Contact Google Plus Facebook

Testata
ARTICOLI
Votazione media: 0/10

Il corpo nel pensiero di Nietzsche

nietzsche14491746650.jpg

La tematica del corpo nel pensiero di Nietzsche

Ora lessenza della natura deve esprimersi simbolicamente; è necessario un nuovo mondo di simboli, e anzitutto lintero simbolismo del corpo, non soltanto il simbolismo della bocca, del volto, della parola, ma anche la totale mimica della danza, che muove ritmicamente tutte le membra. [La Nascita della Tragedia. §2]

(NB: Le citazioni sono tutte prese dalle opere di Nietzsche curate da Montinari e Colli - Edizioni Adelphi)

 

Il topos del pensiero nietzscheano del corpo in filosofia.

 

Nell’opera di Nietzsche, il corpo è un filo conduttore, un tema ricorrente. Nietzsche ne ha esposto il problema nella prefazione a La gaia scienza, "…abbastanza spesso mi sono chiesto se la filosofia, in un calcolo complessivo, non sia stata fino ad oggi un'interpretazione del corpo e un fraintendimento del corpo." Respinge, quindi, l'idealismo e sostiene il primato del corpo come fonte di ogni interpretazione.

Contraddice Cartesio, scegliendo come punto di partenza della sua interpretazione, l'idea che è il corpo, non l’anima, la parte dell'uomo che conosciamo meglio. Conosco meglio il mio corpo che la mia anima. Inoltre, non separa l'anima dal corpo, ma ritiene le due parti indissociabili, interconnesse, un tutt’uno. L’opposizione a Cartesio, però, non è assoluta; come Cartesio, anche Nietzsche ritiene che possiamo avere conoscenza solo del mondo dei nostri sentimenti e delle nostre rappresentazioni. In Nietzsche, il corpo è prima di tutto un "corpo vissuto" piuttosto che un "corpo oggetto di conoscenze scientifiche." Come Kant, secondo Nietzsche, ogni conoscenza proviene e si basa sulla sensibilità. Ma, a differenza di Kant, Nietzsche ritiene, come A. Schopenhauer, che le forme della nostra comprensione della vita vengono, in primo luogo, dalla nostra organizzazione fisiologica (e dalle sue funzioni: alimentazione, riproduzione), mentre le funzioni considerate tradizionalmente alte (il pensiero) sono ​​soltanto forme derivate.

Ci troviamo di fronte ad una specie di sensismo, ma che cosa intende Nietzsche per sensismo? Non vuole ricascare nella tradizionale opposizione realtà / apparenza. Infatti la supera; secondo lui, l'apparenza è la realtà. "Io non metto "l’apparenza" contro "la realtà", al contrario, ritengo che l'apparenza sia la realtà." [Frammenti postumi (1884-1885)]. Non vi è alcun Essere che si nasconderebbe dietro l’apparenza, come succede nella kantiana distinzione  noumeno / fenomeno. Essere è apparire, o meglio è l’apparire.

Non c’è neanche una preferenza particolare per qualcuno dei cinque sensi, sono tutti messi sullo stesso piano. Ha scritto, per esempio, in Ecce Homo ("Perché sono un destino" § 1): "Il mio genio è nelle mie narici". È il senso del noein greco del fram. 8D del Proemio sull’Essere di Parmenide, ben interpretato da H.G. Gadamer, che, soffermandosi sul senso più proprio del termine, spesso tradotto con "pensare", o "pensiero", lo spiega in modo originario col senso dell’espressione "qui c`è qualcosa", e che vuole significare la capacità dell`essere di manifestarsi in una immediatezza unica, come se si stesse annusando qualcosa con le narici; quindi, quando Nietzsche dice che il suo genio è nelle sue narici, è come se dicesse che lui è presente qui, ora, in modo immediato e naturale, è presente come sensibilità e come percezione. Tuttavia, una preferenza personale ce l’ha, è per l’udito, perché è il senso che consente l'accesso alla musica, e Nietzsche adora la musica. In effetti tutto il corpo vi partecipa costantemente, non c’è un senso che prevale sugli altri, così come ci ha tramandato di solito la storia della filosofia, in particolare, privilegiando la vista (lo si noti in Platone, idea = vedere, dall’antica radice greca “id”.).

Da tutto ciò si comprende ora perché Nietzsche apprezzi i filosofi presocratici: si tratta di una cultura greca fondamentalmente anti-idealista che riconosce il primato del corpo. Egli ha scritto, con un tono molto severo nel Crepuscolo degli idoli ("Scorribande di un inattuale " §47): "Per il destino del popolo e dell'umanità, è di importanza decisiva che la cultura inizi a buon diritto (non dall'anima come ha fatto la superstizione fatale di preti e mezzi-preti): il buon diritto, è il corpo, l'aspetto fisico, la sua cura, la fisiologia - e il resto viene da sé ... Ecco perché i greci rimangono il primo evento importante nella cultura dell'umanità. Sapevano - e hanno fatto - ciò che era necessario. Il cristianesimo che disprezzava il corpo, è stato finora la più grande sciagura del genere umano ".

Una citazione che non ha bisogno di commenti.

 

Il corpo nel platonismo e nel cristianesimo.

Ci sono molte considerazioni di Nietzsche sul cristianesimo. Come si nota dall'ultima frase della precedente citazione, Nietzsche in tutta la sua opera respinge violentemente il cristianesimo, che associa prontamente al platonismo. "Il cristianesimo è il platonismo dei poveri": il cristianesimo serve ad arruolare i semplici di spirito, le persone con poca o nessuna istruzione. È il pensiero maggioritario e dominante, che affligge il mondo, il pensiero, che gli impedisce di evolversi, di andare avanti, di progredire. Nietzsche rifiuta, nega il dualismo tradizionale dell'opposizione di anima / corpo, perché sono una stessa identica cosa, senza alcuna distinzione. Rimprovera questa denigrazione del corpo, della carne, che ha constatato nelle religioni, che conosce bene.

Egli disprezza "i dispregiatori del corpo", come leggiamo in Così parlò Zarathustra. Infatti, Zarathustra è il rappresentante del declino, del disprezzo del corpo. Per Nietzsche, le teorie spiritualiste della metafisica classica e storica, mortificano e ignorano ciò che è l'uomo. Il loro concetto di "essere" non è coerente con ciò che è veramente umano. Egli vuole rompere con questa distorsione. In L'Anticristo (§ 51) ha detto quanto segue sul cristianesimo. "Abbiamo il diritto di disprezzare una religione che insegna a fraintendere il corpo [...], che era convinta di poter portare “un’anima perfetta "in un cadavere di corpo." I convertiti, i credenti, le persone religiose sono malate. Per Nietzsche, la santità è "solo un sintomo di un corpo impoverito, snervato, inguaribilmente guasto". Egli descrive il cristianesimo come una religione alla cui base sta il "risentimento dei malati, l’istinto diretto contro i sani, contro la salute."

Questi sono "infatuati del mondo ultraterreno": sono malati e moribondi che hanno fondato il disprezzo del corpo, hanno inventato mondi ultraterreni, fantasmi, cose celesti, come Socrate ne Il crepuscolo degli idoli. Nietzsche con le parole di Zarathustra fa una critica feroce di questo malinteso e di questa negazione del corpo. Egli chiama quegli uomini che pensano e diffondono tali idee sul corpo "gli infatuati del mondo ultraterreno". Le Religioni, le credenze in Dio sono filosofie di morte. Nietzsche propone una filosofia di vita, l'amore e la gioia di vivere. Una vita a partire dalla morte, contro una vita a partire da se stessa. Sono morti viventi, vivono per morire e quindi desiderano "uscire" dal loro corpo, liberarsene, a torto. Questi malati pensano di essere liberati dai loro corpi, ma sono strettamente legati ad esso, usano il corpo e la terra per la loro produzione delirante. Sono immersi, appesantiti nella materia e diventano un vero pericolo per gli uomini nel dare l'illusione che "la vita è altrove", a parte, distaccata, libera del corpo.

In "Della virtù che dona" (§2) Nietzsche invita gli uomini a portare la loro virtù sulla terra, per darle un significato. Presenta un’associazione corpo / vita: non c'è vita senza virtù, senza l'anima, e viceversa. Lo spirito che gli uomini mettono fuori dalla terra e dal corpo è un "non-senso", ciò che Nietzsche chiamava "la grande occasione". Segue la metafora della malattia e del medico come filo conduttore della difesa del corpo. Un'anima senza corpo impedisce la vita: l'anima ha bisogno del corpo per essere collegata ad altre anime; un corpo senza anima non ha senso, è un cadavere. Non è "Leib", ma "Körper". Un corpo senza spirito, per Nietzsche, è senza vita, inerte. I negatori del corpo assassinano la vita. In Ecce Homo ("Perché sono un destino"), Nietzsche giungerà anche a scrivere che il cristianesimo è "il crimine per eccellenza, il crimine contro la vita". Il cristianesimo ha inventato l'anima e lo spirito, al fine di "rovinare il corpo," "per renderlo malato". Da qui la mortificazione della sessualità nel cristianesimo, l'amore per il corpo è visto come qualcosa di impuro.

 

La “volontà di potenza” e il legame col corpo

Il concetto di "volontà di potenza" è uno dei concetti centrali del pensiero di Nietzsche, è uno strumento di descrizione del mondo, d’interpretazione di fenomeni umani come i campi della morale e dell'arte, e di una rivalutazione dell’esistenza che riguarda un futuro stato dell'umanità, quella del superuomo. Ecco perché è spesso utilizzato per esporre l’insieme della sua filosofia. Heidegger fa della volontà di potenza (come dell'eterno ritorno) il concetto base di una "metafisica nietzscheana" che porta a compimento la metafisica occidentale. Nietzsche cerca, creando questo concetto, di proporre un'interpretazione della realtà nel suo complesso. In questa idea, la volontà di potenza indica un imperativo interno per aumentare la potenza, una legge intima della volontà espressa dalla frase "essere oltre": questo imperativo pone allora un’alternativa per la volontà di potenza, passare oltre o perire. La volontà di potenza non costituisce l'identità o l'unità, ma si situa nel passare oltre, è una tensione verso il superuomo. "Il nome preciso per questa realtà sarebbe la volontà di potenza, come identificato nella sua struttura interna e non a partire dalla sua natura proteiforme sfuggente, fluida. "(Aldilà del bene e del male, § 36).

Con questo concetto, dobbiamo imporre la sua forza, la sua superiorità, oltrepassare, superare la resistenza, indipendentemente dal mezzo (fisico e mentale). "La volontà di potenza può manifestarsi al contatto di resistenze; essa cerca ciò che le resiste."(Frammenti postumi). L'idea di "forza" è fondamentale per questo concetto, perché è costruito su vittorie contro resistenze. Nei Frammenti postumi (1884-1885), Nietzsche elabora una specie di favola, una metafora per la volontà di potenza all'interno del corpo, per spiegare il funzionamento della composizione corporea. Non intende il corpo come è tradizionalmente e scientificamente descritto. Il corpo non è né assemblaggio meccanico di parti diverse né qualcosa d’inspiegabile o vago: pensa il corpo come un gioco flessibile di pezzi che si piegano e si confrontano. Nietzsche chiama queste piccole parti che costituiscono e gestiscono il corpo, "esseri microscopici", che non sono "atomi spirituali", ma "esseri che crescono, lottano, si arricchiscono o periscono". Essi devono imporsi, i più forti si arricchiscono, vanno oltre, le parti più deboli obbediscono o periscono e lasciano spazio alle altre. Tutte le coscienze degli esseri sono uguali in apparenza: vi è infatti una gerarchia delle coscienze forti sulle più deboli, ciò che Nietzsche chiama "aristocrazia". Non c'è unità del corpo, c'è una collettività di collettività di esseri, ed ognuno è libero di imporsi o subire. Egli scrive: "l'uomo sembra una pluralità di esseri." L’apparente unità deriva dal fatto che il corpo è uno. Il corpo non sarà inteso come un insieme, ma una gerarchia, una gerarchia di impulsi, di forze, di volontà di potenza.

Tuttavia, una domanda sorge spontanea: come è possibile che ci sia un accordo in questa molteplicità diseguale ed in lotta? Per Nietzsche, è ovvio: alcuni accettano di obbedire, di essere sottomessi, così gli altri più in grado di comandare non incontreranno alcuna difficoltà a governare questa gerarchia. Da qui l'accordo tra queste diverse coscienze. Abbiamo un’apparente disobbedienza dei più deboli, che sono tutti controllati. Queste parti sono in contrasto, certamente, ma parlano la stessa lingua. Che cosa spinge Nietzsche a considerare in Così parlò Zarathustra, il corpo come "un grande risultato". Il corpo è superiore alla mente, sul piano dell’intelligenza e non solo su quella delle passioni. Il corpo racchiude e governa la mente, e non il contrario come la storia della filosofia ci ha tramandato. Il corpo non è una cosa ma un movimento, una raccolta, una pluralità di forze, di volontà di potenza. Tutte le forze trasmettono informazioni, non meccanicamente, ma secondo un ordine morale: cioè questi messaggi sono manifestazioni della volontà. In altre parole, questo metodo di comunicazione è una lotta costante, lunga e talvolta violenta e feroce. Per concludere, questa questione della volontà di potenza e il suo intrinseco legame con il corpo, il corpo è, per Nietzsche, la migliore guida, perché è simbolo della volontà di potenza. Come scrive Patrick Wotling in Nietzsche e il problema della civiltà, il corpo è "la messa in opera" della sua volontà di potenza.

 

Il rapporto di Nietzsche col suo corpo e con la malattia.

Nel suo lavoro Nietzsche trasforma in metafora il motivo della malattia. Questa malattia corporale, fisica, è per lui il simbolo di una cultura in declino. Questa civiltà è decadente e malata a causa del rifiuto del corpo. Il corpo si ammala, è tormentato, buono per disfarsene. Nietzsche utilizza la metafora gastroenterologica per sostenere le sue teorie. Due esempi: a) pensa la volontà di potenza sul modello del processo digestivo; b) le interpretazioni decadenti della realtà sono condannate attraverso il confronto con disfunzioni digestive. Ha denunciato il carattere nichilistico dello spirito tedesco in Ecce Homo ("Perché sono così accorto" § 1) come segue: "Lo spirito tedesco è una indigestione, non si libera mai". Dirà anche, con più umorismo: "La vicinanza di un tedesco può ritardare il mio processo digestivo."

Nietzsche vuole, secondo la sua formula nei Frammenti postumi "il filosofo come medico della civiltà". Cerca, dietro questa immagine della malattia, di guarire attraverso la sua filosofia una popolazione profondamente in cancrena. Secondo lui, non c'è da rifiutare o da adulare la salute e la malattia, non vi è stato normale di salute, ci sono solo condizioni che ci sembrano buone per il nostro corpo. Egli rifiuta il dualismo salute / malattia. In altre parole, dobbiamo rimuovere dalla mente che siamo tutti uguali di fronte alla malattia e la salute. Dice in Gaia scienza (§120): "Infatti non c'è una salute in sé, e tutti i tentativi di definire una cosa siffatta sono falliti miseramente. Dipende dalla tua meta, dal tuo orizzonte, dalle tue energie, dai tuoi impulsi, dai tuoi errori e, in particolare, dagli ideali e dai fantasmi della tua anima, determinare che cosa debba significare la salute anche per il tuo corpo. Esistono innumerevoli condizioni di salute del corpo. "La malattia non è la semplice negazione assoluta della salute”. Egli dice nella prefazione a La gaia scienza: "Un filosofo che ha attraversato e continua a passare attraverso diverse condizioni di salute, ha attraversato molte filosofie: lui non sapeva fare a meno di trasformare ciascuna delle sue dichiarazioni nella forma e nell'orizzonte più spirituale; - Quest’arte della trasfigurazione, è filosofia ".

Questa non è certamente una frase che rispecchia la biografia della vita di Nietzsche che spesso era malato, e le sue condizioni fisiche si deteriorano rapidamente. Infatti, è stato per propria esperienza che Nietzsche fonda il suo pensiero sul corpo e la malattia. C’è un forte legame personale tra la vita di Nietzsche e la sua filosofia. In particolare, nel periodo che scrive Zarathustra, ha scritto in Ecce Homo ("Perché scrivo così buoni libri" § 4): "L'agilità dei muscoli era sempre più grande in me quando il potere creativo era più forte. Il corpo è eccitato". Preferisce anche parlare di "decadenza" come malattia, un termine che non utilizza negativamente. Essa non è da combattere, bisogna invece guardarsi dal contagio e dal cercare di annullare l’esistenza. La malattia secondo Nietzsche, non è una causa, ma un effetto della decadenza.




Aggiunto il 03/12/2015 21:31 da Benito Marino

Disciplina: Filosofia contemporanea

Autore: Benito Marino



Condividi