su due livelli differenti: sul primo si creano un complesso di fondamenti di idee e di ideologie e, soprattutto di morale, nel senso di modo di comportarsi e di pensare, di interpretare il mondo contemporaneo, che agisce e si insinua in maniera spesso sottocutanea se non inconscia, mentre dall’altro si creano un insieme di norme e di regole e pur anche di istruzioni di carattere dottrinale (e non di rado variabili nel tempo) che hanno un significato soprattutto di controllo sociale e politico, e che operano in sinergia, più o meno evidente, più o meno in linea, con le altre istituzioni della società. Ora è indubbiamente vero che la religione come delineata nel secondo caso, ossia come istituzione, abbia contrastato, e non di rado, il progresso scientifico e tecnologico, ma ciò non esclude che il Cristianesimo come insieme di idee non sia stato, seppur in maniera non preminente,  un motore per la stessa ricerca scientifica e per una nuova concezione pure filosofica di essa. 

 Il vento nuovo che il Cristianesimo ha portato nel pensiero greco-latino, come già accennato, è stato non solamente in una visione diversa del tempo e della storia, ciclica l’una, lineare l’altra, ma anche una vera e propria ragione motivazionale, una spinta per l’interagire della parte teorica e della parte pratica della scienza, al fine di raggiungere un benessere, foss’anche solo spirituale, ma comunque collocabile nel mondo in previsione della divinazione finale, cosa che fondamentalmente mancava nel pensiero greco, come ben ha notato, tra gli altri, Giancarlo Stile (2019): “Passando al merito, è ben vero che l’antichità greco-ellenistica coltivava sia teoria sia empiria; tuttavia la teoria era sostanzialmente ‘anempirica’, e l’empiria era sostanzialmente ‘ateorica’. Per questo il sapere greco era destinato prima a ristagnare e poi a regredire, cosa che in effetti successe a partire dal II sec a.C. (e dunque ben prima della nascita del cristianesimo), per cui più che di rivoluzione ‘dimenticata’, sarebbe appropriato parlare di rivoluzione ‘abortita’. E se il contributo del cristianesimo quale portatore di una nuova concezione cosmo-antropologica si fosse anche solo limitato a sanare questa cesura, si tratterebbe comunque di un contributo estremamente rilevante per la nascita della scienza moderna”.

 Dal punto di vista della posizione del Cristianesimo non istituzionalizzato il problema nei confronti della scienza e della tecnologia si potrebbe risolvere nella differenza di atteggiamento per quel che riguarda da una parte la visione di una certa evoluzione storica, poiché nonostante il fatto che il Cristianesimo non opti per un andamento ciclico di questa, ma lineare, in esso, a causa probabilmente della situazione contingente alla luce delle conoscenze scientifiche dei primi cristiani, si è instaurata una specie di fissità che impedisce di vedere la storia come un divenire. Ma questa concezione sembra ormai superata, nel senso che di fatto, pochi sono i credenti convinti della ipotesi creazionista piuttosto che di quella evoluzionista ad esempio, anche se il Catechismo si guarda bene dall’affrontare la questione e parla solo di creazione in “in stato di via” (cap. 1, 302), ma ciò non comporta un riallineamento tra religione e scienza e, più in generale, con le nuove istanze della società. Il pensiero diciamo pure scientifico pone, come deve essere, il progresso e la realizzazione dell’uomo tutto in un fattore umano, nelle forze che l’uomo ha a disposizione per capire, interpretare e adeguare la natura, mentre quello cristiano fa sempre affidamento e riferimento a Dio che conguaglia in sé le forze evolutive. Bene, credo, ha espresso questo concetto Pierre Teilhard de Chardin (in Esprit, agosto 1946, poi in La scienza di fronte a Cristo ): “È così che, attraverso la semplice incorporazione e assimilazione delle vedute evolutive moderne da parte del pensiero cristiano, si trova, a mio avviso, soppressa la barriera tra Ragione e Fede che, da quattro secoli, non aveva smesso di crescere. Una volta scartato l’ostacolo fissista, nulla impedisce più a cattolici e a-cattolici di avanzare frontalmente, mano nella mano, sui grandi cammini della Scoperta. Da una parte e dall’altra una franca collaborazione è oggi diventata possibile.

Si può ciononostante dire che qualsiasi motivo di divergenza sia per sempre soppresso tra gli avversari di ieri? No. Perché in essi sono ancora riconoscibili, sotto il comune e identico gesto della ricerca, due opposte mistiche, due “spiriti” diversi, che non possono far a meno di affrontarsi ancora e per lungo tempo: “spirito faustiano”, da una parte, che pone il segreto del nostro destino in un certo potere inerente all’Umanità di realizzarsi con le sue proprie forze, da sola; e “spirito cristiano”, dall’altra parte, teso, nel suo sforzo costruttivo, verso l’unione a un Dio che ci sostiene e ci attira attraverso tutte le potenze del Mondo in evoluzione”.

 Il problema non sussiste tanto in questo divario, infatti scienza e religione possono continuare ognuno per la propria strada senza intralciarsi, anzi, a volte, essere supporto l’una all’altra. Il problema sorge quando il discorso si sposta sulla religione istituzionalizzata, sulla Chiesa così come ancora oggi, nonostante i progressi, ancora si configura. Sembra infatti del tutto deleterio per la religione continuare a imporre dogmi e proposizioni della vita che non sono più compatibili con la realtà storica e con il buon senso, contrapponendosi anche al mondo della scienza, oltre che a quello della comunità sociale formata anche da credenti. Insomma non è utile per la Chiesa continuare, anche se in maniera sottocutanea o soft, perseguire in un atteggiamento integralista che non riesce a vedere quali sono le reali esigenze del mondo e tutto, probabilmente, per mantenere una capacità di dominio, o di suggestione sui fedeli. Non si vuol dire che la Chiesa debba scendere a compromessi o riformarsi completamente, è chiaro che alcuni principi morali persistono, ma come nei confronti della scienza dovrebbe prendere atto di ciò che è dimostrato e interessarsi d’altro, così per la società non errerebbe nel cercare di capire che essa è in movimento continuo e che lo spauracchio della religione e della punizione non funziona più. Il mondo è diventato adulto. 

 Sembra perciò che non resti che essere in qualche modo d’accordo con quanto Umberto Galimberti diceva qualche tempo fa a proposito del rapporto tra scienza e religione e del rischio che il Cristianesimo corre, il declino e la scomparsa all’interno della società, che non sarà causato tanto dalla laicizzazione del mondo, ma per “l’impossibilità di reperire un senso che non è garantito dai dogmi smentiti dalla scienza. Rinunciando a questi dogmi, sarebbe possibile anche a voi essere ad un tempo scienziati e cristiani. Ma per questo, il primo passo deve farlo la religione cristiana, per non obbligare a una scelta atea quanti dedicano la propria vita alla scienza” (Repubblica, 12 dicembre 2020). 

 Sinceramente non credo che il Cristianesimo possa scomparire, non completamente, è troppo forte e dirompente, anche a distanza di millenni, il suo messaggio. Certo è però che la crisi non sembra attenuarsi nonostante incoraggianti più o meno mediatiche dichiarazioni che giungono dalle fonti ufficiali, e questo è verificabile non tanto leggendo o ascoltando gli esperti, ma parlando con la gente per strada, coloro cioè che maggiormente al messaggio cristiano, più o meno viziato e distorto, si sono affidati, se non altro nella speranza di una vita eterna e migliore, seppure in un Aldilà. La Chiesa istituzionalizzata dovrebbe veramente fare il primo passo e abbandonare i propri paradigmi ormai inattuali e accogliere i nuovi venti a cui si affidano, per volere o per forza, le genti del terzo millennio.

 

 

 

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Non si può ignorare che la Chiesa dal Concilio Vaticano II di passi in avanti verso una maggior attualizzazione di se stessa ne ha fatti, anche se le intenzioni che sembravano animare lo spirito innovativo di Giovanni XXIII sono state in gran parte disattese, vuoi per il timore di contrastare le ali più conservatrici del cattolicesimo, più preoccupate dell’eventualità di perdere un potere civile e politico che per secoli era stato loro concesso e che oggi non ha più ragione di esistere, o vuoi per il timore che un’eccessiva secolarizzazione potesse portare il fedele stesso fuori dalla retta via. L’adesione e la partecipazione al credo religioso nel mondo contemporaneo sembra delinearsi più che altro come un fatto personale, privato, legato alle esperienze e alle esigenze individuali. È forse in atto un processo di plurizzazione dell’identità religiosa che rimane sempre legata alla cultura di provenienza e, in modo o nell’altro, alle tradizioni, ma che si fa forte dell’esperienza individuale, cioè di una persona che pensa in quanto persona e non in quanto appartenente a un gruppo ben definito.

 È importante essere precisi sulla terminologia adottata, nel senso che deve essere chiara la differenza tra secolarizzazione e secolarismo, così come la distinguono Acquaviva e Pace (Sociologia delle religioni, problemi e prospettive). La secolarizzazione sarebbe il processo, o i processi, che hanno caratterizzato la società fin dal medioevo, dal periodo post-feudale più precisamente, tendenti a una laicizzazione del mondo, mentre il secolarismo si potrebbe configurare come un “movimento ideologico” che vuole rendere la società libera da ogni influenza religiosa, quindi presenta un progetto anti-religioso, là dove il primo mantiene una condotta fondamentalmente neutrale nei confronti del fenomeno religioso. Nell’uno o nell’altro caso non mi sembra né possibile, né auspicabile, una fine della religione, ma è innegabile che un divario tra la persona e l’istituzione religiosa, la Chiesa, tra ecclesiale e non-ecclesiale, si è verificato, creando di fatto degli individui che si presentano come de-istituzionalizzati. Altrettanto importante è definire la differenza (già proposta da Simmel, La religione), tra religione e religiosità, dove la prima è da intendersi come un moto dello spirito, una ragione vitale, mentre la seconda, la religiosità, è la forma che tenta di chiudere e comandare se non a dominare la prima per il controllo sociale.

 Appare comunque doveroso prendere atto delle trasformazioni sociali e culturali che, pure nei loro risvolti negativi, caratterizzano la nostra epoca e sono ormai parte integrale della persona, nel senso che neppure ci si accorge più di vivere e di agire, perfino pensare, secondo un’ottica variata, anche rispetto a valori che ancora si crede abbiano campo e caratterizzino il nostro modo di essere. La società odierna si regge principalmente su un concetto economicista o, se si vuole, commerciale, dove, in certo senso, tutto è merce a disposizione del consumatore che deve operare una scelta, più o meno guidata, più o meno indotta. In altre parole anche i valori, pure quelli religiosi, sono oggetto di una scelta personale, tanto più in una società dove di fatto l’offerta spirituale non è più a senso unico o imposta, ma si presta a una variegata, a volte ridicola, opportunità di varianti e nuove proposte. Il credente, o futuro credente, non si trova più nella condizione di dover prendere un pacchetto già confezionato di dogmi e atteggiamenti morali e di scelte spirituali, preconfezionato, per il quale potrebbe valere il “o questo o niente”, che vorrebbe dire sei “fuori dalla comunità” se non lo accetti a scatola chiusa, ma può operare una selezione nella quale, nella stramaggioranza dei casi, prevalgono le esigenze personali che determinano la scelta e l’abbandono, lo scartare, ciò che non si conforma al proprio modo di vivere e di pensare. Chiaro è che la Chiesa si trova in difficoltà di fronte una tale situazione, ma è altrettanto vero che non può neppure pensare di entrare in modo totale in un sistema di idee commerciale, pena rinunciare, se non rinnegare, la propria natura.

 Si potrebbe dire che il credente moderno è, tranne quando ci si trova di fronte ad una adesione incondizionata a una confessione, sempre un eretico, nel senso primordiale del termine e cioè, come sottolineava Berger (L’imperativo eretico), prendendo come punto di riferimento l’etimologia e la derivazione da hairein, “scegliere”, per cui originariamente l’hairesis altro non è chi opta per una scelta. Il credente della nostra epoca, cattolico o di altra confessione, si ritiene libero, nel senso che si sente nella condizione di essere affrancato dalle regole che l’istituzione religiosa impone, e si ritiene invece autonomo nelle proprie scelte che opera con coscienza. Insomma un credente non per forza di cose praticante, clericale e fedele alle istituzioni.

 Si verifica così il fattore previsto, e cioè che pur rimanendo un numero consistente, i credenti sono sempre meno praticanti e non considerano la pratica e l’obbedienza alla Chiesa come qualcosa di necessario all’essere religiosi e a vivere nella religione. Principalmente ciò potrebbe dipendere sia dal mutato modo di pensare della gente, più, diciamo così, scientifico, incline al dimostrabile, ma anche dall’atteggiamento che la Chiesa, nonostante i tentativi più o meno riusciti di secolarizzazione, continua ad avere nei confronti di una società e di un modo di vivere che è decisamente cambiato e a individui che non sono più disposti a accettare che qualcuno stabilisca le regole della propria vita e della propria morale in maniera assoluta e aprioristica. 

 Ne consegue che tra coloro che si riconoscono come credenti, e finanche cattolici, la maggior parte si dichiara, ad esempio, favorevole al divorzio, alla convivenza, ai rapporti prematrimoniali, nonché ai contraccettivi, sia chimici che meccanici, e, seppur in minor misura e distinguendo da caso da caso, all’aborto o al limite a certe forme di eutanasia. Sono proprio questi i punti, cioè per ciò che riguarda in particolare la morale e l’etica, che creano quella frattura tra una religiosità così come viene veramente vissuta, nella realtà, dall’individuo e quella che è invece la visione istituzionalizzata della Chiesa, incapace di comprendere fino in fondo il mutamento sociale e, soprattutto, culturale della popolazione, o forse, poiché non credo nella possibilità di una incomprensione, timorosa ancora di perdere definitivamente quel primato e controllo sulle coscienze e quindi sulla vita della comunità e del singolo. 

 La religiosità, perfino l’appartenenza a una specifica confessione, non sono più sentiti in maniera rigorosa, ma ognuno lo fa, si potrebbe dire, a modo proprio. Se la Chiesa conserva una propria autorità riconosciuta lo può fare solo o quasi in quei momenti che scandiscono il percorso rituale, e spesso esteriore, della persona, come la nascita, il matrimonio, la morte. Ma nel vivere quotidiano, nella lotta di tutti i giorni, quell’autorità è perduta, scansata dall’individualismo imperante e dall’idea che la propria scelta, la propria libertà e il proprio diritto a scegliere, sia sempre il concetto dominante, e quindi non più obbligati a rispettare regole e canoni che limiterebbero la propria libertà e non più congeniali al tipo di vita che la realtà costringe ad affrontare. Ma anche, soprattutto per chi più da vicino e intimamente avverte il problema, dal fatto che quelle regole e dogmi non vengono direttamente da un ordinamento superiore, qualunque esso sia, ma sono state fatte da uomini con un disegno, spesso di potere, ben preciso reinterpretando e, non di rado, stravolgendo la parola iniziale e autentica.

 Chiaro è che vi è pur sempre una componente culturale molto forte, nel senso che gran parte della popolazione che si dichiara religiosa o si sente appartenente a una confessione, asserisce che non lo è tanto per l’adesione e l’accettazione, la convinzione insomma, della validità di dogmi e di quella che generalmente si potrebbe definire la dottrina religiosa, ma come cosa acquisita fin da bambini, più o meno inconsapevolmente, e divenuta un’abitudine, interiorizzata e soggettivizzata, e utile per un tranquillo vivere sociale. Per il resto dei fedeli sembra proprio predominare il criterio della scelta, nel senso che ciò che un tempo era dato per scontato, era ovvio, oggi non lo è più, ma si opera una selezione su quello che più si adatta e adegua alla propria persona e personalità, una libera opzione. Per lo più questo atteggiamento viene giustificato dal fatto che ora vi sono maggiori, molto maggiori, alternative che vengono presentate sul mercato, ossia la possibilità di trovare diverse offerte religiose, sia per la quantità di confessioni, sette, religioni vere e proprie che si sono diffuse e hanno trovato libertà di espressione e circolazione e, molte delle quali, propongono degli stili di vita più conformi o, se si vuole, semplici, per il mondo e la società contemporanei, sia, all’interno di un credo pure tradizionale, la possibilità di vivere la propria fede in maniera differente e non imposta. La scelta non implica solo una possibilità di maggiore libertà personale, ma sollecita anche un senso di responsabilità poiché la scelta implica una rinuncia e quindi segna il percorso di vita che si dovrà affrontare.

 Per quel che riguarda in maniera più specifica il Cattolicesimo sembra sempre di più che questo stia assumendo più che altro i connotati di una cultura i cui principi non sono attesi per una ipotetica salvezza in un paradiso, ma colti come valenza civica e sociale, adatti per potere condurre una vita migliore su questa Terra, con la possibilità di poter comunque seguire dei principi certi con quali assicurarsi una vita il più possibile serena con se stessi e con gli altri. Non siamo forse alla “nuova religione” auspicata da Auguste Comte nel XIX secolo, ma la strada intrapresa sembra proprio quella. Tutto ciò potrebbe far pensare che sia di buon grado nell’individuo attuale l’assunzione da pare della Chiesa di un ruolo educativo quasi totale, rivestire insomma una posizione di guida morale all’interno della società, per dirla in maniera semplice e usuale di distinguere ciò che è bene e ciò che è male. Diffusa è invece l’idea che questo compito non spetti più alla Chiesa, almeno non maniera radicale, ma solo come un’indicazione che, nel caso non venga accettata e seguita, non preclude, nell’ottica del singolo individuo, la non appartenenza se non a una comunità, ad una fede.

 Per quanto possa essere stato solamente uno sguardo veloce e limitato quello gettato su un tale problema da un punto di vista sociologico, ciò che si può notare è quello di un’immagine secolarizzata della religione e della Chiesa che predilige vedere e concepire la Chiesa istituzionalizzata più come un ente di organizzazione umanitaria alla quale non si attribuisce la facoltà di predisporre e fornire modi di comportamento morale stabilendo regole fisse, immutabili e non intrasgredibili anche al di là della ragione stessa. L’individuo che vive nella società contemporanea è a contatto, a diretto contatto e convive, con molteplici aspetti della realtà, vision ideologiche e morali che non solo si accostano una all’altra e in maniera differente, ma molto velocemente superabili e sostituibili. Esso, l’individuo di oggi, non vive più in quella dimensione religiosa che aveva caratterizzato le generazioni precedenti, anche dopo il Concilio Vaticano II e anche dopo tutto il Novecento, non è più insomma cristiano o cattolico per tradizione famigliare o perché quell’orizzonte morale era sufficiente a spiegare e motivare tutto, pure con le sue, a volte irrazionali, imposizioni, ma si sente libero di scegliere e, pure se ciò può costituire un punto non del tutto a suo favore, capace di costruirsi, attraverso la selezione e l'adeguamento al proprio sistema di vita, una religione che, pur rimanendo fede, diviene del tutto personale.

 

 

 

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Tirare delle conclusioni o, peggio, dare un indirizzo, mi è comunque impossibile. Non solo per il fatto che probabilmente ne mancherebbero le competenze, ma anche perché la situazione mi appare nel pieno di un work in progress, come per la maggior parte dei problemi che si affacciano a questo nuovo millennio che ha ormai preso il via e dove tutto appare ancora come una sfida aperta. Ma delle considerazioni si possono trarre da quanto esposto nelle righe e pagine precedenti. 

 Sembra chiaro che la religione non è più il centro del pensiero e dell’attività dell’uomo occidentale e che all’interno di essa si sia andata accentuando la differenziazione tra la religione propriamente detta, singola e in diretto contatto con Dio, e quella istituzionalizzata con i suoi dogmi, le sue leggi, i suoi riti, la sua pretesa di costituire una guida morale e etica assoluta, ma, troppo spesso, non al passo con l’evoluzione sociale del mondo contemporaneo. Anche concentrando l’attenzione sul cattolicesimo si può notare come sostanzialmente esistano diversi modi di porsi di fronte all’evento e alla sensibilità religiosa: da una parte ancora uno zoccolo duro di tradizionalisti che si sentono legati all’istituzione ecclesiastica e che interpretano il cristianesimo e il cattolicesimo secondo schemi consolidati attraverso la cultura storica e familiare, e dall’altro una rappresentanza che si divide, a sua volta, tra coloro che si definiscono cristiani solo per trasmissione famigliare e per l’educazione ricevuta da bambini, ma che poi non si sentono legati alle prescrizioni della gerarchia cattolica e altri che o si dichiarano atei o agnostici, o non si interessano proprio al problema o, in fine, si pongono il problema da un punto di vista critico, tenendo sempre presente e in primo luogo la questione della scelta personale e di ciò che più si possa adattare alle proprie convinzioni e esigenze.

 La Chiesa dovrebbe prendere coscienza, e probabilmente l’ha fatto, ma reagendo in maniera forse non del tutto idonea, che la religione non riveste più nel mondo d’oggi una dimensione sociale collettiva; non tutto, come un tempo, è in qualche modo gestito dalla fede, dalla prospettiva religiosa, pure quando non appariva che fosse necessaria o pertinente. Non c’è più una vera e propria “religione nazionale”. Non ci si trova più, si potrebbe dire, di fronte a una fede collettiva che si alimentava là dove tutto il contesto era in pratica orientato verso di essa, verso la vita cristiana, soggetta a una vera e propria, quasi unica, cultura cattolica. Oggi come oggi, attraverso un processo che si è sviluppato nel tempo, la Chiesa ha visto ridotte e forse sottovalutate le proprie capacità di influenzare la popolazione, a livello sociale e individuale. In pratica si è passati da una coscienza per la quale era un qualcosa di normale, se non naturale, credere in Dio e seguire i riti e le indicazioni, se non imposizioni, morali e etiche impartite dalla Chiesa, a una società in cui e dove l’individuo ha cominciato a vedere ciò, la religiosità, come una scelta, se non un’opzione tra le tante che gli si propone. 

 L’educazione religiosa continua a esserci, anche se in maniera spesso sottocutanea, impartita dai genitori e dalla tradizione famigliare di chi era cresciuto in maniera più forte all’insegna della religiosità, ma anche dalla scuola e, soprattutto ultimamente, da movimenti politici, spesso conservatori, che non disdegnano di rispolverare valori e simboli per riaffermare le loro idee, senza che, per altro, quello che è il comportamento morale e etico degli stessi corrisponda a una vera visione religiosa e cristiana. Ma quasi inevitabilmente, in particolare per i giovani, questa educazione viene facilmente interrotta e per diversi motivi, come dall’interesse verso altre esperienze spirituali, da una cultura e un curriculum di studi avanzati, per il non riconoscersi in dogmi e in orientamenti sociali che la Chiesa comunque cerca di perseguire e che si dimostrano fuori e lontani dal tempi contemporanei, ma anche per la difficoltà che la Chiesa stessa incontra nel formulare e presentare un discorso sull’uomo e sulla sua umanità che sia a passo con i tempi e possa quindi fornire un significato all’esistenza. Ciò che emerge è la richiesta da parte della popolazione anche credente di un atteggiamento meno intransigente e più ragionevole della Chiesa verso problemi sociali e individuali che sono mutati nel tempo e si sono aperti a nuove prospettive. Tra queste un posto rilevante occupa la morale, dal punto di vista personale o della politica della famiglia, dove molti non si sentono più in linea con le indicazione dell’Istituzione religiosa per esempio per quanto riguarda l’eutanasia, come già era accaduto per il divorzio, l’aborto, la contraccezione i rapporti prematrimoniali. Molti sono consapevoli anche del carattere ipocrita della Chiesa stessa e di molti credenti che solo in teoria portano avanti un discorso rigoroso, per poi comportarsi in maniera differente nella vita reale. Per esempio una cosa che diversi notano è quanto riguarda la contraccezione; essi si domandano: come giustificano tanti e tanti cattolici intransigenti il fatto che pur essendo sposati e con un’età intorno a quaranta, cinquanta anni hanno un figlio solo? Astinenza sessuale? Infertilità improvvisa di uno dei due coniugi? Coitus interruptus ? Là dove è staticamente noto che non funziona?

 Insomma mi sembra quasi che se il bisogno di spiritualità e di religiosità va comunque manifestandosi e forse anche diffondendosi tra la popolazione anche giovanissima, se non altro come ancora di salvataggio nel mare della crisi dei valori di stampo ancora novecentesco benché poco sentiti dalle nuove generazioni, esso si colloca in prevalenza lontano se non al di fuori di quello che è il modo consueto di intenderlo, soprattutto dalle istituzioni ecclesiastiche, poiché si è ormai in un’epoca in cui si è portati a superare i confini prestabiliti, a scegliere al di là delle imposizioni e del già confezionato, e, al limite, in cui si può pensare anche una religione senza Dio, a mio parere definizione abbastanza assurda, e dove comunque è possibile rivolgersi alla divinità, pregare, credere anche in assenza o rifiutando le pratiche più o meno rituali e l’osservanza totale dei dogmi imposti dalla Chiesa. Ma dove c’è anche chi instaura una specie di rapporto ambiguo con la religione, dove permane il senso di appartenenza per tradizione culturale, ma, al tempo stesso, ci si sente estranei ad essa, proprio perché il loro ideale di vita non coincide con quello proposto o imposto dalla Chiesa ufficiale.

 In altre parole non è la fede che viene trasmessa da genitori a figli, questo è un procedimento impossibile, la fede se c’è c’è, o la si trova, o la si vive, ma sempre con un moto soggettivo, personale, ma forme importanti di cultura che rappresentano il retroterra storico e ideologico di una generazione. La fede quindi non è stabile, non è solo tradizione, ma necessita di un rinnovamento che è caratteristico e essenziale e, forse, differente, per ogni generazione, e questo, naturalmente, non può essere immune dall'evoluzione, o involuzione per alcuni, della società e dell’individuo stesso. Allo stato attuale sembrano essere tre i nodi attorno a cui gira l’esigenza religiosa delle nuove generazione, come sottolineano Isabella Crespi e Roberta Ricucci (2021), la necessità di un rapporto diretto con Dio non mediato per forza dall’istituzione religiosa, la ricerca di una comunità di credenti che condivida le proprie convinzioni e credenze anche in maniera critica e dialettica, e, in fine, l’affermazione di un credo che “faccia la differenza” nella loro esistenza, nel modo di vivere la vita da un punto di vista anche etico, civile, ma senza l’imposizione di concetti e dogmi, spesso anacronistici, della Chiesa.

 È dunque possibile trovare un punto di contatto, una zona mediana, in cui la fede e la religiosità dell’individuo contemporaneo si possa, non tanto coniugare, ma accostare il più possibile alle istituzioni religiose? Forse, ma il primo passo lo deve fare proprio la Chiesa, innanzi tutto riconoscendo le proprie sconfitte storiche e la discontinuità che l’ha sempre contraddistinta, le interpretazioni tutte umane dei testi sacri erette poi a dogmi venuti direttamente da Dio, e non adeguarsi, ma comprendere i tempi moderni con le loro differenze, le nuove tendenze e il nuovo modo di interpretare il reale e l’esistenza. E non tanto cercando di sposare teorie più o meno filosofiche che caratterizzano la discussione attuale sull’uomo, come il transumanesimo, con il rischio di finire in interpretazioni che lasciano per lo meno perplessi, come l’identificazione dello Spirito Santo con la tecnologia, che può essere veramente un dono di Dio, ma erigerla a figura della Trinità sembra un poco eccessivo, come ha fatto pure un teologo stimato e di indubbia competenza e apertura al nuovo come Vaccaro (La linea obliqua, 2015).

 Dunque le strade da intraprendere possono essere varie, e molteplici sono le ricette che si sentono prescrivere di questi tempi. Tuttavia mi sembra che alla radice del problema ci sia non solo la necessità che la Chiesa, se si vuole mantenere una fede ancora valida, dovrebbe far sì che il messaggio cristiano autentico, rimanga come uno dei punti focali dell’uomo, sappia rivalutare le proprie posizioni, non solo in direzione di una secolarizzazione di fatto già in atto da tempo, benché i risultati siano tutto sommati appena sufficienti, ma anche nel sapere riconoscere i limiti che l’hanno caratterizzata, e rinunci a porsi come guida unica e possibile della morale e dell’etica umana, capendo che ormai sempre più si va verso una individualizzazione di questi problemi. Importante sarebbe anche che l’istituzione religiosa fosse capace di abbandonare certe posizioni bibliche interpretate in senso di verità storica e sappia definitivamente riconoscere e distinguere cosa nei testi sacri effettivamente c’è scritto e cosa invece cervelli certamente superiori per scienza e conoscenza, ma pur sempre umani, hanno voluto, con più o meno ossequio ai poteri che si andavano costituendo o già instaurati, interpretare, dedurre, vendere come parola di Dio ciò che invece era solo parola di uomini, magari pure interessati, come detto, alla gestione e controllo del potere e della popolazione.

 Inoltre sarebbe necessario prendere in considerazione quanto il permanere della visione fortemente antropocentrata che sempre è stata uno dei fondamenti del pensiero cattolico andrebbe rivisitata. Forse la prima cosa da fare sarebbe essere capaci di lasciarsi alle spalle le dicotomie che da sempre hanno caratterizzato la cultura occidentale, e quando si dice occidentale si dice classico-cristiana, insomma umanistica, a partire da quella tra spirito e materia, concepiti sempre come alle prese in una eterna lotta tra loro che si trasforma presto in quella tra bene e male. Ormai l’essere uomini o l’essere in generale, sembra proprio caratterizzarsi e orientarsi verso una dimensione che oscilla tra il reale e il virtuale, ordine e caos, in una identità che è sempre in trasformazione, nomade, in tensione perenne verso il divenire, e dove il molteplice predomina sull’identità vera e propria, in continua contaminazione con il reale inteso in tutte le sue manifestazioni, animate o inanimate che siano. Ma questo discorso richiederebbe un altro intero saggio come minimo.

 


Enrico Maria Guidi.

 




Aggiunto il 22/08/2023 12:22 da Enricomaria Guidi

Argomento: Filosofia delle religioni

Autore: Enrico Maria Guidi



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