Il dramma della flagellazione di Cristo si configura come fondamento morale ed estetico della cultura cristiana. Nella dimensione etica, assistiamo all’eclissi della visione antropocentrica ed eccentrica dell’individuo, a favore di una dimensione collettiva e partecipativa. Attraverso il sacrificio della flagellazione, l’uomo rievoca uno spirito artistico che scaturisce proprio dalla tragicità delle immagini di chi ha donato la vita per la comunità, diventando l’elemento fondante di un nuovo "noi". L’arte, dunque, si pone come essere dell’essente nella sua funzione pedagogica: essa non è fine a se stessa, ma istituisce il legame visivo di una collettività indirizzata verso un bene comune. In questo spazio, ogni uomo trova una propria interpretazione della tragicità, mediata dalla propria cultura di appartenenza e dalla propria sensibilità spirituale.
La cultura cristiana che si è radicata nella storia dell’Occidente ha creato un senso del “noi” attraverso la sua predicazione morale ed evangelica. Questo “noi” implica una scelta, che si può evincere dalla capacità dell’uomo di mettere da parte le proprie convinzioni personali.
L’arte, come del resto la predicazione evangelica, costruisce un modo di vedere l’individuo non più chiuso nella sua dimensione interiore, bensì nella piena accettazione dell’alterità dell’altro e nella creazione di una dimensione collettiva. Quest'ultima si tramuta in un “homo novus”, uscendo da un moralismo anarco-primitivistico in cui vi era la sopraffazione dell’uno sull’altro.
Se consideriamo il Libro di Rut – incentrato sulla figura di una donna moabita (terra dell’odierna Giordania) antenata del re Davide – comprendiamo il messaggio fondante delle culture monoteistiche, tra cui quella giudaica e, a sua volta, quella cristiana, basate sulla conversione totale dettata dall’amore e dalla solidarietà.
Il passo che più riflette questo concetto, e che ho avuto modo di analizzare maggiormente, si trova in Rut 1,16-20. Il testo riporta la vicenda storica della grave carestia di Betlemme, a causa della quale un uomo di nome Elimelech decise di migrare nella terra di Moab con la moglie Noemi. La coppia ebbe due figli che, a loro volta, sposarono Rut e Orpa; un sodalizio coniugale che tuttavia si interruppe tragicamente con la morte dei due giovani e la prematura scomparsa di Elimelech.
Il messaggio fondamentale che possiamo cogliere è che la nascita del “Noi” avviene proprio nel momento della sventura. Rut, scegliendo di rimanere con la suocera, va incontro all’ignoto compiendo un atto di scelta concreta . La salvezza di Noemi accompagnerà la giovane moabita a Betlemme, dove quest'ultima lavorerà nei campi, legandosi inconsapevolmente a Booz, il loro parente più stretto. Il passo recita: «Dove andrai tu, andrò anch'io; dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove morirai tu, morirò anch'io e vi sarò sepolta».1
Questo rappresenta il messaggio più esplicito e grandioso delle culture monoteiste: l’esistenza di un “Noi” che ci conduce alla più profonda compartecipazione solidale verso la flagellazione e il calvario del Dio incarnato. Creando un momento filosofico speculativo di altissima densità , il “noi” come atto dell’amore , scriveva Hegel nei suoi Frammenti di sistema, l'amore è «l'unione dell'unione e della non unione». Dio che si è fatto carne, Gesù Cristo, non è altro che l’unione tra il finito e l’infinito. Essa diventa la figura plastica dell’amore e del Verbo che ha preso forma, compenetrando la nostra stessa esistenza.
La forma più alta di comprensione dell’atto di questa scelta , che si configura come il momento speculativo e filosofico più elevato dell’Occidente, si realizza nell’atto artistico. Quest'ultimo ci rende consapevoli e partecipi di un’espressione non individuale, bensì collettiva, dove ogni essere razionale può sentirsi parte di quel “Noi” soltanto nel momento in cui valica il muro della singolarità. L’arte, pertanto, deve essere svincolata dall’analisi della mera coscienza logica, per farsi incontro vivo con il calvario di Cristo. Questa esperienza ci permette di reincontrare la nostra natura più primitiva e impoverita, insegnandoci che l’amore di Cristo non nasce come un momento individuale fine a se stesso. Al contrario, esso genera come conseguenza necessaria la passione e la moralità, predisponendoci ad aprire l’anima e a protenderci verso il diverso.
Il Cristianesimo è la cultura che ha partorito l'idea ontologicamente manifesta dell’amore. La forma più simbolica della cultura occidentale si fa così espressione di un’esperienza corporea: il corpo agisce e, a sua volta, patisce le sofferenze quotidiane come la stanchezza, la noia, la fame e la morte. Questo insieme di fragilità ci conduce a comprendere il dolore, insegnandoci che il patire rappresenta il momento più alto dell'esistenza. È proprio nel nostro patire, infatti, che iniziamo a compatire l’altro, elevando questa dinamica a vera e propria legge di natura.
La cristianità ci ha mostrato, nel suo culmine ontico e strutturale, che l’azione autentica deriva dal vedere l’altro nella sua passione e nel suo calvario. L'atto supremo è stato quello di Dio il quale, guardando il proprio Figlio subire il martirio, si manifesta attraverso l’amore, accogliendo il grido di richiamo di Cristo. Questa immagine profonda si è resa plastica e visibile anche attraverso l’arte, dove Cristo sulla croce chiama a sé il Padre evocando il termine “Abbà” e affidandosi completamente a Lui. Oltre al patire e al compatire, emerge qui il senso assoluto dell’affidarsi all’altro: un insieme di elementi cardine che costituiscono il fondamento ontologico dell'amore manifestato dalla cristianità.
riferimenti bibliografici
1. Libro di Rut - La Bibbia "Antico Testamento" vv. 1.16-20
Aggiunto il 14/05/2026 - 15:55 da Assen Pomposelli
Argomento: Filosofia contemporanea
Autore: Assen Pomposelli
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