Viviamo un tempo storico in cui la questione educativa appare attraversata da una crisi profonda, strutturale, che non può più essere interpretata né come semplice difficoltà organizzativa né come problema esclusivamente metodologico. La scuola e, più in generale, i luoghi della formazione sembrano oggi smarrire progressivamente il proprio orizzonte di senso, mentre crescono in modo esponenziale le risorse tecniche e digitali messe a disposizione dei processi di insegnamento-apprendimento. È proprio questo paradosso — l’aumento degli strumenti accompagnato dalla diminuzione del significato — a costituire uno dei nodi filosofici decisivi del nostro tempo.
La filosofia dell’educazione insegna, da sempre, che educare non è mai stato un atto neutrale. Ogni pratica educativa presuppone una determinata concezione dell’essere umano, della conoscenza e del mondo. Platone, nei dialoghi maturi, aveva colto con grande chiarezza questa dimensione fondativa, mostrando come l’educazione non consista nell’introdurre dall’esterno contenuti in un’anima vuota, ma nel volgere lo sguardo interiore verso ciò che è autenticamente vero e degno di essere conosciuto. Il celebre mito della caverna non rappresenta soltanto una teoria della conoscenza, ma una vera e propria metafora pedagogica: educare significa conversione, trasformazione dell’orientamento dell’anima.
La modernità avanzata, tuttavia, sembra aver progressivamente smarrito questa consapevolezza. La conoscenza viene sempre più ridotta a informazione, l’apprendimento a prestazione misurabile, la formazione a competenza funzionale. In tale contesto, l’ingresso dell’intelligenza artificiale nel mondo della scuola non costituisce tanto l’origine della crisi, quanto il suo acceleratore. Se il sapere è riducibile a un insieme di dati elaborabili, allora la macchina può sostituire l’essere umano; se invece il sapere riguarda il senso, l’identità e l’interpretazione dell’esperienza, allora nessuna tecnologia potrà mai assolvere pienamente il compito educativo.
La crisi educativa contemporanea appare dunque come una crisi del senso, prima ancora che come una crisi didattica. Il disagio scolastico diffuso, la perdita di motivazione allo studio, il crescente distacco emotivo degli studenti rispetto ai saperi testimoniano una frattura più profonda, che investe l’intero immaginario culturale della società occidentale. In questo scenario, educare diventa un gesto fragile ma necessario: un tentativo di ricomporre un orientamento esistenziale là dove domina la frammentazione.
È a partire da questa diagnosi che nasce l’esigenza di ripensare radicalmente il paradigma pedagogico dominante. Nel volume Pedagogia anamnestica. Educare nell’epoca delle macchine e della crisi del senso, ho proposto una rilettura dell’atto educativo alla luce del concetto platonico di anamnesi. L’educazione, intesa anamnesticamente, non è trasmissione meccanica di contenuti, ma processo di riattivazione della memoria profonda del soggetto, memoria non come deposito mnemonico, bensì come struttura di senso che consente all’individuo di riconoscersi e orientarsi nel mondo.
La pedagogia anamnestica non rifiuta la tecnica né demonizza le tecnologie contemporanee. Al contrario, essa ne riconosce la potenza, ma ne critica l’assolutizzazione. La tecnica, se non reinserita all’interno di una cornice simbolica e antropologica più ampia, rischia di diventare fine a se stessa, producendo una formazione priva di profondità. Educare, invece, implica sempre una relazione, un tempo qualitativo, una responsabilità condivisa tra maestro e allievo.
Recuperare una dimensione filosofica dell’educazione non significa indulgere in un ritorno nostalgico al passato, ma riattivare una memoria critica capace di interrogare il presente. L’anamnesi non è regressione, bensì apertura: ricordare ciò che siamo per poter immaginare ciò che possiamo diventare. In un’epoca segnata dall’automazione crescente e dall’indebolimento dei legami simbolici, la pedagogia è chiamata a riaffermare il proprio compito originario: accompagnare l’essere umano nella ricerca del senso, senza il quale nessuna conoscenza può dirsi davvero formativa.
Bibliografia essenziale
Arendt, Hannah, La crisi dell’istruzione, in Tra passato e futuro, Garzanti, Milano, 1991.
Bruner, Jerome S., La cultura dell’educazione, Feltrinelli, Milano, 1997.
De Vivo, Roberto, Pedagogia anamnestica. Educare nell’epoca delle macchine e della crisi del senso, Amazon KDP, 2026.
Heidegger, Martin, La questione della tecnica, in Saggi e discorsi, Mursia, Milano, 1976.
Platone, Fedone, trad. it. Laterza, Roma-Bari, 2007.
Platone, La Repubblica, Libro VII, trad. it. Laterza, Roma-Bari, 2009.
Ricoeur, Paul, Sé come un altro, Jaca Book, Milano, 1993.
Spinoza, Baruch, Etica, Bompiani, Milano, 2010.
Aggiunto il 02/01/2026 22:01 da Roberto De Vivo
Argomento: Filosofia contemporanea
Autore: Roberto De Vivo
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