Contact Google Plus Facebook

Promuovi i tuoi libri
Testata
ARTICOLI
Votazione media: 0/10

Convivio

CONVIVIO

CORO Sia Parmenide a iniziare il discorso …

PARMENIDE (Gli uomini) posero duplice forma a dar nome alle loro impressioni: d’una non c’era bisogno, in quanto si sono ingannati, l’una dall’altra figura distinsero e posero segni opposti fra loro, di qua il fuoco etereo vampante, utile, assai rarefatto, leggero, in sé del tutto omogeneo, altro rispetto all’altro; anch’esso però in se stesso notte cieca al contrario, forma densa e pesante.

KURT GODEL Vi è prova di ciò che tu dici?

PARMENIDE Io t’enuncio di ciò sistema in tutto plausibile, sì che mai opinione corrente possa sviarti.

FRANCO RENDICH Tutto ciò che esiste al mondo ha un limite e una misura

KURT GODEL Tu credi? Io ti dico, invece, che ogni cosa è indecidibile.

GIORGIO DE SANTILLANA Franco, cosa intendi esattamente con i termini “limite” e “misura”? Se penso ad ANASSIMANDRO, l’illimitato (per lui) è un principio, non un elemento (…) L’Uno, la Tetrade, la Decade (di PITAGORA) sono principi, come Limite e Illimite. E dunque, come osserva ARISTOTELE: Non v’ha dubbio che i pitagorici attribuiscono ai numeri il potere di generare; infatti, essi dicono chiaramente che quando l’Uno fu costruito, sia partendo da piani, o superfici o da semi o da elementi, essi non lo sanno spiegare, subito la parte più vicina dell’Illimitato cominciò ad essere costretta e limitata dal Limite.

ANASSIMANDRO Il mio detto è infatti diventato noto a tutti coloro che intendono discutere l’origine di tutte le cose. Così HEIDEGGER lo traduce, letteralmente, e quindi lo tramanda: Ma da ciò da cui per le cose è la generazione, sorge anche la dissoluzione verso di esso, secondo il necessario; esse si rendono infatti reciprocamente giustizia e ammenda per l’ingiustizia, secondo l’ordine del tempo.

Nel frattempo, Parmenide si è assentato. E allora, in sua vece, GIORGIO DE SANTILLANA prende di nuovo la parola e ripete: Se (l’Essere) fosse venuto dal nulla, che necessità avrebbe potuto farlo sorgere dopo o prima? Pertanto è necessario che esso o esista del tutto o niente affatto. Così dice PARMENIDE, e io personalmente annoto: In altre parole, i punti di tempo non hanno per se alcun carattere distintivo che ci permetta di sceglierne uno e distinguerlo da tutti gli altri: poiché è situato in un dato tempo e non c’è altro a cui fare riferimento, non possiamo sapere di quale punto di tempo si tratti. Ne consegue, per il Principio di Indifferenza, che l’esistenza dell’Essere deve stare in pari rapporto con ognuno di essi: o sussiste per tutti o non sussiste per nessuno (…) Il Principio di Indifferenza trova però il suo campo massimo di applicazione quando si tratta dello spazio, come ben vide Parmenide allorchè lo elesse a strumento fondamentale della sua logica. E ancora: L’immagine della sfera (ciò che i greci antichi chiamavano “cosmo”) esprimerebbe allora l’isotropia (‘la stessa in ogni direzione’) in opposizione al non caratterizzato Illimitato di Anassimandro. E se si pensa a un continuo denso, ‘tutto limite’ in ogni suo punto, appare singolarmente vero che se fosse privo di un limite sarebbe privo di tutto. Occorre notare che Parmenide non adoper(a) per Limite il termine già corrente péras, bensì pei’ras, parola per certi versi arcaica indicante la ‘tessitura’ o il ‘disegno’ più che il semplice ‘confine’”.

CORO Ma ecco che il nostro Parmenide ritorna.

FRANCO RENDICH Carissimo Giorgio, non avresti potuto dire meglio e, in particolare, che si tratta di un disegno o come hai già precisato nel tuo primo intervento di una costruzione. In ambito linguistico la ricostruzione dell’indoeuropeo parte dal presupposto che i nomi dati alle cose non sono nati arbitrariamente, senza un nesso logico con le cose nominate, bensì “mettendo insieme” (sam-skrta!) i suoni di consonanti e di vocali così da poter descrivere almeno un carattere essenziale delle cose nominate, o almeno un’azione svolta dal soggetto.

PARMENIDE Sono pienamente d’accordo sul fatto che i nomi diversi dati alle cose siano derivati inizialmente da “ciò da cui”, come dice Anassimandro, o un qualcosa, sia esso stesso un “suono”, come dice Franco, o semplicemente “altro”, una matrice di unione e al tempo stesso di distinzione, che, in tal caso, abbia reso possibile il fatto che gli uomini posero duplice forma a dar nome alle loro impressioni.

KURT GODEL Se, caro Franco, riuscissi a dar prova di quanto dici, allora anch’io sarei costretto a riconoscere l’esistenza di una prova finitistica che in qualche modo serva a dar conto della coerenza del sistema (matematico) e del principio (metamatematico) che lo sovrasta …

FRANCO RENDICH E allora, vorrei considerare insieme a tutti voi il suono della consonante m (dato che) con essa nacquero i principali termini legati alla nozione di “limite”, come “materia”: “sostanza definita da un limite”; “misura”: “determinazione dei limiti”; “madre”: “colei che si occupa dei limiti dell’esistenza”.

ROBERTO CALASSO Ma prima che tu ci introduca per questa via, vorrei precisare quanto a me risulta, e cioè che: la prima coppia, quella da cui ogni altra discende, non poteva che essere formata da Mente e Parola, Vac (il latino vox). Mente è Prajapati – e a lui infatti va la prima oblazione; Parola sono gli dei (…) I rapporti fra Mente e Parola furono sempre tesi e turbolenti (…) “Si appellarono a Prajapati perché decidesse. Egli decise in favore di Mente e disse (a Parola): “Mente è senz’altro migliore di te, perché imiti ciò che ha fatto Mente e segui nella sua scia” (…) La disputa fra Mente e Parola per il primato ricorda quello che (è avvenuto) in Grecia fra parola detta e parola scritta. E forse in questo slittamento di piani sta una differenza ineliminabile fra Grecia e India: in Grecia la Parola, il Logos, prende il posto che in India ha la Mente, Manas.

CORO prima che Aristotele intervenga, rimasto finora in fremitante attesa, vorrei però che fosse chiaro a tutti noi chi sia Prajapati e come sia stato possibile che in Grecia Parola abbia preso il posto di Mente. In questo, ce la caveremo facilmente dicendo che in India Prajapati rappresenta “il signore di tutte le cose, l’Incerto, il dio creatore che non sa egli stesso se esiste”. Prajapati è detto anche Ka e, ricorderai Roberto di avere riportato tu stesso che Ka era stato “il soffio unico degli dei”. Quanto invece al fatto che Parola in Grecia abbia preso il posto di Mente, la cosa diviene più esplicita allorchè al silenzio di Mente subentra la voce di Parola, e come dice GIOVANNI L’EVANGELISTA il Verbo si fece carne.

ARISTOTELE I nostri progenitori delle più remote età hanno tramandato ai loro posteri una tradizione in forma di mito, secondo cui questi corpi - diciamo pure le cose (latino) o enti (greco) - sono dei e il divino racchiude l’intera natura … (ciò che) lo si dovrebbe ritenere un’enunciazione ispirata e riflettere che, mentre probabilmente ciascun’arte e ciascuna scienza sono state più volte sviluppate fin dove era possibile per poi perire di nuovo, queste opinioni assieme ad altre, sono state preservate fino a oggi come reliquie dell’antico tesoro.

CORO Chiariamo allora una volta per tutte. Ciò significa che - come l’intende Heidegger e precisato da Calasso - l’inizio che è l’(esatto) inizio che è risale, in principio, alla diade dei (plurale)/dio (singolare). Noi, che abbiamo vissuto l’intera vicenda, ricordiamo bene anche qualcos’altro, in tempi moderni tuttavia assai simile, dopo che, con la proclamazione postmortem del divus CESARE e l’ascesa al trono del divino AUGUSTO, i vescovi a Nicea decisero oltre tre secoli dopo che il Nazareno fosse il figlio di dio e tutti noi con lui - non certo i primi. Né gli ultimi, se comprendiamo davvero ciò che Aristotele ci ha appena detto. Pertanto, non serve farne una storia di divinità, quanto invece di “Uno” e “Più di Uno” o “Molti”. Direi pertanto di ridare ora la parola a Rendich, invitandolo a riprendere il discorso laddove interrotto.

PLATONE Dannazione, vuoi che non lo sappia, proprio io che sono giunto alla fine a supporre che nell'Uno, da me identificato con l'idea suprema del Bene, sia implicita una dualità, che esplicandosi nel mondo sensibile si manifesta solo allora come un vero e proprio dualismo?! Una complicazione logica che non sono riuscito a ri-solvere …

FRANCO RENDICH Bene. Allora, dopo avervi detto dei significati che derivarono dall’uso della lettera m, vi propongo di considerare il termine man, mna (ovvero) “la misura (m) dell’energia vitale delle Acque (an/na)”, “attività della mente”, “contenuto della mente”, “pensare”, “ricordare”. E’ l’energia intellettiva di ogni uomo, mentre l’atman è il principio vitale (an) delle Acque cosmiche racchiuso (m) nel suo cuore e in continua espansione (at).

PLATONE Confesso che, anche riguardo all’uso del termine man, mna, il termine “mania” da me usato ha modificato a torto il significato semantico della radice, della stessa matrice dalla quale il termine proveniva: la mia mania ha infatti travalicato la ragione, si è imposta e ha dominato la mente e preteso d’infondere “luce” ovunque - dice bene Parmenide - da circa 2.500 anni. Il mio uso è stato un vero e proprio abuso.

PARMENIDE Direi che anche per questo sei stato accusato di parricidio, e non di parmenicidio, perché tu non hai fatto torto a me ma all’intera generazione u-man-a che io ancora rappresento. Forse, come dice PLUTARCO, avresti dovuto spiegarti meglio allorchè, con la tua teoria delle idee, traesti in inganno anche Colote.

GIOVANNI SEMERANO Vi ho ascoltato con molta attenzione e ritengo di potervi fornire anch’io un mio specifico contributo di analisi e ricerca. Una di quelle parole che hanno sfidato i millenni è “mano”, dal latino manus (…) Manus ha il suo antecedente nell’antico accadico manu (calcolare, computare) (…) A quella antica parola accadica manu ci riconduce una lunga serie di parole greche, latine, germaniche. Il greco méne (luna), l’astro che guida i cicli biologici e segna i ritmi dei giorni: greco mén (mese). A méne, “luna”, ci richiama il gotico mena, antico alto tedesco mano, anglosassone mona. Il valore semantico di accadico manu (calcolare) torna in voci greche col senso di “ricordare”, “aver senso”: greco ménos (spirito, mente), e ovviamente in latino mens (mente), nell’inglese mean, germanico occidentale *mainjan.

GIORGIO DE SANTILLANA Dati i miei studi di storico dei miti e della scienza, giunti a questo punto del discorso, mi permetterete soltanto di ricordare ed evidenziare che: (se), oggi, la Precessione (cosiddetta degli Equinozi) è un fatto assodato, immune da ogni influenza del continuum spazio-temporale … una volta, invece, era l’unico maestoso moto secolare che i nostri antenati potevano tenere presente quando ricercavano un vasto ciclo che interessasse l’intera umanità.

ARISTOTELE Motivo per cui ricordavo le cose dette prima, ma alle quali è opportuno immediatamente aggiungere che il resto della tradizione è stato aggiunto più tardi in forma mitica … essi dicono che questi dei (ovvero i corpi di cui vi dicevo) hanno forma umana o son simili ad alcuni degli altri animali.

GIORGIO DE SANTILLANA Il maggior divario tra il pensiero arcaico e quello moderno sta nell’uso dell’astrologia … Era quello un tempo ricco di un’altra conoscenza andata poi perduta, che ricercava principi diversi; esso fornì la lingua franca del passato, la sua era una conoscenza di corrispondenze cosmiche che trovavano riprova e suggello di verità entro una specifico determinismo, anzi, un sovradeterminismo, soggetto a forze totalmente prive di ubicazione. Il fascino e il rigore del Numero facevano obbligo che le corrispondenze fossero esatte in molte forme (in questo senso Keplero fu l’ultimo degli arcaici) … Se si parte dal potere del Numero, è pensabile tutta una logica: fata regunt orbem, certa stant omnia lege.

KURT GODEL Sono d’accordo, ma qualcosa nel conto ancora non mi torna …

GIORGIO DE SANTILLANA Suggerisco pertanto di trattare ovunque la parola “Essere” come termine indefinito, sostituendola in tutto il testo (del nostro amico Parmenide) con x. E’ certo un buon metodo postulare la nostra ignoranza di una parola folgorante, familiare e tuttavia non compresa, trattandola formalmente come incognita e cercando di definirla dal contesto. Ora, se teniamo la mente “monda di pregiudizi”, come suggeriva Bacone, e cerchiamo di definire x unicamente dal contesto, troveremo che esiste un altro concetto, e solo quello, che può sostituirsi a x senza generare assurdità o contraddizioni, e questo concetto è il puro spazio geometrico stesso, per il quale i Greci non possedevano ancora un termine tecnico (è noto che i primi Elementi erano essenzialmente bidimensionali).

ROBERTO CALASSO In effetti, se è vero che il senso è opera della mente, tuttavia si direbbe che la mente sia costretta a essere sempre accompagnata da quello che fu il dubbio dei primordi, quando “all’inizio questo (mondo), per così dire, esisteva e non esisteva: allora c’era solo quella mente”. Per il Veda la “mente”, manas, ha sì posizione sovrana, ma soltanto in quanto corrisponde a uno stato in cui il mondo stesso non sapeva se esisteva o no. In certo modo, l’assolutismo vedico della mente è molto più pronto ad accogliere un dubbio radicale su se stesso di quanto lo sia l’empirismo della scienza, la quale offre sempre i suoi risultati - per quanto provvisori e perfettibili - come una trascrizione verificata (quindi vera) di ciò che è.  

CORO E allora fatemi dire che sul punto, su questo punto siamo tutti d’accordo, e cioè che tutti noi riconosciamo l’assoluto principio dottrinario della sospensione del giudizio (epoche), il cui contenuto è validamente ed efficacemente riassunto in millenni e millenni di storia dell’uomo.

PARMENIDE E tuttavia, dato che siamo giunti in fine a questo risultato, sarebbe però un errore non cercare di capire in che modo non abbiamo prestato “fede” o “credenza” a tutto questo, bensì abbiamo subito l’inganno di porre duplice forma e nome alle nostre impressioni …

CORO Capisco la tua insistenza, e allora sono io stavolta a suggerire a voi, ma so già che Parmenide sa cosa voglio e intendo dire, di consultare semplicemente un dizionario odierno della lingua greca antica e mettere quindi a confronto i termini “man” e “men”. E leggere che: man sta per: manna, dono, offerta, follia; mentre men sta per: certo, veramente, mese.

PARMENIDE … Vuoi dire cioè che dico il “giusto” allorchè affermo che anch’esso (il fuoco etereo vampante) in se stesso (è) notte cieca al contrario, forma densa e pesante - come ha rilevato bene Giorgio - e che uno stesso termine muti di significato e accade ciò che OVIDIO scrive così bene nelle Metamorfosi. 

PLATONE Sì, è proprio vero che tu sei venerando e terribile. Me lo dicevano che SOCRATE aveva ragione, sapere di non sapere è il principio del sapere, ma io ho creato inganno con le parole. E dunque, lo ammetto: ho parlato di “mania” che sovrasta la mente e infonde luce ovunque, ben sapendo invece che per via della mente non di luce si tratta, ma tenebre e abisso senza fine, che ESIODO chiama Kaos e il cui nome, è facile supporlo, derivi da Ka. Il Coro ha ragione. Se sfogliate il dizionario di greco antico al termine “mania”, apprenderete il diverso uso e quindi abuso della radice da me consumato: pazzia, follia, demenza; passione amorosa; frenesia, invasamento, entusiasmo, slancio profetico.

FRANCO RENDICH Suvvia, non sempre occorre disperare, se infatti si è capaci di porre rimedio all’errore. Certo, sarebbe sempre un bene evitarlo. E allora, a tale proposito, non mi resta che aggiungere: in greco antico mne.ma significava sia “ricordo” che “monumento funebre”, “tomba” e ciò conferma che in indoeuropeo l’azione di “ricordare” consisteva nel “volgere il pensiero a ciò che è morto”.

CORO E dunque ciò che è stato, ciò da cui l’essere ha origine e muore. Rectius: ritorna verso esso e (per quanto possibile) dovrebbe conservarne memoria. In definitiva: ciò che muove, e che PLUTARCO, nella sua disputa con Colote, chiama “Impulso”.

PARMENIDE Sia chiaro dunque, e lo ripeto innanzitutto a Platone, ciò che è morto non è mai destinato a vivere. Giorgio ha ragione: Amleto è l’eroe emblematico della modernità perché mai completa il “Cerchio della vita” rimanendo scettico e dubbioso fino alla fine. Oggi, leggo che anche il giovane YUVAL NOAH HARARI condivide: egli non decide mai se sia meglio essere o non essere, rectius: “esistere” o “non esistere”. Infatti, l’“essere” è tutt’altra cosa. Senza predicato alcuno. Come il “divino” che racchiude l’intera natura. L’Ignoto. L’Inconoscibile. Il Senza-nome.

FRIEDRICH NIETZSCHE Ma tutto questo è Umano, troppo umano.

CORO … e cosa avremmo potuto dire e fare di diverso?! Questo siamo ed è la storia di tutti noi, quella prova che tu Kurt cercavi, che ci insegna questo. Con un’immagine, cara a PASCAL, potremmo anche aggiungere che siamo come canne al vento o, per dirla con LEOPARDI, come una ginestra generata sul crinale dello Sterminator Vesevo o come altre “figure” simili, e tutte che ri-suoniamo dalla più remota antichità e dall’utero materno che fino a oggi ci ha generato, prima che l’IA non provveda altrettanto o diversamente.

Angelo Giubileo

N.B.: i brani in corsivo sono tratti dalle opere degli autori a cui sono riferiti. 




Aggiunto il 27/07/2020 18:47 da Angelo Giubileo

Disciplina: Storia della Filosofia

Autore: Angelo Giubileo



Condividi

Libri in evidenza