Per quanto l'accostamento tra la filosofia di Vincenzo Gioberti (1801–1852) e le tematiche relative all'Intelligenza Artificiale (d’ora in poi IA) non sia immediato, poiché appartengono a epoche e domini diversi, recenti dibattiti filosofici e iniziative culturali hanno iniziato a tracciare possibili collegamenti tra il pensiero del filosofo neoguelfo e le sfide poste dalla tecnologia moderna [1]. Indagare questo ambito non è certamente semplice e richiede una grande prudenza ermeneutica a partire dal nucleo dell’ontologismo giobertiano, costituito dalla celebre formula ideale delle due proposizioni «L’Ente crea l’esistente», esprimente il primo ciclo della cosmogonia divina, e «l’esistente torna all’Ente», attinente alla creazione palingenesiaca ovvero al secondo atto del «processo creativo» [2]. Secondo Gioberti, l'intelligenza umana partecipa all'atto creativo divino attraverso «la conoscenza di Dio, per intuizione a priori (visione)» che è la «condizione di possibilità di ogni altra conoscenza», cioè a dire che l’immediata presenzialità dell’Idea obiettiva e sovrintelligibile dell’Ente divino è la condizione necessaria e assoluta per rendere attivo il pensiero creato [3]. L’intuizione dell’Idea-Ente è un’esperienza soprasensibile o metafisica in cui l’intelligenza umana è in grado di riconoscere una Presenza di assoluta verità intuitivamente colta, nei confronti della quale la ragione creata non fa che porsi riflessivamente nei confronti dell’indiscutibile anteriorità di un dato primitivo di irriducibile trascendenza [4]. Applicate all'IA, queste considerazioni sollevano una distinzione fondamentale: mentre l'IA manipola elementi "esistenti" (dati, simboli e informazioni già presenti), essa manca, in riferimento alla prospettiva giobertiana, della capacità di intuire l'Ente, ovvero della scintilla creativa e ontologica che definisce l'intelligenza reale.
A partire da tali presupposti, Gioberti elabora una concezione della civiltà intesa come una “rivoluzione ideale” che è, al contempo, conservativa, perché mantiene e armonizza i dati vivi e reali della natura e della società umana, ma anche progressiva, in quanto accresce e svolge le potenzialità contenute nella realtà. Alla base di ogni autentico progresso antropologico vi sono, per Gioberti, dei principi religiosi che, nel corso della storia, hanno raggiunto il massimo sviluppo con l’avvento del cristianesimo, in particolare quello cattolico. La religione e la civiltà sono “universali”, cattoliche, in quanto capaci di comprendere e concedere il giusto posto a tutte le verità concepibili per il pensiero umano e ad ogni forma di progresso realizzabile dall’azione umana [5]: la religione riceve dalla civiltà dei mezzi variabili, e porge, a sua volta, dei princìpi e uno scopo ideali, che non sono soggetti a cambiamenti. La possibilità di tale accordo avviene grazie all’atto creativo, alla luce del quale “accordare” equivale a “creare”, cosicché «l’incarnazione del dogma cattolico nella civiltà e nella scienza (…) può avere luogo quando (…) si apprende l’unità e l’armonia speculativa di esso» [6]. Dal momento che «la civiltà è divina, come la religione, e solo in tanto a questa inferiore, in quanto mira direttamente al tempo, non all’eterno», ne consegue che «chi disama e disfavorisce i mondani interessi, pregiudica ai sopramondani, come contrasta al fine chi reca danno od inciampo ai sussidi che vi conducono». Opporsi all’incivilimento umano vuol dire contraddire al Vangelo, per il fatto che questo è il postulato necessario per spiegare razionalmente le varie parti di quello: «la barbarie è sorella dell’irreligione, poiché è l’apoteosi della violenza, la deificazione della materia insensata ed inerte», che contraddice alla legge fondamentale e teleologica dell’universo, riposta nel crescere graduato del potere dell’intelligibile sul sensibile, della mente sulle altre forze create [7]. La supremazia dello spirito sulla materia è provata dal fatto che esso sia l’elemento capace di dare unità e semplicità al molteplice e all’eterogeneo, la sostanzialità intima a cui tutte le altre sostanze si appoggiano, di modo che la materia altro non è se non un’aggregazione di forze aventi una mentalità virtuale, la quale produce la bellezza e l’armonia dei fenomeni [8]. Trasposto nell'era dell'IA, il pensiero di Gioberti suggerisce la necessità di una "guida morale" allo sviluppo tecnologico soprattutto riguardo ai principali rischi che un utilizzo improprio di quest’ultimo comporta: la diffusione di disinformazione (deepfake), i bias algoritmici discriminatori, le possibili violazioni della privacy, le minacce alla sicurezza informatica, la perdita di posti di lavoro e le potenziali problematiche psicologiche. L'uso non regolamentato dell’enorme potenziale che mette a disposizione l’IA può, inoltre, amplificare le disuguaglianze economiche, sociali, culturali e manipolare in modo pericoloso l'opinione pubblica.
Gioberti crede fortemente nel valore del progresso umano e considera la barbarie e l’oppressione i più temuti nemici delle anime: la religione senza cultura manca di strumento e di soggetto con cui e su cui esercitarsi, mentre la cultura senza religione non ha regola, né scopo, né compimento. Non vi può essere errore, vizio o disordine morale che non abbia, alla sua radice, un difetto di civiltà: il peccato deve essere inteso come frutto di ignoranza o cupidigia, ed ha la sua sconfitta nell’istruzione e nel tirocinio. L’autentica “rivoluzione ideale” di cui Gioberti si fa portatore con la sua riflessione filosofica vuole includere tutti i veri ed essere assolutamente universale, non escludendo nessun aspetto della realtà se non le esclusioni stesse che non vogliono neppure essere conciliate nell’unità suprema del Verbo divino, del senso del tutto. Il suo sistema ontologico si pone come una filosofia essenzialmente e intrinsecamente civile: come vera, infatti, essa è una scienza che ha le sue radici nel dogma immutabile, ed è suscettibile di continui esplicamenti e perfezionamenti; come bene, essa è amore e si coniuga perfettamente con la civiltà, cosicché «ogni contrasto fatto al corso dell’incivilimento è una violazione della divina legge, non solo in quanto essa emerge dai dettati di ragione e di natura, ma in quanto più viva e compiuta rifulge negli oracoli rivelati» [9]. Se per Gioberti il linguaggio è un dono divino legato alla rivelazione, i moderni modelli linguistici utilizzati dall’IA sfidano questa visione, proponendo un linguaggio che emerge da calcoli probabilistici, privo di un legame metafisico diretto con la verità o l'essere. I Large Language Models (LLM) sono, infatti, modelli avanzati di intelligenza artificiale generativa basati su reti neurali (architettura Transformer) e su enormi set di dati per comprendere, riassumere, tradurre e generare testi simili a quelli umani. A differenza di questi ultimi, i linguaggi intelligenti artificiali non sono in grado di compiere delle operazioni capaci di orientare, in modo consapevole e volontario, le scelte dell’umanità verso la verità, la bellezza e il bene.
Grazie al princìpio protologico di creazione è possibile dare compimento al progresso umano, risolvendo «le guerre civili della scienza» [10] per giungere alla elaborazione della sapienza “palingenesiaca” che si attua all’interno dell’armonia poligonica del cattolicesimo «in cui coesistono unificate e non confuse, prima potenzialmente, poi attualmente, idee molteplici e diverse in gran numero» [11]. Per fare ciò, il pensiero riflessivo, col suo trascorrere comparativamente da una concezione all’altra, deve diventare «sempre più celere, comprensivo», così da intendere «simultaneamente molte cose» [12] e riverberare l’assoluta simultaneità del Logos divino, «uno e infinito», in cui «obbiettiavamente tutti i veri sono attualmente uno solo». Questo processo permette alla mente umana di accostarsi alla “relazione delle relazioni”, l’Idea-Verbo, attraverso «l’infinitazione del pensiero» che è «l’acceleramento, la contrazione, l’intensità della riflessione infinitamente accostantesi all’intuìto attuale e infinito, cioè del pensiero divino e assoluto». Come «nella macchina ogni ruota, ogni ordigno ha la consistenza e solidità richiesta al suo ufficio e nulla più», ugualmente «non v’ha superfluità né mancanza nella scienza vera», in quanto ogni concezione «è né più né meno quel che dee essere», in riferimento al criterio della «diversità armonica»[13]. La “scienza cattolica” comprende al proprio interno «non (…) solo il medesimo, ma anco il diverso», poiché «è la sintesi di amendue, l’identità nella differenza e la differenza nell’identità» : essa contiene in sé la connessione sistematica di tutti i progressi dell’umanità, in base alla “circuminsessione dei veri” propria del Logos divino, «non escludendo alcuna idea» e fungendo come «criterio dei veri» che «comprende e collega senza travisarle tutte le idee madri che capiscono nell’intelletto umano»[14].
La riflessione giobertiana ci offre dunque diverse suggestioni che possono costituire interessanti spunti di riflessione riguardo ai grandi benefici e ai possibili pericoli dell’IA. Le importanti sfide del futuro che attendono l’umanità potranno essere superate solo se saranno affrontate con la consapevolezza e la volontà di orientare il progresso scientifico e tecnologico verso gli intramontabili valori del vero e del bene in modo tale da permettere al genere umano il compimento della “metessi universale”, indicata nella seconda parte della formola ontologica (L’esistente torna all’Ente) [15], per mezzo della quale ogni forma di molteplicità ideale e reale potrà essere armonizzata in una nuova forma di unità poligonica.
[1] Cfr. Rosmini Vs Gioberti, ovvero Nicolini Vs Thiel, in https://fondazioneolitec.com/2026/03/25/rosmini-vs-gioberti-ovvero-nicolini-vs-thiel/#:~:text=%C3%88%20proprio%20questa%20struttura%20del%20pensiero%20rosminiano,stanno%20ridefinendo%20il%20perimetro%20stesso%20della%20conoscenza; si segnala anche l’iniziativa promossa dall’Associazione culturale Vincenzo Gioberti, di organizzare una serie di quattro lezioni con il dott. Peter Thiel, imprenditore e politico tedesco naturalizzato statunitense e neozelandese, sulla grande tradizione del pensiero classico e cristiano in relazione alle importanti trasformazioni che l’IA sta portando nel mondo contemporaneo: https://www.avgioberti.it/blog/comunicato-stampa-sulle-lezioni-di-peter-thiel
[2] V. Gioberti, Introduzione allo studio della filosofia, Oliva, Milano 1850, 2 voll., vol. I, pp. 286-90.
[3] A. Del Noce, voce Ontologismo, in Da Cartesio a Rosmini, a cura di F. Mercadante e B. Casadei, Giuffrè, Milano 1992, p. 485; pp. 488-490.
[4] G. Cuozzo, Rivelazione ed ermeneutica. Un’interpretazione del pensiero filosofico di Vincenzo Gioberti alla luce delle opere postume, Mursia, Milano 1999, pp. 17-19.
[5] V. Gioberti, Apologia del libro intitolato Il gesuita moderno, a cura di R. Orecchia, Padova, Cedam, 1973, Edizione Nazionale delle opere di Vincenzo Gioberti, vol. XXVII, pp. 156-158; 164-165.
[6] V. Gioberti Il gesuita moderno, a cura di M. F. Sciacca, Milano, Bocca, 1940, Edizione Nazionale delle opere di Vincenzo Gioberti, vol. XVI, p. 253.
[7] V. Gioberti, Prolegomeni del primato morale e civile degli italiani, a cura di E. Castelli, Milano, Bocca, 1938, Edizione Nazionale delle opere di Vincenzo Gioberti, vol. I, p. 98.
[8] V. Gioberti, Il gesuita moderno, cit., vol. XVI, pp. 218-222.
[9] V. Gioberti, Apologia del libro intitolato Il gesuita moderno, cit., pp. 159-160; 186-188.
[10] V. Gioberti, Filosofia della rivelazione, a cura di G. Bonafede, Padova, CEDAM, 1989, Edizione Nazionale delle opere di Vincenzo Gioberti, vol. XXXVI, pp. 83-84.
[11] V. Gioberti, Protologia, a cura di G. Bonafede, Padova, CEDAM, 1983-1986, Edizione Nazionale delle opere di Vincenzo Gioberti, vol. XXXV, p. 164.
[12] Protologia, vol. XXXIII, pp. 139-140.
[13] Protologia, vol. XXXII, p. 221, 269,
[14] Protologia, vol. XXXII, p. 224, 319, 363.
[15] Protologia, vol. XXXII, p. 162, 289, 318.
Aggiunto il 07/04/2026 10:12 da Paolo Gava
Argomento: Filosofia delle idee
Autore: Paolo Gava
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