Introdurre un articolo su Sant’Agostino rivolto a chi si avvicina per la prima volta alla filosofia può risultare delicato. Spesso, infatti, si rischia che l’argomento venga frainteso: più che come una riflessione filosofica, viene talvolta percepito come una lezione di catechismo o, peggio, come una forma di indottrinamento cattolico.
Questa reazione non è rara, soprattutto tra gli studenti, i quali tendono ad associare automaticamente Sant’Agostino alla figura del "Padre della Chiesa", interpretando la sua opera in chiave esclusivamente religiosa. Tuttavia, come ben sanno gli studiosi di filosofia, il percorso intellettuale di Agostino nasce da radici platoniche, si sviluppa attraverso il pensiero paolino e approda, solo successivamente, alla teologia cristiana (cfr. A. Trapè, Sant’Agostino, Roma, Città Nuova, 1988). Si tratta di una maturazione filosofica complessa, che ha origine in un cammino personale e spirituale, ma che non può essere ridotta a mera dottrina religiosa.
Perché allora studiare oggi Sant’Agostino? Che relazione può avere con la nostra esistenza? Quali riflessioni è in grado di suscitare nel mondo contemporaneo?
Sono domande legittime, che ogni lettore dovrebbe porsi. Approfondire il pensiero di Agostino significa riscoprire la voce di un filosofo che, attraversando i secoli, ha saputo proporre intuizioni audaci, ancora sorprendentemente attuali. Il suo pensiero, infatti, può offrirci strumenti preziosi per comprendere la nostra epoca, spesso segnata da disorientamento, inquietudine e frammentazione.
In questo articolo ci concentreremo in particolare su due grandi temi agostiniani: il tempo e il senso della vita. Si tratta di questioni che ci interrogano ogni giorno e che ci spingono a riflettere, anche alla luce dei contributi della filosofia e della psicologia contemporanea.
Le riflessioni agostiniane sul concetto di tempo come dimensione radicale interiore trovano ampie aperture nelle prospettive della psicoanalisi contemporanea. Sigmund Freud e Jacques Lacan individuano il rapporto tra tempo e memoria come chiave essenziale per comprendere i vissuti dell’essere umano (cfr. S. Freud, Al di là del principio di piacere, 1920). Freud, ad esempio, mostra come il passato non sia mai del tutto passato, ma si ripresenti sotto forma di sintomi, sogni, lapsus: il tempo psichico assume la forma della persistenza del rimosso (ibidem). Lacan, dal canto suo, sostiene che l’inconscio è strutturato come un linguaggio, e che il tempo soggettivo non coincide con quello oggettivo, ma è segnato da fratture, ripetizioni e slittamenti (cfr. J. Lacan, Il tempo logico e l’asserzione di certezza anticipata, in Scritti, Einaudi, Torino 1974).
Massimo Recalcati, uno dei maggiori psicoanalisti italiani, ha riletto in modo chiaro ed esplicito il tema del tempo, della soggettività e della responsabilità. Ciò appare in modo inequivocabile in tre sue opere fondamentali.
Nel libro Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre (M. Recalcati, Feltrinelli, Milano 2013), Recalcati sviluppa l’idea che il presente sia lo spazio in cui il soggetto è chiamato a prendere posizione rispetto alla propria storia e al proprio desiderio. In questo testo affronta i problemi che la nostra società si trova ad affrontare, in particolare il rapporto tra genitori e figli. Qui emerge la figura del personaggio greco Telemaco, il figlio di Odisseo che ogni giorno si affaccia con il suo sguardo, dall’alba al tramonto, a osservare il mare. L’attesa di un tempo fermo e stabile, il ritorno di un padre segno di rigore, autorevolezza e guida per coloro che hanno smarrito la propria esistenza. Recalcati rilegge Telemaco come simbolo del soggetto che non rimuove il passato (la mancanza del padre), ma lo assume come eredità da trasformare. Qui emerge con forza l’idea di tempo come responsabilità etica.
Anche nel volume Il ritorno a Lacan. Saggi clinici (M. Recalcati, FrancoAngeli, Milano 2007), Recalcati interpreta l'insegnamento lacaniano alla luce della clinica contemporanea. In particolare, si sofferma sul tempo logico e sull’atto soggettivo. Il tempo dell’inconscio non è lineare, ma segnato da fratture e ritorni (Nachträglichkeit freudiana). Il presente diventa il luogo dell’atto, dove il soggetto può riscrivere il senso del proprio desiderio. Appare evidente il richiamo al pensiero freudiano.
Nel recente La forza del desiderio (M. Recalcati, Einaudi, Torino 2020), Recalcati offre un’attenta analisi del desiderio come forza etica e creativa. Qui emerge l’idea di un soggetto non determinato dal passato, ma capace di riappropriarsi della propria storia e del proprio vissuto, per trasformarlo in atto nel presente. Ancora una volta, si coglie un profondo legame tra psicoanalisi, libertà e riflessione sul tempo vissuto.
L’intento di queste pagine è proporre una riflessione filosofica capace di dialogare con l’esperienza concreta del vivere, aprendo spazi di pensiero in un presente che ci appare sempre più complesso e frammentato.
Il tempo dell’uomo: vivere il presente per orientare il futuro
Iniziamo a riflettere sul Libro XI delle Confessioni di Agostino, dove il filosofo e teologo affronta un tema affascinante e complesso: il tempo, in particolare il presente come tempo dell’anima. Uno dei passaggi più noti e profondi dell’opera è il seguente:
“Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più” (Agostino, Confessioni, XI, 14, 17).
Questa frase evidenzia una grande verità: di fronte a una domanda apparentemente semplice – che cos’è il tempo? – tutti noi abbiamo l’impressione di sapere cosa sia, finché non proviamo a spiegarlo. L’esperienza ci dice che il tempo esiste, ma definirlo razionalmente si rivela un’impresa tutt’altro che semplice.
Liberiamo dunque la mente da preconcetti e riflettiamo su tre concetti fondamentali: passato, presente e futuro. Tutti noi, nella nostra esistenza, ci siamo confrontati con questi tre momenti: talvolta li abbiamo rimpianti, altre volte li abbiamo desiderati, temuti o cercato di evitarli.
Agostino, tuttavia, rompe gli schemi abituali: egli arriva a negare l’esistenza reale del passato e del futuro, affermando che solo il presente esiste davvero, anche se continuamente sfugge.
Nel tempo dell’anima, Agostino distingue tre presenti:
• Il presente del passato → è la memoria, cioè il passato così come vive in noi.
• Il presente del futuro → è l’attesa, l’anticipazione mentale di ciò che deve avvenire.
• Il presente del presente → è la visione, l’attenzione rivolta a ciò che accade ora (Confessioni, XI, 20, 26).
“In te, anima mia, misuro il tempo” (Confessioni, XI, 27, 36).
Questo significa che il tempo non è qualcosa di oggettivo e misurabile come un’entità fisica, ma è piuttosto una distensio animi, cioè un’esperienza interiore articolata in tre dimensioni:
• Memoria del passato
• Attenzione al presente
• Attesa del futuro
Per comprendere meglio questo concetto, proviamo a fare un esempio concreto, tratto dall’esperienza scolastica.
Immaginiamo uno studente in classe. In quel momento sta ascoltando la lezione: è il suo presente. Durante la lezione, però, viene ripreso dall’insegnante per aver disturbato chiacchierando. Lo studente reagisce in modo irrispettoso e viene quindi allontanato dalla classe e mandato dal preside. Nei giorni successivi, amareggiato, decide di abbandonare la scuola. Questo lo conduce a frequentare compagnie discutibili e, col tempo, a intraprendere una vita lontana dai suoi sogni, rinunciando al desiderio di diventare un insegnante.
In questa storia ipotetica, possiamo vedere come un presente vissuto male possa determinare un passato da rimpiangere e un futuro incerto o dannoso.
Il pensiero di Agostino ci invita a una riflessione importante: il modo in cui viviamo il presente condiziona sia il nostro passato (come memoria) che il nostro futuro (come progetto). Non possiamo modificare ciò che è stato, né controllare pienamente ciò che sarà. Ma possiamo vivere bene l’oggi, affinché non si trasformi in un passato doloroso e affinché il futuro non sia lasciato al caso.
Agostino ci conduce così a una etica del presente: l’unico tempo che abbiamo è ora, ed è in questo tempo che si gioca la nostra vita, la nostra libertà e, in ultima analisi, la nostra salvezza (per una lettura filosofica e teologica del tempo agostiniano si veda anche: R. Sorabji, Time, Creation and the Continuum, Cornell University Press, 1983, pp. 88–109).
Nietzsche e la scelta al bivio: la responsabilità dell’istante
Rileggendo Così parlò Zarathustra, Nietzsche introduce in un celebre passo il motivo del "viandante al bivio", precisamente nel capitolo Della visione e dell’enigma (Così parlò Zarathustra, Parte II, cap. Della visione e dell’enigma). Zarathustra racconta un sogno: si trova di fronte a un bivio, accompagnato da un nano – simbolo dello spirito di gravità, cioè di ciò che ostacola l’elevazione dello spirito umano.
“Vedi questo portale, nano? Due vie si incontrano qui: nessuno le ha mai percorse sino alla fine. Questa lunga via che si perde dietro di noi, dura un’eternità. E quella lunga via davanti a noi, è un’altra eternità. Si contraddicono queste due vie; urtandosi, e proprio là, a questo portale chiamato Attimo. In esso, si incontrano. E se tu continuassi a percorrerle, credi tu, nano, che queste due vie eterne si contraddicano in eterno?” (ibid., citazione testuale).
Questa scena è inquietante per il suo contenuto esistenziale e sorprendentemente attuale: chi non si è mai trovato davanti a un bivio nella vita? Zarathustra contempla due strade che si incrociano in un punto chiamato Attimo, ma che non tornano mai indietro. Una via conduce all’indietro, ma non se ne vede la fine; l’altra si apre davanti, ma il passato è ormai invisibile. È una metafora dell’eterno ritorno, e del peso delle scelte esistenziali: ogni attimo è definitivo, ogni scelta segna un punto di non ritorno (cfr. G. Colli – M. Montinari (a cura di), Nietzsche. Opere, vol. IV/1, Adelphi, Milano 1975).
Il bivio, in questo contesto, rappresenta la condizione radicale dell’essere umano: dover scegliere, assumersi la responsabilità dell’istante. Nietzsche, significativamente, sceglie la figura del viandante, non del pellegrino. Entrambi camminano, ma con una differenza essenziale:
• Il pellegrino sa dove sta andando, ha una meta.
• Il viandante è in cammino senza direzione prestabilita, esplora l’ignoto (cfr. M. Heidegger, Nietzsche, vol. I, Adelphi, Milano 1994, dove si analizza la figura del viandante come simbolo del pensiero tragico).

Questa immagine è ben rappresentata nel celebre dipinto di Caspar David Friedrich, Il viandante sul mare di nebbia, che diventa simbolo visivo dell’uomo moderno, sospeso tra libertà e disorientamento (Caspar David Friedrich, Der Wanderer über dem Nebelmeer (1818), conservato alla Hamburger Kunsthalle).
A differenza di Nietzsche, Agostino vede il presente non come un atto di solitaria decisione, ma come occasione per orientare la propria vita verso Dio (Sant’Agostino, Confessiones, XI, 20.28: “Tre sono i tempi: presente del passato, presente del presente, presente del futuro”). Entrambi condividono l’idea che il presente sia il tempo autentico della decisione, ma divergono profondamente nella sua direzione: per Nietzsche verso la costruzione dell’Oltreuomo, per Agostino verso la salvezza (cfr. G. Reale, Il concetto di tempo in Agostino, in Storia della filosofia antica, vol. V, Vita e Pensiero, Milano 2001).
Kafka e l’impossibilità del tempo: strattonati, fermi, inquieti
Non si può affrontare il tema del tempo senza menzionare Franz Kafka, autore che ha saputo rappresentare in modo tragico e simbolico la condizione dell’uomo moderno bloccato nel tempo. Nelle sue opere, il tempo appare come una trappola: l’uomo è strattonato tra un passato che lo inchioda e un futuro che lo sfugge, mentre il presente rimane instabile, impraticabile.
In uno dei suoi aforismi più noti, Kafka scrive:
«Ci sono due peccati capitali umani, dai quali derivano tutti gli altri: l’impazienza e la pigrizia» (Franz Kafka, Aforismi di Zürau, a cura di Max Brod e Felix Weltsch, trad. it. di Ervino Pocar, Milano, Mondadori, 2006).
Qui emerge una diagnosi esistenziale:
• L’impazienza spinge l’uomo a forzare il futuro, incapace di attendere, consumato dall’ansia del risultato.
• La pigrizia lo ancora al passato, all’inazione, alla rinuncia, lo trattiene dal cambiamento.
L’uomo kafkiano è come una corda tirata da due estremi: da un lato, qualcuno lo tira indietro; dall’altro, qualcuno lo trascina in avanti. Egli cerca disperatamente un equilibrio, ma rischia di cadere, incapace di stabilizzarsi nel presente.
Nelle opere come Il castello o Il processo, i protagonisti sono inchiodati a un tempo vuoto, in cui la colpa è presente, ma inspiegabile, e la speranza di giustizia rimane sempre differita (cfr. Franz Kafka, Il processo, trad. it. Primo Levi, Torino, Einaudi, 1994; Il castello, trad. it. Ervino Pocar, Milano, Mondadori, 2002). Promesse senza compimento e colpe senza causa formano lo sfondo temporale di una vita sospesa.
Agostino: guida per il tempo dell’uomo contemporaneo
In questo scenario di smarrimento, Agostino offre una visione alternativa e ancora oggi profondamente attuale. Egli non si rifugia nel passato né teme il futuro: propone invece una ricerca interiore in cui il tempo non è condanna, ma via di accesso alla verità e a Dio (cfr. Sant’Agostino, Confessioni, XI, 14–31. In particolare, Agostino definisce il tempo come distensio animi, cioè distensione dell’anima tra passato, presente e futuro).
L’uomo moderno ha spesso perso il centro, e con esso la consapevolezza del tempo come luogo di senso. La società contemporanea, illusa dalla tecnica e dalla pubblicità, promette un controllo totale del futuro, come se potessimo esserne artefici assoluti.
Nietzsche, con la figura del superuomo, ci provoca proprio su questo punto: possiamo davvero reggere il peso di un futuro costruito solo da noi stessi, senza Dio? (Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, a cura di M. Montinari e G. Colli, Milano, Adelphi, 1971).
Agostino risponde in altro modo. Per lui, la soluzione all’inquietudine dell’uomo contemporaneo non è il dominio del tempo, ma il ritorno a sé stessi. Bisogna ritrovare il tempo dentro l’anima (cfr. Sant’Agostino, Confessioni, X, 8: «Non uscire fuori di te, rientra in te stesso: la verità abita nell’uomo interiore»).
Bibliografia
Agostino, A. Confessioni. A cura di C. Carena. Città Nuova, Roma, 1992.
Freud, S., Al di là del principio di piacere, 1920.
Heidegger, Martin. Nietzsche, vol. I. Adelphi, Milano, 1994.
Kafka, Franz. Aforismi di Zürau. A cura di Max Brod e Felix Weltsch. Trad. it. di Ervino Pocar. Milano: Mondadori, 2006.
Kafka, Franz. Il castello. Trad. it. di Ervino Pocar. Milano: Mondadori, 2002.
Kafka, Franz. Il processo. Trad. it. di Primo Levi. Torino: Einaudi, 1994.
Lacan, J., Scritti, Torino, Einaudi, 1974.
Nietzsche, Friedrich. Così parlò Zarathustra. A cura di G. Colli e M. Montinari. Adelphi, Milano, 1975.
Nietzsche, Friedrich. Così parlò Zarathustra. A cura di Giorgio Colli e Mazzino Montinari. Milano: Adelphi, 1971.
Reale, Giovanni. Storia della filosofia antica, vol. V. Vita e Pensiero, Milano, 2001.
Recalcati, M., Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Milano, Feltrinelli, 2013.
Recalcati, M., Il ritorno a Lacan. Saggi clinici, Milano, FrancoAngeli, 2007.
Recalcati, M., La forza del desiderio, Torino, Einaudi, 2020.
Trapè, A., Sant’Agostino, Roma, Città Nuova, 1988.
Aggiunto il 24/07/2025 08:49 da Agatino Calvio
Argomento: Filosofia contemporanea
Autore: Agatino Calvio
Il cinema è stato senza dubbio una delle più importanti creazioni del Ventesimo secolo. Lo sviluppo della tecnologia e l'emergere di nuove teorie portarono poi l'arte cinematografica
L’ira di Achille LAREPUBBLICA 15/02/2016 Salerno, lite tra studenti: un ragazzo di 16 anni
Casa dolce casa. Motivi bachelardiani in una prospettiva di coaching. 1. Introduzione al coaching e ricorso al concetto di filo