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ARISTOTELE. ETICA NICOMACHEA VI

ARISTOTELE


ETICA NICOMACHEA


VI.



di Davide Orlandi


Nel libro VI Aristotele affronta le virtù dianoetiche, quelle legate alla parte razionale dell’anima. Abbiamo ancora una volta una descrizione dell’anima: rispetto alle tre parti di cui già abbiamo trattato (parte razionale in sé, parte che può ascoltare la ragione o meno, parte vegetativa) Aristotele introduce una precisazione. La parte razionale in sé è, qui, ulteriormente suddivisa: con una parte contempliamo il necessario (ciò che non può essere diverso da come è), con l’altra il contingente (ciò che può essere diversamente da come è). Le cinque virtù dianoetiche rispettano questa divisione: επιστήμη (scienza), νους (intelletto) e σοφία (sapienza) riguardano il necessario; τέχνη (arte) e φρόνησις (saggezza) sono invece legate al contingente.

La scienza è la capacità di ben argomentare, di creare ragionamenti, una disposizione alla dimostrazione. Per questo è insegnabile. L’intelletto è invece la capacità di cogliere intuitivamente i primi principi, che stanno alla base di ogni dimostrazione, ma non possono essere dimostrati (come il principio di non contraddizione, il principio di identità). La sapienza è l’unione di scienza e intelletto: unisce l’intuizione dei principi primi alla dimostrazione di ciò che da essi deriva. Per questo la sapienza è la più perfetta tra le virtù dianoetiche. L’oggetto di queste tre virtù è, come detto, il necessario. L’arte è invece una “disposizione ragionata secondo verità alla produzione”. La produzione (proprio come l’azione) può essere svolta in molteplici modi. Produzione (ποίησις) e azione (πράξίς) vanno distinte in modo esplicito: la produzione ha il proprio fine al di fuori di sé, l’azione ha in sé il proprio fine. Tutte le azioni che compiamo nel produrre hanno il loro fine ultimo nella produzione di qualche cosa di estrinseco (le pennellate per produrre un quadro, i tagli per produrre un letto) mentre l’azione non agisce in vista di un fine estrinseco, ma lo realizza nell’azione stessa. La saggezza infine è la disposizione all’azione avente per oggetto ciò che è bene e ciò che è male per l’uomo. Il saggio quindi è colui che sa ben deliberare sui diversi aspetti dell’agire dell’uomo e per questo la saggezza è legata all’esperienza concreta e alle singole situazioni (non possiamo dire lo stesso della sapienza).

Sapienza e saggezza sono le più alte virtù dianoetiche: Aristotele stesso le confronta e ne mette in risalto le specificità. La sapienza è legata a principi assoluti, mentre la saggezza è legata alla sfera dell’umano e alla deliberazione: essa è quindi più sfaccettata e muta di situazione in situazione. Inoltre la saggezza ha come oggetto il particolare, mentre la sapienza l’universale (si riproduce qui, in qualche modo, il rapporto tra giustizia ed equità. È interessante sottolineare che in quel contesto, più legato all’agire concreto, Aristotele sottolinea il primato dell’equità sulla giustizia, mentre qui, dove parliamo delle virtù dianoetiche, legate alla ragione in sé, la sapienza è posta più in alto della saggezza). Gli uomini che hanno più esperienza possono, pur non conoscendo l’universale, essere più abili nell’azione: nel contesto concreto il saggio può quindi agire meglio del sapiente.




Aggiunto il 26/05/2018 00:24 da Davide Orlandi

Argomento: Filosofia antica

Autore: Davide Orlandi



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