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Etica e politica in Aristotele

Etica e politica in Aristotele

 

Ogni azione, compiuta in base ad una scelta, mira ad un fine, che è un bene, qualcosa che si ritenga buono, valido, vantaggioso e, pertanto, «il bene è ciò a cui ogni cosa tende» [1]. Se il bene è il fine di ogni azione, il compito dell’etica sarà quello di individuare che cosa sia il bene per l’uomo. Appare evidente che i fini sono molteplici, uno per ogni disciplina o attività, e risulta chiaro, poi, che alcuni fini non sono desiderati per se stessi, ma solo in vista di altri. Se vi è un fine desiderabile più degli altri, in quanto tutti gli altri, intermedi, sono ricercati in funzione di quello, questo deve essere il bene supremo [2]. È qui che, nel ragionamento aristotelico, l’etica si incontra con la politica. Infatti, tale bene deve necessariamente essere oggetto della scienza principale, che è la politica, la scienza architettonica in massimo grado. Spetta alla politica, tramite le leggi, determinare quali azioni sia consentito compiere e quali evitare; essa decide quali altre scienze debbano essere coltivate; molte capacità umane – come la retorica, la strategia, l’economia – vengono esercitate in subordinazione della politica. Ne consegue che il fine della politica è il fine che unisce in sé tutti gli altri e, pertanto, sarà questo il bene per l’uomo; ciò a cui tende la politica è il più alto di tutti i beni raggiungibili attraverso l’azione, ossia la felicità [3], anche se l’autore ci tiene a precisare subito che non si è concordi nel dare una definizione, un contenuto alla felicità. Essa appare diversa alla massa rispetto ai sapienti, ma talvolta ogni individuo ne ha percezioni e immagini dissimili in base alla propria condizione personale, a seconda di quello che il proprio stato momentaneo ritenga più desiderabile per se stesso. In ogni caso, se in senso assoluto oggetto di volontà è il bene, per ciascuno in particolare è ciò che appare come tale [4]. A noi basta sapere che la felicità è il bene finale, verso cui tendono tutte le azioni. Le azioni che mirano alla felicità dell’individuo riguardano l’etica e quelle che sono rivolte alla felicità collettiva, della polis, concernono la politica. Ciò pone il problema del rapporto tra etica e politica, a chi spetti il primato tra il bene in senso morale e il bene in senso politico.  

Mettendo a confronto il bene comune con il bene individuale, il filosofo afferma che «se anche il bene è il medesimo per il singolo e per la città, è manifestamente qualcosa di più grande e di più perfetto perseguire e salvaguardare quello della città: infatti, ci si può, sì, contentare anche del bene di un solo individuo, ma è più bello e più divino il bene di un popolo, cioè di intere città» [5]. Sembra, dunque, che un bene collettivo (il bene politico) sia più desiderabile di un semplice bene individuale, personale (il bene morale). Si tratta di comprendere, allora, quale sia il rapporto tra individuo e Stato. Molti interpreti hanno colto nell’opera aristotelica una sottesa superiorità del secondo sul primo, attribuendo, di conseguenza, un ruolo subordinato dell’etica alla politica.

In effetti, l’autore, nella Politica, afferma in maniera netta che lo stato è anteriore sia alla famiglia – prima e fondamentale organizzazione sociale – che a ciascun individuo, come il tutto è anteriore alla parte – poiché se si sopprimesse il tutto anche le parti non esisterebbero più, in quanto perderebbero le loro funzioni e capacità. Nella medesima situazione si troverebbe l’individuo, se venisse separato dal tutto, poiché non sarebbe più in grado di rispondere ad una esigenza dettata dalla propria natura [6].

D’altro canto, se consideriamo che l’etica persegue il bene dell’individuo e la politica il bene di tutti gli individui, inteso in qualche modo come la somma dei beni singoli, o quel bene collettivo che li raccolga tutti, si può giustamente osservare come sia l’etica ad offrire il proprio fine alla politica e che quest’ultima non faccia altro che soddisfare, su larga scala, quanto la prima propone. Un tale ragionamento si basa sull’affermazione dell’identità tra il bene individuale e il bene della città. In questo caso, la politica non farebbe altro che mirare ad un fine precedentemente individuato dalla morale. La stessa etica preferisce o mira ad assicurare questo bene a tutti gli individui [7]. Il bene dell’individuo, la felicità personale, corrisponde al bene collettivo, che è la felicità di ogni singolo cittadino, quindi di tutti i cittadini nella comunità politica.

Concludendo l’Etica Nicomachea, Aristotele approfondisce proprio il rapporto tra etica e politica [8]. Ha parlato diffusamente della virtù, ma esprime la consapevolezza che non basti conoscerla per metterla in pratica. La virtù è una disposizione per cui l’uomo diventa buono e compie bene la sua funzione. Per lui la virtù consiste in una vita vissuta secondo ragione (quindi una vita felice), poiché l’uso della ragione è una caratteristica propriamente umana, è la specificità dell’essere umano [9]. Molte persone, al contrario, vivono seguendo le passioni e su di loro non hanno presa né il ragionamento né l’insegnamento. Solamente la coercizione, esercitata dalla legge, può fare da deterrente alla loro vita sregolata. Sono necessarie leggi buone per educare alla pratica della virtù, e che stabiliscano, inoltre, castighi e pene per coloro che non si lasciano persuadere.

La legge, con la sua forza coercitiva, ma giustificata razionalmente, svolge la funzione di educazione pubblica alla virtù, attraverso l’esercizio delle buone abitudini. Tuttavia, l’educazione diretta al singolo individuo è superiore a quella diretta alla comunità intera, poiché un’educazione mirata alla persona specifica è più accurata e si concentra direttamente su ciò che fa al caso suo. Va considerato, però, che come sarà in grado di curare il caso singolo quel medico che conosca l’universale e ciò che giova a tutti in generale, così sarà in grado di contribuire sia alla formazione morale individuale che a quella collettiva chi fonda la sua competenza su una scienza architettonica come la legislazione, che è una parte della politica. La scienza della legislazione, come è chiaro, assume lo scopo di indirizzare gli uomini alla pratica della virtù, ossia aiutare coloro che non sono capaci da soli di vivere secondo l’etica. L’uomo politico vuole rendere i cittadini buoni e ossequienti alle leggi [10]. Tale scienza richiede un’accurata indagine che, appunto, Aristotele affronta nella Politica.

In questa seconda opera lo Stagirita tratta dello stato, come comunità perfetta che si propone l’obiettivo di conseguire l’autosufficienza. E potremmo dire che egli riprende il discorso da dove lo aveva interrotto, nel senso che attribuisce allo stato lo scopo di render possibile la vita e il fine del raggiungimento di una vita felice [11]. Per questo motivo lo stato esiste per natura, come esistono per natura le comunità minori, quali la famiglia e il villaggio; di tutte queste entità minori esso è lo sviluppo naturale, il fine. D’altronde, l’uomo è un essere socievole [12], portato per sua natura a vivere con gli altri e che ha bisogno di relazionarsi con gli altri per essere felice [13]. Alla base di ogni aggregazione sociale e politica, dalla famiglia allo stato, vi è, dunque, l’impulso della stessa natura, che ha dato all’uomo, unico tra le creature, la capacità di percepire e di esprimere, mediante la parola, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto: proprio l’avere in comune questi stessi sentimenti spinge gli esseri umani a creare associazioni insieme con i propri simili, legami che sono rinsaldati dall’amicizia, un valore sia etico che politico.

Al centro di questo procedimento naturale, vi è il concetto di virtù, sia perché essa è correlata con la felicità, che – abbiamo visto – è il fine della vita singola e associata e «la felicità è un’attività dell’anima secondo perfetta virtù» [14], sia perché se l’uomo si allontana dalla giustizia può diventare la peggiore di tutte le creature, sfrontato e selvaggio, in balia dei propri istinti. Il buon governo bada attentamente alla virtù e alla cattiveria presenti nello stato e quest’ultimo deve prendersi cura seriamente della virtù, per poter essere definito tale [15]. È la sostanziale conferma dell’idea che la formazione morale sia un fine qualificante della città [16]. L’essere virtuoso di uno stato è frutto di scienza e di scelta deliberata ed esso sarà virtuoso se lo sono i cittadini.

Gli uomini, tuttavia, non si raccolgono insieme semplicemente per vivere, ma per vivere bene. Per costituire uno stato non è sufficiente che si viva nello stesso luogo o che ci si allei per difendersi dalle aggressioni né che si effettuino scambi commerciali per riceverne reciproco vantaggio. Per quanto tutto questo ci debba essere, non sono queste cose che determinano l’entità dello stato, poiché la comunità politica vige in vista di un’esistenza pienamente realizzata e indipendente, cioè del vivere in modo bello e felice, che corrisponde al vivere secondo virtù. La vita associata, da sola, non basta, affinché si possa parlare di polis, se non vi si pone l’obiettivo delle belle opere [17].

Anche in altro contesto, quando Aristotele valuta e giustifica la partecipazione dei cittadini, in massa, alla vita politica, muove da una questione legata alla virtù. Ipotizza che i «molti» (che sono in maggior numero), magari non eccellenti se considerati singolarmente, una volta che si siano raccolti insieme siano superiori ai «migliori» – sempre se considerati nel loro insieme. Questo perché ognuno di loro ha una parte di virtù e saggezza che, unita a quella di tutti gli altri, in massa, fa in modo che essi possano costituire «un uomo con molti piedi, con molte mani, con molti sensi, […] un uomo con molte eccellenti doti di carattere e di intelligenza» [18].

In conclusione, etica e politica si fondano su un medesimo presupposto, che è la socialità dell’essere umano. L’etica detiene il primato nel senso che avendo definito il bene individuale lo consegna alla politica, affinché lo persegua per tutti. Infatti la felicità di ciascun uomo nella sua singolarità e quella collettiva dello stato sono la stessa [19]. Lo stato, che pure è antecedente all’individuo e senza il quale quest’ultimo appare spogliato di ogni sua ragione di essere, sembra che lavori per il bene morale dell’individuo, poiché solo nell’ambito politico l’uomo può esercitare le proprie virtù etiche, aspirando alla felicità. L’etica, d’altro canto, ha bisogno della politica, poiché quest’ultima concretizza il suo obiettivo, mostrando come sia possibile vivere, secondo virtù, una vita felice. Quest’obiettivo, infatti, è raggiungibile solo nella comunità, unico luogo dove si creano le condizioni. Inoltre, come abbiamo appurato nel nostro percorso, il richiamo alla virtù è costante nella riflessione politica aristotelica. Tutti gli uomini, chiamati dalla natura a vivere insieme, non sono tuttavia capaci di vivere virtuosamente e rischiano, se abbandonati a se stessi e ai loro incontrollati desideri, di degenerare. Ecco che nel risolvere questo problema la politica viene in aiuto – ancora una volta – all’etica, perché offre la forza persuasiva (volenti o nolenti) delle leggi. Se è vero che la virtù ha come presupposto l’abitudine [20], perché compiendo abitudinariamente azioni giuste si acquisisce l’attitudine a diventare giusti, la vita sociale e, in particolare, l’azione educativa delle leggi risultano fondamentali per far assimilare questa propensione all’individuo: la funzione dei legislatori è quella di indurre i cittadini ad acquisire le buone abitudini. Lo stato è congenito alla vita dell’uomo affinché quest’ultimo sia felice, ma non può star bene chi non compie buone azioni e nessuna bella azione è data da un uomo o da uno stato senza virtù, siccome è stabilito «che la vita migliore per ciascuno, da un punto di vista individuale, e per gli stati, da un punto di vista collettivo, è quella vissuta con la virtù, provvista di mezzi adatti a compiere azioni virtuose» [21].

La stessa ricerca della costituzione migliore, alla quale dedica gran parte dell’opera, è finalizzata a determinare quale forma costituzionale garantisca la massima felicità che, ribadisce l’autore, richiamando egli stesso i suoi precedenti discorsi sull’etica, corrisponde alla pratica della virtù [22]. Ogni discorso politico, dunque, è impraticabile a prescindere dalla virtù. La stessa indole alla socialità, lo abbiamo visto leggendo Aristotele, si basa sulla comune percezione di sentimenti morali, come il bene e il male, il giusto e l’ingiusto.

 

1] Etica Nicomachea, I,1,1094a 3 (la traduzione che proponiamo è di C. Mazzarelli, Rusconi, Milano 1993).

2] Ivi, I,2,1094a 23.

3] Ivi, I,4,1095a 18.

4] Ivi, III,4,1113a.

5] Ivi, I,2,1094b 7-10.

6] Politica, I,2,1253a 25 sgg. (la traduzione che proponiamo è quella curata da R. Laurenti, Laterza, Roma-Bari 1996).

7] Cfr. R.A. GAUTHIER-J.Y. JOLIF, Aristote. L’Éthique à Nicomaque, tomo II, I, Lovanio, Parigi 1970, pp. 11 e sgg.

8] Cfr. Etica Nicomachea, X,9,1179b-1180a

9] Cfr. Etica Nicomachea, I,8,1098b 30

10] Ivi, I,13,1102a 9-10.

11] Politica, I,2,1252b 28 sgg.

12] Ivi, I,2,1253a 8

13] Cfr. Etica Nicomachea, IX,9,1169b 18 sgg.

14] Ivi, I,13,1102a 5.

15] Politica, III,9,1280b 5 sgg.

16] Cfr. R. GATTI - L. ALICI, Filosofia politica, Scholé-Editrice Morcelliana, Brescia 2018, p. 19.

17] Cfr. Politica, III,9,1280b-1281a.

18] Ivi, III,11,1281b 5 sgg.

19] Ivi, VII,2,1324a 5

20] Etica Nicomachea, II,1,1103a-1103b

21] Politica, VII,1,1323b 40 sgg.

22] Ivi, VII,13,1332a 5 sgg.




Aggiunto il 22/10/2020 23:02 da Simone Rapaccini

Disciplina: Filosofia politica

Autore: Simone Rapaccini



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