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La politica e la caverna

Nel 2023 la Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Antonianum di Roma ha promosso un seminario per riflettere in termini filosofici sull’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco e, quindi, sui temi della fraternità e dell’amicizia sociale. I vari contributi sono stati raccolti in un volume che porta lo stesso titolo del seminario, In dialogo: letture filosofiche della “Fratelli tutti” di papa Francesco[1]. A sei mesi esatti dalla scomparsa del pontefice, riprendere e approfondire alcuni aspetti di queste giornate di studio è anche un modo per farne memoria.

Tra i relatori di quel convegno, Agustìn Hernàndez Vidales ha tenuto una dissertazione dal titolo I risvolti dell’umano tra i greci antichi e la Fratelli tutti[2], nella quale ha individuato alcuni temi trasversali tra l’enciclica papale e i gli autori greci. Egli si chiede: 

[d]i quali problemi si occupavano i greci antichi e di quali ci dobbiamo occupare in questi tempi? Per gli antichi l’oggetto della loro ricerca è stato ricondotto a tre branche generali: il mondo, l’uomo e Dio, e a queste si riconducevano le faccende della vita quotidiana per trovarne il senso; perciò ci sono pervenute descrizioni dettagliate su temi come la felicità, la politica, l’antropologia, l’etica, la cosmologia, per citarne solo alcuni. Con tutte le differenze del caso, molte di queste tematiche le presenta papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti. [...] D’altronde, la storia, oltre i secoli che ci separano nel tempo, non sembra essere tanto cambiata, e a decidere, allora come oggi, sono proprio i risvolti dell’umano che si intrecciano nella storia stessa[3].

Nessun filosofo della Grecia classica è citato direttamente da papa Francesco, eppure, sottolinea ancora Hernàndez, tutti i temi dell’enciclica sono stati argomentati dai filosofi, in particolare dai tre grandi Socrate, Platone, Aristotele. Il tema che a noi interessa in questo contesto è quello della politica. Solo per citare un esempio, la concezione aristotelica dell’individuo come «animale politico» (πολιτικὸν ζῷον), il quale si realizza nella polis, poiché nessuna persona potrebbe vivere al di fuori di essa, come vedremo è in piena sintonia con il magistero di Francesco[4], così come viene espresso in questo documento.

Nell’enciclica Fratelli tutti, infatti, papa Francesco si occupa a più riprese della politica, alla quale dedica anche un intero capitolo, il quinto, per cercare di indicare la via di quella che egli definisce «la migliore politica». È noto che il tema politico sia uno dei temi fondamentali della filosofia antica. In questo percorso, il pontefice, oltre a descrivere forme buone e nobili di politica che ne incarnino lo spirito autentico, si sofferma anche sugli aspetti che oggi ne deturpano il volto. Tuttavia, a suo avviso, non ci si deve scoraggiare e bisogna impegnarsi per riabilitare la politica, perché il mondo senza di essa non può funzionare e «senza una buona politica» non sarebbe possibile «trovare una via efficace verso la fraternità universale e la pace sociale[5]. Proprio questo richiamo alla riabilitazione della politica ci conduce, a ritroso, fino al mondo classico, in particolare al libro VII della Repubblica di Platone, dove il filosofo illustra il mito della caverna[6], che noi rileggiamo secondo la peculiare interpretazione di Hannah Arendt. Abbiamo scelto questo insolito paragone proprio perché l’intento della filosofa tedesca è quello di recuperare il senso autentico della politica, dopo aver individuato nella parabola platonica un punto decisivo di deviazione.

 

Una politica da rivedere

Francesco non si nasconde e riconosce apertamente che «per molti la politica oggi è una brutta parola, e non si può ignorare che dietro questo fatto ci sono spesso gli errori, la corruzione, l’inefficienza di alcuni politici. A ciò si aggiungono le strategie che mirano a indebolirla, a sostituirla con l’economia o a dominarla con qualche ideologia», poiché è un dato di fatto che «la dimensione economico-finanziaria, con caratteri transnazionali, tende a predominare sulla politica»[7]. Il modo di fare politica oggi, per molti aspetti, cela delle insidie dalle quali è bene guardarsi per ricostruire un percorso di fraternità e cura sociale. Oltre a errori e corruzione degli esseri umani, è in corso il tentativo di indebolire la politica e ingabbiarla nelle morse di interessi più ampi, di natura prevalentemente economica, che esercitano forti pressioni affinché i governanti eseguano determinate azioni e i popoli siano asserviti alle decisioni di questi potentati, che rappresentano l’identità dei più forti che proteggono se stessi. Tali pressioni rendono la politica sempre più fragile di fronte ai poteri economici transnazionali «che applicano il divide et impera», cioè utilizzano le divisioni politiche o le stratificazioni sociali per fare in modo che la popolazione sia divisa in se stessa e scorga nell’altro la causa dei suoi mali. L’auspicio – ma anche l’invito – del pontefice è che l’economia non sottometta mai la politica ai paradigmi efficientisti della tecnocrazia[8]. Nel mondo di oggi, dunque, nonostante la vocazione democratica della convivenza civile, vi sono tentativi di ridurre la politica ad una dimensione verticistica, con il pericolo di sconvolgerne la natura. 

Il primo tentativo di sovvertire la politica, secondo l’interpretazione di Hannah Arendt, è avvenuto proprio nella civiltà greca, il medesimo luogo in cui essa ha visto i natali. Un ruolo essenziale in questo processo è da lei attribuito a Platone, che – attraverso l’elaborazione di uno stato “perfetto”, giustificato teoreticamente con il mito della caverna – istituisce la tirannia del vero, il dominio della verità sull’opinione, espressi tramite l’autorità del filosofo – il governo del re-filosofo –, il solo conoscitore della verità perché, a differenza degli altri cavernicoli, ha potuto contemplarla direttamente. Il governo della città spetta, dunque, ai filosofi poiché quando sono usciti dalla caverna sono stati introdotti ad una visione superiore, quella della contemplazione delle idee, dalle quali ora possono trarre le norme da applicare alla politica. Se vi è una «scienza delle cose in generale e delle cose umane in particolare, […] al depositario di tale scienza spetta di regolare, di normare il governo delle cose umane»[9]. 

In sostanza, secondo questa lettura, l’isonomia della polis viene messa a rischio, in quanto si stabilisce che non tutti i cittadini si debbano occupare del governo della città, ma solo coloro che hanno peculiari qualità per farlo, nella fattispecie i filosofi. Essi, detentori della verità, si impongono sulla scorta del loro sapere “specialistico”, a prescindere dalle volontà dei cittadini che, in base a tale prospettiva, non sono più in grado di giudicare e valutare la strada migliore per la vita politica della propria città. Papa Francesco, a riguardo, ribadisce che «la politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia»[10]. L’efficientismo tecnicista, a cui fa riferimento, ai giorni nostri si riscontra in diverse modalità di gestione della politica, sia quando i governanti fanno ricorso a organismi tecnici – per lo più internazionali, per esempio la BCE – che emanano pareri vincolanti, sia quando personalità in possesso di una perizia tecnica assumono direttamente il governo (per esempio, i governi tecnici). In questi casi la verità che essi esibiscono è costrizione, perché per la sua natura e superiorità deve prevalere sulle opinioni libere della comunità politica. Tali organismi non propongono possibili soluzioni sulle quali dibattere, ma de facto emanano direttive che devono essere accettate sulla stregua della loro competenza, eliminando dal panorama della politica quell’elemento ad essa connaturale che è il dibattito. 

 

La politica dei cittadini

Come la classe governante platonica, i detentori di un sapere specialistico sono in possesso di idee guida, di criteri e regole che servano allo scopo di misurare le azioni e le parole degli uomini con la stessa oggettività e uniformità con cui l’artigiano cesella un manufatto[11]. Il falegname, ad esempio, conosce bene l’idea di tavolo sulla quale regolarsi ogni qualvolta si trova a lavorare il legno per costruirne uno. Nella Repubblica, pertanto, il re-filosofo applica le idee alla vita politica come l’artigiano applica i suoi sistemi di misure e la proprie regole. Il primo fa la città allo stesso modo in cui il secondo scolpisce una statua. La posizione di superiorità in cui si trovano tali governanti “esperti” legittima la loro autorità, che è «più forte della persuasione dell’argomentazione»[12]. Si tratta di un sistema che non rispecchia più la vera politica, quella della polis, in cui i cittadini sono tutti sullo stesso livello e tutti partecipano attivamente alle scelte collettive. Quando si esercita la vera politica, tutti hanno il diritto di prendere la parola ed essere ascoltati (isegoria), all’interno di quello che può essere a buon diritto chiamato il regno della doxa, delle opinioni che si confrontano tra loro e si contrastano dialetticamente nella ricerca della persuasione. Tutto questo scompare nell’istituzione platonica, privilegiando la questione filosofica della verità rispetto a quella politica dell’organizzazione della città. Il senso della politica da questo momento non sarà più quello di creare legami (politici) tra gli uomini, ma semplicemente quello di amministrare bene la città, secondo un ordine che individua la sua ragion d’essere nelle idee, quindi al di fuori dei suoi stessi confini. Il richiamo di papa Francesco al pericolo di un efficientismo della tecnocrazia appare qui ben delineato: anche oggi la città politica, in molti contesti, non risponde più alle richieste della comunità, ma a dettami che hanno origine al di fuori dei suoi confini e che presumono di possedere il crisma della verità tecnica che non ammette discussioni e dibattiti.

Platone cerca, pertanto, di ideare un concetto di autorità – assente nel pensiero e nella storia dei greci – che sia alternativo ed equidistante dalla persuasione e dalla violenza esterna, capace di costringere gli uomini all’obbedienza. Secondo il parere della Arendt il padre della filosofia politica riuscì ad intuire che la verità fosse capace di esercitare questo potere. Il mito della caverna costituisce l’esemplificazione di questa ricerca che conduce a legittimare il governo della ragione, la “coercizione della ragione”, in modo che il governo finisca nelle mani dei filosofi. Solo loro sono capaci di applicare la teoria delle idee alla politica[13].

Una pretesa di questo tipo può rappresentare un rischio per la democrazia. In un passo dell’enciclica Francesco lo afferma in relazione al populismo. Dietro questo fenomeno di cui si parla tanto in questi anni c’è il rischio della deriva demagogica, di cui gli stessi potentati economici già citati possono approfittare per il loro tornaconto. Tuttavia, fatto salvo questo rischio, dietro la critica al populismo si nasconde l’ardire di delegittimare la nozione di popolo.

Il tentativo di far sparire dal linguaggio tale categoria potrebbe portare a eliminare la parola stessa “democrazia” (“governo del popolo”). [...] Si può pensare a obiettivi comuni, al di là delle differenze, per attuare insieme un progetto condiviso; infine, è molto difficile progettare qualcosa di grande a lungo termine se non si ottiene che diventi un sogno collettivo. Tutto ciò trova espressione nel sostantivo “popolo” e nell’aggettivo “popolare”. Se non li si includesse – insieme ad una solida critica della demagogia – si rinuncerebbe a un aspetto fondamentale della realtà sociale[14].

Ogni essere umano si sente veramente persona, afferma il pontefice, quando appartiene a un popolo e un popolo è autenticamente tale solo se rispetta ogni persona. Popolo e persona sono termini correlativi. La buona politica, quella che egli invoca, cerca di costruire comunità che siano protagoniste e non sottoposte al dominio di poteri autocratici, che dichiarano di governare in nome di una buona amministrazione, ma i cui interessi – sottolinea – non sono sempre limpidi, anzi a volte sono occulti e tendono a impadronirsi delle risorse e della capacità della gente di avere opinioni e di pensare. Al contrario, le riserve di bene racchiuse nel cuore della gente non devono rimanere lettera morta, perché «la vita politica autentica [...] si fonda sul diritto e su un dialogo leale tra i soggetti»[15]. 

 

Conclusione

Abbiamo scelto una lettura di Platone che a nostro avviso si potesse collegare con alcuni spunti delle considerazioni di Francesco sulla politica, ben consapevoli che lo studio e l’interpretazione dell’autore ateniese sono innumerevoli. Al di là delle attribuzioni specifiche della Arendt, la sua lezione sul Platone politico ci offre un motivo per riflettere seriamente sull'allarme, lanciato dal papa, riguardo al predominio della dimensione economico-finanziaria, con caratteri transnazionali, che tende a predominare sulla politica e sugli stati nazionali. Non esiste – lo dice anche il papa – una sola via d’uscita ai problemi, un’unica metodologia accettabile, una ricetta che debba essere applicata a tutti allo stesso modo, perché se anche la scienza più rigorosa presuppone che si possano proporre e seguire percorsi differenti, tanto più la politica. Essa non dovrebbe fondarsi su verità assolute distanti dai cittadini, semmai la verità che una città potrebbe desiderare, come osserva la Arendt, è quella che ogni cittadino possiede dentro di sé e che tutti dovremmo aiutare a venire alla luce, come faceva Socrate[16].

Nella sua lettura della realtà attuale, Francesco individua un altro pericolo connesso con quello appena esposto, che è legato alla globalizzazione. Infatti, c’è un modello di globalizzazione che mira a uniformare e a ridurre le differenze, in vista di una presunta unità che è solo superficiale. In realtà il mondo, insiste il papa, è bello proprio per la varietà dei suoi colori, ossia per quanto ogni persona e ogni popolo possono dare agli altri mettendo a frutto le peculiarità e i propri talenti. Inseguire un «falso sogno universalistico» potrebbe privare il mondo non solo della sua bellezza, ma anche della sua umanità[17]. Siccome il pontefice si dice convinto che la famiglia umana abbia bisogno prima di tutto di una convivenza in armonia e pace, giunge a formulare una concezione quasi trascendente di approccio, che è quello della carità politica, che richiede un impegno superiore a ogni mentalità individualistica. Si tratta ovviamente di un concetto che non è possibile rintracciare nelle pagine degli autori greci, però se consideriamo che «[l]a carità sociale ci fa amare il bene comune e fa cercare effettivamente il bene di tutte le persone, considerate non solo individualmente, ma anche nella dimensione sociale che le unisce»[18], non siamo molto lontani dalla prospettiva di Aristotele secondo cui il fine della politica è il bene per l’uomo, la felicità. Possiamo allora concludere, con Hernàndez, che «[s]ul piano della politica [...] il legame tra gli autori greci e la Fratelli tutti è manifesto»[19].

 

Note

 1] A. Bizzozero, A. Clemenza, E. Dezza, C.A. Gutiérrez Velasco (a cura di), In dialogo: letture filosofiche della “Fratelli tutti” di papa Francesco, Salvatore Sciascia Editore, Caltanisetta 2023.

 2] Ivi, pp. 241-276.

 3] Ivi, p. 242.

 4] Ivi, p. 252.

5] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti. Sulla fraternità e l’amicizia sociale (3 ottobre 2020), n. 176: AAS 112 [2020], 995.

6] Cfr. Platone, Repubblica, 514 a-520 d.

7] Francesco, Fratelli tutti, n. 176 e 172. 

8] Cfr. ivi, nn. 12 e 177.

9] C. Castoriadis, Sur Le Politique de Platon, Seuil, Paris 1999; trad. it. di G. Auteri, Enantion Platonos: Castoriadis contro Platone, CUECM, Catania 2004, p. 52.

10] Francesco, Fratelli tutti, n. 177, il corsivo è nostro. Il pontefice insiste sullo stesso concetto già espresso nella lettera enciclica Laudato si’ (24 maggio 2015), 189: AAS 107 [2015], 922.

11] H. Arendt, The Human Condition, University of Chicago Press, Chicago 1958; trad. it. di Sergio Finzi, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 2017, p. 243-244. In questa trasformazione della politica in attività “artigianale”, che richiede una competenza specifica posseduta solo da pochi, la Arendt riscontra il sovvertimento gerarchico tra il fare e l’agire, due attività della vita attiva. Il fare – attinente all’uomo che opera e costruisce – ha avuto il sopravvento sull’agire – che riguarda propriamente l’attività politica dell’essere umano. Il rovesciamento è avvenuto pienamente nella modernità, ma secondo l’autrice «il desiderio» è già presente in Platone.

12] Id., Was ist Politik? Aus dem Nachlass, a cura di U. Ludz, Piper, München 1993; trad. it. di Marina Bistolfi, Che cos’è la politica?, Edizioni di Comunità, Milano 1995, p. 35. 

13] Cfr. M. Abensour, Hannah Arendt contre la philosophie politique?, Sens&Tonka, Paris 2006; trad. it. di Carlo Dezzuto, Hannah Arendt contro la filosofia politica?, Jaka Book, Milano 2010, p. 44.

14] Francesco, Fratelli tutti, n. 157. «Il disprezzo per i deboli può nascondersi in forme populistiche, che li usano demagogicamente, o in forme liberali al servizio degli interessi economici dei potenti. In entrambi i casi si riscontra la difficoltà a pensare un mondo aperto dove ci sia posto per tutti, che comprenda in sé i più deboli e rispetti le diverse culture» (n. 155).

15] Ivi, nn. 75 e 196.

16] H. Arendt, Philosophy and Politics, in «Social Research», 57-1 (1990), p. 81.

17] Francesco, Fratelli tutti, n. 100.

18] Ivi, n. 182.

19] A. Hernàndez Vidales, I risvolti dell’umano tra i greci antichi e la Fratelli tutti, cit., p. 252.




Aggiunto il 21/10/2025 22:10 da Simone Rapaccini

Argomento: Filosofia politica

Autore: Simone Rapaccini



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