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Il senso della vita tra Vito Mancuso e Ludwig Wittgenstein

Il senso della vita tra Vito Mancuso e Ludwig Wittgenstein

 

L’enigma che non smette di interrogare

Ci sono domande che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico, eppure accompagnano silenziosamente l’esistenza di ciascuno. Esse emergono nei gesti più ordinari, laddove la vita quotidiana sembra non avere nulla di enigmatico, ma rivela invece la sua dimensione più complessa e sfuggente.

La domanda sul senso dell’esistenza accompagna da sempre l’essere umano. Essa può essere affrontata da prospettive diverse: filosofica, teologica, psicologica, antropologica. In questo contributo sceglieremo di concentrarci in particolare sulla duplice dimensione filosofica e teologica, lasciando sullo sfondo l’approccio psicologico. Tale scelta non ne sminuisce affatto la rilevanza, ma consente di focalizzare l’attenzione sul dialogo – talvolta armonico, talvolta conflittuale – che filosofia e teologia hanno intrattenuto lungo i secoli, cercando di illuminare il mistero della vita e di dare forma alle domande fondamentali dell’uomo.

Perché includere anche la dimensione teologica? La storia della cultura occidentale lo rende evidente. Filosofia e teologia, pur con metodi differenti, hanno condiviso la ricerca di senso. Nel Medioevo, ad esempio, Tommaso d’Aquino concepiva la filosofia come ancilla theologiae, ossia come strumento al servizio della teologia (Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, Edizioni Studio Domenicano, 2012). In epoca moderna, Immanuel Kant rivendicò l’autonomia della ragione, pur riconoscendo la persistenza delle “domande ultime” (Kant I., Critica della ragion pura, Laterza, 2005). Søren Kierkegaard, invece, sottolineò che l’esistenza umana trova compimento soltanto nell’“atto di fede” (Kierkegaard S., Timore e tremore, BUR, 2010).

La teologia, a sua volta, ha offerto chiavi di lettura capaci di arricchire la riflessione filosofica. Sant’Agostino, ad esempio, concepiva la ricerca di Dio come un itinerario interiore coincidente con la ricerca di verità e felicità (Agostino A., Confessioni, Città Nuova, 2011). Affrontare insieme la prospettiva filosofica e quella teologica significa dunque muoversi in un territorio complesso, che richiede rigore, apertura e capacità di accogliere punti di vista differenti.

Non si tratta di un interrogativo nuovo: esso attraversa i secoli, assume forme diverse, ma conserva intatta la sua forza provocatoria, continuando a interpellare l’essere umano in ogni epoca.

Qual è il senso della vita?

Una domanda che, a prima vista, potrebbe sembrare superflua o retorica. E tuttavia, prima o poi, ogni persona si trova a doverla affrontare, spesso in momenti cruciali o di svolta della propria esistenza. Uno studente, ad esempio, al termine del percorso scolastico si affaccia al cosiddetto “mondo dei grandi”, soprattutto quando la ricerca di un’occupazione si rivela difficile o incerta (Heidegger M., Essere e tempo, Il Mulino, 2012). Altri sperimentano la domanda dopo la perdita di un amore che credevano eterno, vivendo un senso di smarrimento esistenziale (Frankl V., La ricerca del senso, Mondadori, 1996).

Per i filosofi, interrogarsi sul significato della vita è parte integrante della loro ricerca. In questa prospettiva, il senso non è un concetto astratto, ma una questione concreta che implica il confronto con dimensioni più ampie e complesse di quanto si possa immaginare (Kierkegaard S., Aut-Aut, Città Nuova, 2010).

In ogni caso, interrogarsi sull’esistenza comporta un processo di scoperta e di consapevolezza: chi si pone questa domanda entra in contatto con aspetti più profondi e articolati della propria esperienza quotidiana, aprendo così la strada a una comprensione più autentica della vita stessa (Aristotele, Etica Nicomachea, Laterza, 2005).

Vito Mancuso e il senso della vita

Nel testo A proposito del senso della vita, Vito Mancuso offre un assaggio di ciò che l’uomo contemporaneo deve mettere in relazione quando si interroga sul significato della propria esistenza. Secondo il filosofo, il senso non è qualcosa da scoprire fuori di noi, ma da costruire attivamente dentro di noi, attraverso un’azione che egli chiama “atto d’amore” (Mancuso V., A proposito del senso della vita, Garzanti, 2021).

Possiamo individuare cinque punti essenziali del suo pensiero:

  1. Il senso nasce dalle nostre scelte e azioni
    La vita di ciascuno acquisisce senso perché siamo noi a renderla significativa attraverso le nostre scelte e le nostre azioni. Non esiste una risposta unica e universale che possa valere per tutti. Si può intravedere, in questa prospettiva, un richiamo a Sant’Agostino, per il quale il senso si radica nell’interiorità di ciascun uomo.
  2. La morte come parte del ciclo della vita
    Mancuso introduce il tema della vita e della morte, sostenendo che quest’ultima non deve essere considerata come fine assoluta, ma come parte del ciclo naturale dell’esistenza. La consapevolezza della nostra fragilità ci spinge a valorizzare il tempo che viviamo, a cercare di viverlo in modo soddisfacente e, soprattutto, a superare la paura della fine.
  3. Relazioni e amore come energia di connessione
    Un altro aspetto centrale del pensiero di Mancuso è l’importanza delle relazioni e dell’amore. Quest’ultimo non va inteso solo come sentimento, ma come una vera e propria energia cosmica di connessione con gli altri e con l’universo. Il senso di appartenenza si realizza dunque nelle relazioni autentiche.
  4. Spiritualità laica ed etica del bene comune
    La visione spirituale di Mancuso non è legata a una religione specifica, bensì è laica. Si tratta di superare i limiti dell’egoismo e di orientarsi verso un’etica del benessere collettivo, riconoscendo di essere parte di una realtà più grande.
  5. Il ruolo della scienza e della filosofia
    Infine, Mancuso sottolinea la necessità di un dialogo tra scienza e filosofia. Egli invita a non cadere in un misticismo superficiale e riconosce che il concetto stesso di senso della vita si evolve e si arricchisce grazie al contributo della conoscenza.


In conclusione, per Mancuso il senso della vita consiste in un continuo interrogarsi, in una ricerca costante di verità e significato. Ciò comporta lo sviluppo della consapevolezza di sé e del mondo, la capacità di amare e di creare legami autentici, e l’accettazione delle fragilità umane che accompagnano il cammino dell’esistenza.

Il suo contributo si caratterizza per una grande capacità di mediazione tra tradizione e contemporaneità: partendo da radici antiche, Mancuso riesce a parlare all’uomo di oggi, offrendo una riflessione che non chiude la ricerca ma la rilancia, rendendola più attuale e accessibile

Ludwig Wittgenstein e il senso della vita

Dopo questa analisi, è utile avvicinarsi al pensiero di Ludwig Wittgenstein, filosofo austriaco che Bertrand Russell definì «forse il più perfetto esempio di genio che abbia mai conosciuto: appassionato, profondo, intenso e dominante» (Russell B., Autobiografia, Laterza, 1989). Il confronto tra Mancuso e Wittgenstein sul senso della vita rivela interessanti affinità nel punto di partenza, ma anche una divergenza cruciale nello sviluppo della loro filosofia.

Entrambi si distaccano dalla tradizione che cerca nel senso della vita una risposta metafisica o astratta: sia Mancuso che Wittgenstein ritengono che il senso non sia un’entità esterna da scoprire, bensì qualcosa che si realizza nella vita stessa. Il fulcro è l’agire, la pratica e l’atteggiamento etico dell’individuo.

Wittgenstein, in particolare, sosteneva che il senso della vita non è un oggetto nascosto da cercare o da scoprire. Non può essere spiegato né con categorie teoriche né con il linguaggio scientifico: si tratta piuttosto di una questione pratica ed etica, che si manifesta attraverso il nostro modo di vivere. Nel Tractatus Logico-Philosophicus (Wittgenstein L., Tractatus Logico-Philosophicus, Einaudi, 1998), egli afferma che il linguaggio descrive solo fatti ed eventi empirici, ma non può esprimere il senso della vita, che non appartiene al dominio dei fatti. Da qui la celebre proposizione: «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere».

Questa affermazione, che a una prima lettura può sembrare un invito a rinunciare alla ricerca di significato, è in realtà un’esortazione a riconoscere i limiti del linguaggio. Il senso della vita non si riduce a un problema logico da risolvere, ma si mostra attraverso l’esperienza vissuta, nelle nostre scelte etiche e nel nostro atteggiamento esistenziale.

Per Wittgenstein, l’etica si intreccia con l’estetica: una vita etica è paragonabile a un’opera d’arte. Non possiede un senso oggettivo e descrivibile, ma rivela bellezza e integrità attraverso il modo in cui viene vissuta. Il senso non è un concetto astratto da comprendere, ma un “modo di essere nel mondo”.


Il senso che si manifesta nella vita quotidiana

La portata del pensiero wittgensteiniano può essere compresa non solo attraverso la riflessione filosofica astratta, ma anche nell’esperienza ordinaria della vita di ogni giorno. Il lavoro, le relazioni, le attività ripetute e spesso inconsapevoli della routine quotidiana costituiscono il terreno concreto in cui il tema del senso trova la sua espressione più immediata.

La visione tradizionale

Nella prospettiva teleologica classica, l’agire quotidiano appare orientato verso obiettivi esterni: ottenere sicurezza economica, raggiungere riconoscimento sociale, consolidare risultati tangibili. In questa ottica, il valore di un’azione si misura nella sua capacità di conseguire un fine. Tutto ciò che non contribuisce direttamente al risultato viene percepito come superfluo o irrilevante. Il fallimento, anche parziale, è allora interpretato come segno di inutilità, generando la percezione di una vita svuotata di significato (Aristotele, Etica Nicomachea, Laterza, 2009).

La prospettiva wittgensteiniana

Wittgenstein, al contrario, ci invita a riconoscere che il senso non risiede in un fine ultimo da raggiungere, ma si dischiude nel come dell’agire quotidiano: nel preparare un pasto, nel dialogo con un vicino, nella cura di un figlio, nel semplice gesto di cortesia. I giochi linguistici e le pratiche comuni costituiscono il tessuto vivo del significato, che non è un “oltre” da conquistare, ma ciò che si manifesta nell’uso stesso della vita vissuta (Wittgenstein L., Ricerche filosofiche, Einaudi, 2009).

La dimensione etica

Quando una persona sceglie di compiere un gesto di attenzione verso un altro – non per calcolo di utilità, ma perché lo riconosce come giusto – essa testimonia che il senso dell’agire non si riduce alla logica della convenienza. In tali atti quotidiani si rivela una dimensione etica radicata nella concretezza, che non ha bisogno di giustificazioni trascendenti, ma si manifesta nel modo di essere-con-gli-altri (Levinas E., Totalità e infinito, Jaca Book, 1980).

L’atteggiamento come praxis

Analogamente, nell’affrontare un compito quotidiano – dal lavoro domestico a una conversazione impegnativa – l’impegno trova valore non solo nel risultato, ma nella qualità intrinseca del gesto: la cura dei dettagli, l’attenzione verso gli altri, la responsabilità condivisa. La vita può così essere compresa come praxis dotata di valore, in cui il quotidiano si rivela tessitura narrativa che conferisce identità e significato (Ricoeur P., Sé stesso come un altro, Jaca Book, 1993).

Una forma di vita estetico-etica

Da questa prospettiva, la vita quotidiana appare come una Lebensform – una forma di vita – che non può essere ridotta a meri calcoli di efficienza o a parametri esterni di successo. Essa si configura piuttosto come esperienza estetico-etica: un’opera in cui il senso si manifesta non come risposta a un “perché” astratto, ma come pratica incarnata di un “come” concreto. La bellezza di una vita non si misura dalla somma dei risultati conseguiti, ma dalla qualità dei gesti che la compongono.


Il confronto svolto tra due filosofi, uno contemporaneo e l’altro agli inizi del Novecento – Vito Mancuso e Ludwig Wittgenstein – mette in luce una prospettiva comune: per entrambi il senso della vita non è un concetto già dato, ma qualcosa che si costruisce e si manifesta nel modo stesso di vivere. Tuttavia, mentre la filosofia si arresta davanti ai limiti del linguaggio e della ragione, la teologia apre ulteriori possibilità.

Sicuramente, per completezza, si sarebbe potuto richiamare anche il pensiero di altri grandi come Socrate o Camus; ma, per ragioni di spazio e soprattutto per lo scopo di questo articolo, l’attenzione si è concentrata sul confronto tra un filosofo moderno e uno del primo Novecento, entrambi eredi della filosofia antica.

Da un punto di vista teologico, il riferimento imprescindibile è Sant’Agostino, il quale, nella sua opera più celebre, ricordava che «il cuore dell’uomo è inquieto finché non riposa in Dio» (Agostino A., Confessioni, Città Nuova, 2011). Che cosa voleva dirci? Agostino sottolinea che la fede non elimina la ricerca di senso, ma la orienta verso una sorgente più grande di noi stessi.

La teologia, infatti, invita a leggere la vita non soltanto come compito etico ed estetico – come hanno evidenziato Mancuso e Wittgenstein – ma come chiamata a un dialogo con l’Altro, che dona senso ultimo all’esistenza. In questa prospettiva, filosofia e teologia non si escludono, ma si integrano: la prima custodisce il rigore della domanda, la seconda offre la speranza di una risposta che non annulla l’enigma, ma lo abita.

Così, la vita diventa davvero “opera d’arte” quando si lascia illuminare dall’amore umano e, insieme, dalla luce di Dio: in questo incontro, essa trova la sua pienezza e il suo compimento.

Bibliografia

Agostino A., Confessioni, Città Nuova, 2011.
Aristotele, Etica Nicomachea, Laterza, 2005.
Frankl V., La ricerca del senso, Mondadori, 1996.
Heidegger M., Essere e tempo, Il Mulino, 2012.
Kant I., Critica della ragion pura, Laterza, 2005.
Kierkegaard S., Aut-Aut, Città Nuova, 2010.
Kierkegaard S., Timore e tremore, BUR, 2010.
Levinas E., Totalità e infinito, Jaca Book, 1980.
Mancuso V., A proposito del senso della vita, Garzanti, 2021.
Ricoeur P., Sé stesso come un altro, Jaca Book, 1993.
Russell B., Autobiografia, Laterza, 1989.
Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, Edizioni Studio Domenicano, 2012.
Wittgenstein L., Ricerche filosofiche, Einaudi, 2009.
Wittgenstein L., Tractatus Logico-Philosophicus, Einaudi, 1998.




Aggiunto il 23/08/2025 17:59 da Agatino Calvio

Argomento: Filosofia contemporanea

Autore: Agatino Calvio



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