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TESI
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Il concetto creativo e dialettico dello "Spirito" nei "Dialoghi Italiani" di Giordano Bruno.

Lo sviluppo delle argomentazioni presentate in questa dissertazione deve essere considerato il risultato di un più che decennale lavoro di ricerca ed investigazione sui testi filosofici di Giordano Bruno: esso iniziò con l’elaborazione della tesi di laurea, dedicata alla definizione della struttura portante dell’Ars memoriae accluso al De umbris idearum (La meta-logicità dell’Ars memoriae bruniano); è poi proseguito, attraverso la ridefinizione del significato complessivo del De umbris idearum stesso e la prosecuzione dell’analisi e commento del testo successivo, il Cantus Circaeus, con l’intenzione di raccogliere in un commento analitico unitario la prima triade delle opere bruniane (il De umbris idearum, il Cantus Circaeus e la commedia filosofica Candelaio); per approdare finalmente all’analisi dei testi che costituiscono la silloge dei Dialoghi Italiani. Qui il lavoro di ricerca e di investigazione delle strutture portanti dell’argomentazione razionale bruniana si è lasciato guidare, inizialmente e solamente per un brevissimo tratto di strada, dal saggio di Nicola Badaloni, intitolato L’arte e il pensiero di Giordano Bruno (Nicola Badaloni, Renato Barilli, Walter Moretti. Cultura e vita civile tra Riforma e Controriforma), per poi iniziare un autonomo, puntuale e rigoroso commento analitico scritto dei Dialoghi Morali (Spaccio de la Bestia trionfante; Cabala del Cavallo pegaseo; De gli Eroici furori) e dei Dialoghi Metafisico-cosmologici (Cena de le Ceneri; De la Causa, Principio e Uno; De l’Infinito, Universo e mondi).

La conclusione del lavoro analitico sui testi morali ha potuto mostrare ed indicare la presenza di un’articolazione razionale di tipo teologico, fondamentale per la strutturazione dell’intera riflessione bruniana. Perciò la prosecuzione dell’indagine esplorativa sui testi metafisico-cosmologici si è potuta avvalere di una guida certa e sicura, che è stata ulteriomente confermata dal prosieguo dell’analisi sui medesimi testi.

L’idea di costituire un progetto di rielaborazione e spiegazione della filosofia italiana di Giordano Bruno, basato sull’applicazione generale della struttura teologica reperita, diventa in questo momento prevalente, con la subitanea disposizione di un piano di svolgimento del materiale analitico già raccolto che prevedesse in primo luogo la concentrazione sulle conclusioni metafisico-cosmologiche del confronto con la tradizione neoplatonico-aristotelica – conclusioni presenti nel testo bruniano De l’Infinito, Universo e mondi – quindi la possibile retrocessione alle premesse delle medesime conclusioni – presenti nei testi bruniani Cena de le Ceneri e De la Causa, Principio e Uno - e la finale e conclusiva verifica e conferma della presenza del medesimo schema teologico nei testi morali – Spaccio de la Bestia trionfante; Cabala del Cavallo pegaseo; De gli Eroici furori.

Obbedendo a questo piano di svolgimento, chi scrive ha deciso di realizzare, dunque, il primo passo dell’intero risvolgimento della filosofia italiana di Giordano Bruno: ricostruire il confronto fra la posizione bruniana e la tradizione speculativa neoplatonico-aristotelica, quale si veniva precisando - in maniera conclusiva sul piano metafisico-cosmologico (ma con evidenti anticipazioni interne delle successive tematiche religiose, etiche e politiche) - nel testo del De l’Infinito, Universo e mondi. Così nasce questa dissertazione, che viene intitolata (rinnovando l’importanza di quello schema teologico): Il concetto creativo e dialettico delloSpirito neiDialoghi Italiani di Giordano Bruno. Confronto con la tradizione neoplatonico-aristotelica: il testo brunianoDe l’Infinito, Universo e mondi.

Il piano di svolgimento interno del contenuto di questa tesi utilizza una breve premessa di carattere storico, mentre nella successiva introduzione dispone una prima traccia dell’elaborazione teoretica personale, per allargare subito la riflessione alla considerazione di una particolare linea di tendenza interpretativa, sviluppatasi negli ultimi due secoli (XIX e XX): la linea interpretativa che prende le mosse dal breve ritratto della filosofia bruniana tracciato da Georg Wilhelm Friedrich Hegel nelle Lezioni sulla storia della filosofia, per proseguire attraverso le definizioni apportate dalla riflessione di Bertando Spaventa sino alle teorizzazioni di Giovanni Gentile e di Nicola Badaloni. Compito di questa dissertazione diviene, allora, la definizione di una nuova ed originale interpretazione della riflessione bruniana, che consideri quella tradizione come proprio termine dialettico. Nasce in questo modo l’argomentazione vera e propria della tesi.

È importante rilevare il piano di snodo che sembra situarsi fra le interpretazioni immanentista e razionalista (panteista: Dio è ogni cosa) hegeliana, che rinvia a Spinoza, e quella trascendentista o trascendentale (spiritualista: ogni cosa è Dio) che si forma con Schelling. In Italia la prima linea di tradizione (eminentemente pratica) prosegue con Spaventa, Gentile, Badaloni. Qui Bruno pare venire aristotelizzato e cristianizzato, reso contemplativo e riconoscitore di una natura eguale ed in movimento circolare, attraverso forme specifiche immutabili (idee), mentre la riflessione morale pare definirsi attorno al criterio di una ferrea adeguazione e la forma politica trovare la propria unità necessaria attraverso la figura dell’organismo. Prosecutore lungo questa stessa linea di tendenza, Michele Ciliberto sembra aggiungere alla concezione della natura in movimento circolare il pensiero fondamentale e radicale della differenza, in ragione di un Dio che pare lontano arbitro e giudice dell’alterna sorte delle fortune attraverso l’abilitazione per merito e la dimostrazione evidente e particolare della grazia, così oltrepassando la mera e semplice copia in ambito morale della eguale circolarità naturale, attraverso la giustificazione dell’azione dotata di forte intenzionalità e successo. La seconda linea interpretativa invece procede con Felice Tocco, Francesco Fiorentino, Augusto Guzzo, Eugenio Garin ed Alfonso Ingegno. Qui il motore della riflessione bruniana sembra venire identificato con una potenza che pare restare sempre eccedente, creativa, comunque forte del mantenimento di una distinzione fra intellegibile e sensibile che fonda il richiamo pratico della ragione operativa, in un contesto ancora apparentemente e completamente necessitarista.

Nella reciproca contrapposizione che si sviluppa fra queste due principali linee di tendenza operano poi le rispettive forme di identificazione individuale, che paiono riuscire a tracciare delle linee di intersecazione fra impostazioni ideologiche apparentemente diverse (se non, addirittura, contrapposte). È questo il caso, per esempio, del confronto fra la posizione di Michele Ciliberto e Werner Beierwaltes. Qui, infatti, l’evidente materialismo del primo interprete si scontra con lo spiritualismo del secondo: nello stesso tempo entrambi gli interpreti paiono però accordarsi – forti del medesimo accento decretato alla divina differenza - sulla struttura di tipo neoplatonico-aristotelico che dovrebbe essere attribuita, quale schema fondamentale, alla speculazione bruniana.

In particolare, per Michele Ciliberto lo spirito bruniano pare identificarsi pienamente con l’opera che vive nel mondo, trasformando continuamente ed arricchendo i rapporti sociali all’interno delle diverse comunità statuali, mentre la religione rimarrebbe immobile ed immodificabile dottrinarietà, finalizzata al mantenimento delle differenze e dell’organizzazione politica e sociale della feudalità. Il rimando allegorico alla necessità della legge religiosa – per l’unità collettiva - però si ricompone con l’immutabile verità dell’organizzazione sociale del lavoro e delle classi, che può essere svolta secondo il piano ed il progetto feudale oppure secondo l’innovazione della produttività borghese, basata sul criterio amorale del profitto, oppure ancora secondo il progetto bruniano, capace di rinnovare e riprendere, arricchendolo, l’intento operativo già presente in natura, per ricomporlo con uno sguardo artistico e rappresentativo del divino (magia). L’eguaglianza dei destini e delle sorti nella necessità naturale trova, allora, una sorta di possibile differenziazione e di organizzazione attraverso il riconoscimento della bontà dell’azione e del relativo merito sociale, nella costruzione di un ambito d’immaginazione pratica totalmente definibile e credibile come civiltà e cultura. In questo modo l’indistinzione, cieca e gratuita, della Fortuna si trasforma e capovolge nella distinzione operata secondo il merito sociale, imposto e riconosciuto quale unico ambito della civiltà e cultura umane, vera e propria nuova natura dell’uomo. Se la natura è necessità, l’uomo è così libertà, mentre Dio continua a valere quale fondamento di entrambi, in una nuova espressività e rivelazione (lingua) sacra, capace di unire ogni contenuto determinato dell’azione con l’intenzione artistica e rappresentativa che la genera e la costituisce, la fluidifica ed organizza (prevalenza ed egemonia del rito e della gestualità simbolica). La differenziazione materiale della civiltà e della cultura, allora, pare incontrare il progetto di deposizione di una potenzialità immanente nel piano astratto del riconoscimento e della distinzione, quale viene avanzato da Werner Beierwaltes come interpretazione della supposta prosecuzione bruniana di un progetto di elevazione mondiale già iniziato con Nicolò Cusano, e perseguito ulteriomente – prima di Bruno stesso – da Pico della Mirandola e Marsilio Ficino.

In questa trasposizione dell’orizzonte della necessità si può allora sviluppare pure un’interpretazione di tipo immaginativo-manierista, quale quella espressa da Hans Blumenberg, sostenitore della presenza nella filosofia bruniana di un necessitarismo pieno ed immodificabile, affermato attraverso la forma dell’autodispendio od esaurimento di Dio nell’Universo. Altro esempio della medesima corrente interpretativa potrebbe essere, a propria volta, Fulvio Papi, sostenitore del rapporto Dio-Universo come manifestazione totale dell’Essere, in una piena omogeneità naturale ed eguaglianza degli esseri prodotti, che nel loro mutuo movimento di reciproca trasformazione e di reciproca libertà genetica affermano la fondamentale caratteristica poligenetica dell’Universo bruniano. Qui allora solamente l’accumulazione progressiva degli strumenti determinerebbe quella possibilità per la quale la fuoriuscita immaginata dell’uomo dal circolo naturale, nell’elaborazione culturale e nell’astrazione, diviene la presa d’atto di un voluto distacco (la consapevolezza dell’ineliminabilità della finzione d’origine pratica). Anche Miguel Angel Granada, con la sua affermata identità nella speculazione bruniana di potentia absoluta e potentia ordinata e della relativa ineccedenza della potenza divina, con la conseguente attestazione di un principio di pienezza ovvero della totale diffusione del bene divino nella omogenea espressione naturale, potrebbe trovare posto accanto ai precedenti interpreti della filosofia nolana. Come, del resto, Jean Seidengart, Nuccio Ordine, Maria Pia Ellero e, un poco distaccato, Paul Richard Blum.

Michelangelo Ghio e Jens Brockmeier paiono invece concludere quella linea immanentista e necessitarista, che spinge la speculazione bruniana sin alle soglie del primo materialismo borghese.

Tenuta, quindi, come termine dialettico, la linea interpretativa Hegel-Spaventa-Gentile-Badaloni, ed abbandonato momentaneamente l’intento di confrontarsi con l’altra tradizione interpretativa – Schelling-Tocco-Fiorentino-Guzzo-Garin-Ingegno – questa dissertazione inizia la propria procedura argomentativa ponendo in stretto confronto tre testi basilari aristotelici, richiamati dallo stesso testo bruniano del De l’Infinito, Universo e mondi - la Metafisica, la Fisica ed il De caelo – e la posizione bruniana stessa, quale viene emergendo dal medesimo testo (ma non solo).

Dopo aver disposto una triplice serie di prime conclusioni, quali premesse e presupposti per il successivo lavoro investigativo, l’argomentazione di questa dissertazione prosegue materializzandosi nella corposa analisi e commento puntuale e rigoroso dell’intero testo bruniano del De l’Infinito, Universo e mondi. Dopo una breve ricapitolazione, dispone in rapida serie due ricche conclusioni, relative al rapporto di opposizione maturato fra la posizione bruniana e la tradizione neoplatonico-aristotelica, confrontate ulteriormente in nota con il materiale desumibile dal libro di Luigi Firpo sul processo inquisitoriale veneto e romano (Luigi Firpo, Il processo di Giordano Bruno). Infine, questa dissertazione utilizza gli apporti critici così sviluppati e maturati, per operare – in doppia battuta - un confronto a largo raggio con gli interpreti più recenti e significativi della filosofia nolana: Miguel Angel Granada, Michele Ciliberto, Michelangelo Ghio, Alfonso Ingegno e Werner Beierwaltes. Disponendo, alla fine, una rapidissima conclusione generale e la finale bibliografia.

Giunto al termine di tutto questo enorme lavoro, il pensiero resta orientato alla possibilità di ricomporre buona parte degli esiti di questa ricerca in un progetto editoriale più ampio, che sia capace prima di tutto di integrare l’analisi della linea e tradizione interpretativa bruniana immanentista con quella trascendentista, in tal modo costituendo un primo volume introduttivo di natura storiografica. Quindi esso potrebbe procedere, prevedendo la disposizione del gigantesco materiale analitico accumulato sui tre testi metafisico-cosmologici, per realizzare un secondo volume dedicato alla disposizione naturale bruniana. Infine, anche il materiale analitico ottenuto dall’investigazione dei tre testi morali potrebbe trovare collocazione in un terzo e conclusivo volume, rivolto alla delineazione dei tratti religiosi ed etico-politici della riflessione bruniana.




Aggiunto il 03/04/2012 18:49 da Stefano Ulliana

Disciplina: Storia della Filosofia

Autore: Ulliana Stefano

Formato: PDF



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