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Sulla servitù moderna

So che vorrei solo la libertà, non voglio più il guinzaglio, gli abbracci soffocanti e soprattutto niente bagni umilianti, in fondo non cerco neanche un granché; un mondo senza recinti come piace a me. Non voglio che mi controllino, decido solo io, un mondo che non mi opprime, non più impegni e niente regole. Mi reputo cosmopolita e non ammetto differenze sociali e politiche tra gli stati e le nazioni, mi rimetto alla spontanea razionalità della naturale condizione primigenia dell'uomo caratterizzata dall'assenza di qualsiasi istituzione che voglia regolare la mia vita. Ho un senso di comunanza con gli altri uomini nella condivisione di un valore di unificazione residente nella comune ragione e natura. Mi oppongo al fanatismo nazionalistico patriottico che, come osserva d'Holbach, è un indottrinamento, in cui cadono gli ingenui "buoni patrioti", messa in atto dal potere costituito per realizzare i propri interessi. Al patriota viene confezionato un ideale che raffigura tutti gli altri uomini come suoi nemici mentre dovrebbe essere, semplicemente l'opposto, uniti e cooperativi per assicurare a tutti libertà e serenità. Una servitù moderna e volontaria, consentita dalla massa degli schiavi che strisciano sulla superficie terrestre, che si aggrappano spontaneamente ad un lavoro sempre più alienante, generosamente concesso soltanto se “fanno i bravi”. Scelgono loro stessi i padroni che dovranno servire. Perché questa assurda tragedia sia potuta accadere, prima di tutto è stato necessario sottrarre ai membri di questa classe ogni consapevolezza del proprio sfruttamento e della propria alienazione. Questa è la strana modernità della nostra epoca. Contrariamente agli schiavi dell’antichità, ai servi del Medioevo o agli operai delle prime rivoluzioni industriali, oggi siamo di fronte ad una classe totalmente asservita ma che non sa di esserlo, anzi, che non vuole saperlo. La rinuncia e la rassegnazione sono le cause della loro disgrazia. Questo è il brutto sogno degli schiavi moderni che non chiedono, in definitiva, che di lasciarsi andare nella danza macabra del sistema dell’alienazione. L’oppressione si modernizza estendendo ovunque forme di mistificazione che consentono di occultare la nostra condizione di schiavi. Mostrare la realtà così com'è veramente, e non come viene presentata dal potere, costituisce la sovversione più autentica. Solo la verità è rivoluzionaria: La pianificazione del territorio e l’ambiente, l’urbanistica è la presa di possesso dell’ambiente naturale e umano da parte del capitalismo che, sviluppandosi logicamente come dominazione assoluta, può e deve ora rifare la totalità dello spazio a propria immagine. L’ambiente circostante diventa la prigione nella quale devono vivere. Un mondo squallido, senza odore né sapore, un mondo che porta in sé la miseria del modo di produzione dominante. Questo scenario è in perpetua costruzione. Niente è stabile. Il rifacimento permanente dello spazio circostante trova la propria giustificazione nell'amnesia generalizzata e nell'insicurezza nelle quali devono vivere gli abitanti. Si tratta di rifare tutto ad immagine del sistema: il mondo diventa sempre più sporco e rumoroso, come una fabbrica. Ogni frammento di questo mondo è proprietà di uno Stato o di un privato. Questo furto sociale che è l’appropriazione esclusiva del suolo si materializza nell'onnipresenza dei muri, delle sbarre, delle recinzioni, dei cancelli e delle frontiere sono il segno tangibile di questa separazione che invade tutto. Ma parallelamente, l’unificazione dello spazio secondo gli interessi della cultura mercantile è il grande obiettivo di questa triste epoca. Il mondo deve diventare un’immensa autostrada, razionalizzata all'estremo, per facilitare il trasporto delle merci. Ogni ostacolo, naturale o umano, deve essere rimosso. Gli insediamenti nei quali si ammucchia questa massa servile somigliano alla loro vita: sembrano delle gabbie, delle prigioni, delle caverne. Ma contrariamente agli schiavi o ai prigionieri, gli oppressi moderni devono pagare la loro gabbia. È dentro abitazioni anguste e lugubri che accumula le nuove merci che dovrebbero, secondo i messaggi pubblicitari onnipresenti, portargli la felicità perfetta. Ma più accumula merci e più si allontana la possibilità di essere felice. Gli oggetti che possediamo finiscono per possederci. Eppure, la miseria è ovunque laddove regna la società totalitaria mercantile. La scarsità è il rovescio della medaglia della falsa abbondanza. E in un sistema che erige la disuguaglianza a criterio di progresso, anche se la produzione agro-chimica è sufficiente per nutrire la totalità della popolazione mondiale, la fame non dovrà mai scomparire. L’altra conseguenza della falsa abbondanza alimentare è la generalizzazione delle fabbriche concentrazionarie e lo sterminio massiccio e barbaro delle specie che servono a nutrire gli schiavi. Qui sta l’essenza stessa del modo di produzione dominante. La vita e l’umanità non resistono di fronte alla sete di profitto di pochi. Il saccheggio delle risorse del pianeta, l’abbondante produzione di energia e merci, gli scarti e altri rifiuti del consumo ostentato ipotecano gravemente le possibilità di sopravvivenza della terra e delle specie che la popolano. L’invenzione della disoccupazione moderna è lì per spaventarli e farli ringraziare la generosità del potere. Che cosa farebbero senza la tortura del lavoro? E sono queste attività alienanti che sono presentate come una liberazione. Che decadenza e che miseria! Sempre pressati dal cronometro o dalla frusta, ogni gesto degli schiavi è calcolato per aumentare la produttività. L’organizzazione scientifica del lavoro costituisce l’essenza stessa dell’espropriazione dei lavoratori sia dal frutto del proprio lavoro sia dal tempo che dedicano alla produzione automatizzata di merce e servizi. Il ruolo del lavoratore si confonde con quello della macchina nelle fabbriche, con quello del computer negli uffici. Il tempo retribuito non torna più. Così, ogni lavoratore è assegnato ad un compito ripetitivo, intellettuale o fisico che sia. Egli è specialista nel proprio campo di produzione. Questa specializzazione si riscontra su scala planetaria nel quadro della divisione internazionale del lavoro. Si concepisce in occidente, si produce in Asia e si muore in Africa.  Lo schiavo moderno avrebbe potuto accontentarsi della propria servitù al lavoro, ma nella misura in cui il sistema di produzione colonizza tutti i settori della vita, il dominato perde il proprio tempo nelle distrazioni, nei divertimenti e nelle vacanze organizzate. Nessun momento del suo quotidiano sfugge alla morsa del sistema. Ogni attimo della sua vita è stato sequestrato. È uno schiavo a tempo pieno. Il degrado generalizzato del suo ambiente, dell’aria che respira e del cibo che consuma; lo stress delle sue condizioni lavorative e dell’insieme della sua vita sociale sono all'origine delle nuove malattie dello schiavo moderno. È malato della sua condizione servile e nessuna medicina potrà mai curarlo da questo male. Soltanto la liberazione più completa dalla condizione nella quale si trova prigioniero può liberare lo schiavo moderno dalle proprie sofferenze. La medicina occidentale conosce un solo rimedio di fronte ai mali di cui soffrono gli schiavi moderni: la mutilazione. È con la chirurgia, gli antibiotici o la chemioterapia che sono trattati i pazienti della medicina mercantile. Ci si accanisce contro le conseguenze del male senza mai cercarne la causa. Le ragioni di questo accanimento sono ovvie: cercare la vera causa ci condurrebbe inevitabilmente a condannare senza appello l’organizzazione sociale nel suo complesso. Così come ha trasformato in semplice merce ogni dettaglio del nostro mondo, il sistema attuale ha fatto del nostro corpo una merce, un oggetto di studio e sperimentazione consegnato agli apprendisti-stregoni della medicina mercantile e della biologia molecolare. E i padroni del mondo sono già pronti a brevettare la vita. Il sequenziamento completo del DNA del genoma umano è il punto di partenza di una nuova strategia messa in atto dal potere. La decodificazione genetica non ha altro scopo che amplificare considerevolmente le forme di dominazione e di controllo. Anche il nostro corpo, come tante altre cose, ci è sfuggito. L’obbedienza come seconda natura “A forza di obbedire si sviluppano riflessi di sottomissione”. Il meglio della vita gli sfugge, ma lui continua perché è abituato ad obbedire da sempre. L’obbedienza è diventata una seconda natura. Obbedisce senza sapere il perché, semplicemente perché sa di dover obbedire. Obbedire, produrre e consumare, questo è il trittico che domina la sua vita. Obbedisce ai genitori, ai professori, ai datori di lavoro, ai padroni di casa, ai mercanti. Obbedisce alla legge e alle forze dell’ordine. Obbedisce a tutti i poteri perché non sa fare altro. La disobbedienza lo spaventa più di ogni altra cosa perché la disobbedienza significa rischio, avventura, cambiamento. È la paura che ha fatto di noi degli schiavi e che ci mantiene in questa condizione. È per paura che ci inchiniamo davanti ai padroni del mondo e accettiamo questa vita di umiliazione e di miseria. La liberazione è un’ascesi che deriva dal controllo di sé. È un desiderio e una volontà in atto. Sta nell'essere, non nell'avere. Ma allo stesso tempo bisogna essere risoluti a non servire più, a non obbedire più. Bisogna essere capaci di rompere con un’abitudine che nessuno, sembra, osa mettere in discussione. Non esistono partiti politici che rimettono in discussione il dogma del mercato in grado di accedere al potere. E con la complicità mediatica, questi partiti monopolizzano l’apparenza. Bisticciano su dei particolari purché tutto rimanga come prima. Litigano per sapere chi occuperà i posti offerti dal parlamentarismo mercantile. Questi patetici battibecchi sono ripresi dai media per occultare un vero dibattito sulla scelta di società nella quale vogliamo vivere. L’apparenza e la futilità dominano sulla profondità del conflitto delle idee. Tutto questo non somiglia in nessun modo ad una democrazia. La democrazia reale si definisce prima di tutto con la partecipazione massiccia dei cittadini alla gestione degli affari della città. È diretta e partecipativa. La sua espressione più autentica è l’assemblea popolare e il dialogo permanente sull'organizzazione della vita in comune. La natura non ha creato né padroni né schiavi! Il sistema dominante si definisce quindi con l’onnipresenza della sua ideologia mercantile. Occupa tutto lo spazio e tutti i settori della vita. Non dice altro che: “Producete, vendete, consumate, accumulate!”. Ha ridotto l’insieme dei rapporti umani a rapporti commerciali e considera il nostro pianeta una semplice merce. Il dovere che ci impone è il lavoro servile. L’unico diritto che riconosce è la proprietà privata. L’unico dio che ostenta è il denaro. 




Aggiunto il 29/07/2015 11:15 da Savino Spina

Disciplina: Filosofia politica

Autore: Jean-François Brient



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