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Il valore della soggettività secondo Kierkegaard

Il valore della soggettività secondo Kierkegaard

Il tema della soggettività è al centro di tutta la riflessione filosofica di Søren Kierkegaard (1813-1855). Egli aveva ben compreso che si trattava della sua maggiore scoperta al punto da affermare addirittura di desiderare come epitaffio per la sua tomba “Quel Singolo”, come si può leggere in questo bellissimo passo:  «Se io dovessi domandare un epitaffio per la mia tomba, non chiederei che “Quel Singolo” — anche se ora questa categoria non è capita. Lo sarà in seguito. Con questa categoria “il Singolo”, quando qui tutto era sistema su sistema, io presi polemicamente di mira il sistema, ed ora di sistema non si parla più. A questa categoria è legata assolutamente la mia possibile importanza storica. I miei scritti saranno forse presto dimenticati, come quelli di molti altri. Ma se questa categoria era giusta, se questa categoria era al suo posto, se io qui ho colpito nel segno, se ho capito bene che questo era il mio compito, tutt’altro che allegro e comodo e incoraggiante: se mi sarà concesso questo, anche a prezzo di inenarrabili sofferenze interiori, anche a prezzo di indicibili sacrifici esteriori: allora io rimango, e i miei scritti con me». Kierkegaard mette questa categoria al centro non solo della sua produzione letteraria, ma al centro stesso del Cristianesimo: «“Il Singolo”: con questa categoria sta e cade la causa del Cristianesimo, dopo che lo sviluppo del mondo ha raggiunto il grado attuale di riflessione»[1].

La realtà singolare del soggetto è la principale categoria di pensiero che Kierkegaard considera di valore eterno, per la cui difesa egli mette in moto tutta la propria capacità dialettica al fine di smascherare i sofismi che tendono ad identificare il singolo con una idea astratta, con un membro di una specie o con la massa, con la folla, col pubblico. Il modo col quale la filosofia moderna parla dell’esistenza, mostra che essa non crede all’immortalità personale; la filosofia in generale non crede, essa comprende solo l’eternità dei “concetti”[2]. Nel linguaggio dell’astrazione non viene in fondo mai fuori ciò che costituisce l’esistenza e le difficoltà che la caratterizzano per il fatto che il pensiero astratto è sub specie aeterni e prescinde dal concreto, dal temporale, dal disagio dell’esistente di essere composto di tempo e di eternità. Porre in astratto il problema della realtà e rispondere astrattamente ad esso, è certamente molto meno difficile del chiedersi e cercare di rispondere a cosa significhi che una certa determinata cosa sia una realtà. Il pensiero astratto prescinde da ciò che è determinato e, in questo modo, evade dalla difficoltà di comporre, nell’atto del pensare, la singola realtà con l’idealità del pensiero. L’astrazione non si preoccupa delle questioni che riguardano la singolarità, anzi piuttosto scansa le difficoltà dell’esistenza per poi pretendere di spiegare tutto. Questa situazione, nel momento in cui riguarda un soggetto umano, genera il comico ovvero la situazione di un soggetto umano che vive nella dimensione fantastica dell’astrazione in cui la realtà di sé e del mondo viene trasfigurata e rimossa. 

Il fatto che i contenuti del pensiero non interessino la soggettività del pensatore è il più grande equivoco in cui possa incorrere un sistema astratto come quello hegeliano di cui Kierkegaard è un convinto avversario. Per il filosofo danese «Hegel ha perfettamente e assolutamente ragione: dal punto di vista dell’eternità, sub specie aeterni, nel linguaggio dell’astrazione, nel puro pensiero e nel puro essere, non c’è alcun aut aut. Come diavolo potrebbe esserci, se per l’appunto l’astrazione rimuove la contraddizione? (...) D’altra parte Hegel ha anche completamente torto quando, dimenticando l’astrazione, la pianta in asso e si precipita nell’esistenza per per eliminarvi di prepotenza il doppio aut». E’ impossibile, infatti, eliminare l’alternativa delle opposizioni nell’esistenza in quanto, per farlo, si dovrebbe eliminare l’esistenza stessa: «quando elimino (astraggo) l’esistenza, non c’è più nessun aut-aut; quando lo elimino dall’esistenza, elimino anche l'esistenza, e ciò significa che non è ch’io lo elimini dall’esistenza»[3]. 

Pensare l’esistenza secondo la logica dell’astrazione significa prescindere dalla difficoltà che c’è nel pensare l’eterno nel divenire, cosa del resto inevitabile dal momento che ogni pensatore, in quanto esistente, è nel divenire. Da ciò consegue che pensare astrattamente è molto più facile che non esistere ma, allo stesso tempo, pericolosamente alienante per ogni soggetto umano. Esistere in verità significa, infatti, compiere l’operazione veramente ardua di penetrare con la coscienza la propria esistenza, mantenendosi presenti nel divenire da cui essa è costituita. L’esistenza non può essere pensata senza movimento e il movimento non può essere pensato sub specie aeterni: nel momento stesso in cui l’esistenza e il movimento sono pensati, essi vengono aboliti e quindi non possono neppure essere più pensati. Se la verità è ciò in cui si deve esistere allora il pensiero puro è una chimera: «dover esistere grazie alla guida del pensiero puro è come se si dovesse viaggiare in Danimarca con una piccola carta geografica di tutta l’Europa, in cui lo spazio della Danimarca non è più grande di un pennino - anzi, è più impossibile ancora»[4].  

Dal momento che ogni esistenza è movimento occorre però postulare che ci sia una continuità che unifichi il movimento stesso in quanto senza un principio immobile non potrebbe neppure esistere il movimento di qualcosa. La difficoltà per l’esistente consiste nel dare continuità all’esistenza, senza la quale tutto svanisce completamente. Ciò in cui consiste la realtà non può essere esposto nel linguaggio dell’astrazione in quanto la realtà è un inter-esse dell’esistente per la propria soggettività ovvero nel dovere che egli ha di esistere che è anche il supremo interesse dell’uomo. Ogni sapere circa la realtà è solo possibilità, astrazione, ipotesi; l’unica realtà di cui un esistente può avere conoscenza è la sua propria realtà che costituisce anche il suo assoluto interesse. La soggettività reale non è quella conoscente perché col sapere il soggetto si trova nel mondo delle possibilità, ma è la soggettività esistente che è infinitamente interessata alla propria realtà etica ovvero a come dover vivere per realizzarsi in modo autentico: «appena io comincio a pensare il mio pensiero finalisticamente, dandogli per scopo qualcosa di altro, l’interesse entra in gioco. Appena c’è l’interesse, c’è l’etica, e mi dispensa da tutti gli sforzi per provare la mia esistenza; m’impedisce di svignarmela in deduzioni astratte di etica fallace e di metafisica oscura, in quanto m’impegna all’esistere»[5].  

Per Kierkegaard l’etica ha a che fare con l’interiorità degli uomini singoli e non si lascia contemplare da chi rimane esterno ad essa. Ogni singolo è eticamente isolato per se stesso e soltanto l’individuo può per suo conto sapere ciò che egli è. Il “come” della verità è precisamente la verità e la realtà etica propria dell'individuo è l’unica realtà. Se l’esistere non si lascia pensare eppure l’esistente è pensante vuol dire che egli pensa in modo intermittente secondo un prima e un poi, senza poter mai raggiungere una continuità assoluta. L’uomo pensa ed esiste e, nel fare questo, separa pensiero ed essere, li distanzia nella successione temporale e spaziale. Dal momento che la successione non si lascia pensare non è possibile un sistema dell’esistenza: la realtà del singolo consiste in un processo interiore in cui l’individuo toglie la possibilità e s’identifica col pensiero per esistere in esso, passando dall’idea astratta all’azione concreta. Compito di ogni individuo è diventare un uomo completo a prescindere dall’effettiva realizzazione di tale intento: ciò che conta è l’esigenza interiore di compiere la propria soggettività. Rispetto all’esistenza, il pensiero non può mai porsi al di sopra della fantasia e del sentimento ma deve essere coordinato con essi: il compito non è di togliere l’uno a spese dell’altro ma il raggiungimento del loro equilibrio, raccogliendo tutti i momenti della vita personale in una dimensione unitaria e coerente.    

Il compito del pensatore soggettivo è dunque, secondo Kierkegaard, quello di comprendere se stesso nell’esistenza. Tale operazione è uno dei compiti più difficili e complessi che riguarda ogni uomo in quanto esistere significa vivere in un’enorme contraddizione da cui non si deve fuggire per paura o frenesia ma restare con coraggio ed umiltà per riuscire ad esprimere autenticamente quel che si è compreso di se stessi. Tutti i problemi dell’esistenza sono appassionanti perché l’esistenza, quando se ne prenda coscienza, dà passione. In tal senso, il pensatore soggettivo non può essere un uomo di scienza quanto piuttosto un artista: egli è «abbastanza esteta perché la sua vita abbia un contenuto estetico, abbastanza etico per poterla regolare, abbastanza dialettico per dominarla col pensiero»[6]. Comprendere se stessi nell’esistenza è anche il principio cristiano, per il quale il credente è un pensatore soggettivo la cui esistenza concentra insieme contraddizioni paradossali come quelle dell’esistenza del peccato e dell’eternità che entra nel tempo. L’esistenza del credente è perciò «ancor più appassionata che non quella del filosofo greco (...) perché l’esistenza dà passione, ma l’esistenza legata al paradosso dà il massimo della passione»[7]. Ne consegue che chi non riesce a vivere la dimensione etica e religiosa non ha alternativa se non la disperazione: o si è un uomo singolo, infatti, o non si è nulla.  

 

[1] S. Kierkegaard, Diario, trad. it. a cura di Cornelio Fabro, Morcelliana, Brescia 1980-83, 12 voll., VIII, 1 A, p. 482.


[2] M. Fazio, Il singolo kierkegaardiano: una sintesi in divenire, in «Acta Philosophica», vol. 5 (1996), fasc. 2 - pp.. 221-249, pp. 230-231. Cfr. C. Fabro, Introduzione a S. Kierkegaard, Le grandi opere filosofiche e teologiche, trad. it. di Cornelio Fabro, Bompiani, Il pensiero occidentale, Firenze-Milano 2017, pp. 21-103.


[3] S. Kierkegaard, Postilla non scientifica, in ID., Briciole di Filosofia e Postilla non scientifica, a cura di Cornelio Fabro, Zanichelli, Collana di filosofi moderni, Bologna 1972, vol. II, pp. 113-114.


[4] Postilla, pp. 118-119.


[5] Postilla, pp. 124-126.


[6] Postilla, pp. 128-159.


[7] Postilla, pp 161-163.

 




Aggiunto il 15/11/2025 17:32 da Paolo Gava

Argomento: Antropologia filosofica

Autore: Paolo Gava



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