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RAPSODIA FILOSOFICA SULLA LIBERTA'

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Strana condizione

Mi trovo ad esistere tra una profondità d’essere di cui non riesco a cogliere l'inizio e una vastità d’essere che non riesco a delimitare nella mia mente: questa è la strana condizione in cui cerco di riflettere sulla mia libertà, che, come giustamente sottolinea Schelling, "si collega pure in qualche modo con la totalità dell’universo".¹

Una totalità misteriosa che non posso che pensare infinita, se non altro perché non riesco neanche a ipotizzare un ambito ben delimitato e conosciuto in grado di corrispondere pienamente alla mia esistenza e impedirle così di protendersi incessantemente con tensioni e domande al mistero che la circonda.

Un mistero che si rivela infinito, tanto nella profondità della sua origine, quanto nella vastità della sua onnicomprensività.

E, allora, come potrei riflettere seriamente sulla mia libertà senza tenere conto di questo infinito mistero?

Pensarla come ‘strana condizione’ non può non provocare in me una certa dose di inquietudine, ma che ha, perlomeno, il pregio di impegnarmi in una ricerca che non dà tregua; una ricerca che per essere quella della libertà, non può svolgersi solo sul piano conoscitivo, ma implica necessariamente quello di una prassi esistenziale.

Così dicendo, ho già indicato le due ali con cui far prendere coscienza e volo alla libertà.

 

Sentirmi libero o sapermi libero 
Che cosa vuol dire essere libero? 
Domanda d'obbligo che, per ciò stesso, fa della libertà una questione conoscitiva e non solo pratica.

Posso rispondere che sono libero quando riesco a volere e decidere da me stesso senza subire imposizioni e condizionamenti da altro o da altri. 
Ma, così rispondendo, quante parole sono costretto a mettere in campo: 'volere', 'decidere', 'me stesso', 'condizionamenti', 'altri'. 
Parole già cariche di significati acquisiti ed esperienze vissute che non posso fare a meno (almeno inizialmente) di presumere: per quanto mi impegni in una ricerca radicale, gli inizi restano comunque impregnati di un certo grado di datità e presupposti.

Devo, allora, assumerli con quel senso critico che riesce a mantenere sia quel tanto di determinismo, che sarebbe vano negare, sia quel tanto di indeterminismo che apre al possibile.

Perché essere liberi non significa essere completamente svincolati dal resto della realtà: nell’umana libertà vi è buon gioco tanto per un certo grado di indeterminismo quanto per un certo grado di determinismo: il primo, nel margine di arbitrarietà che viene offerto al poter decidere di agire; il secondo, nel limite dato dalla concreta realtà in cui si vive.

Ma su determinismo-indeterminismo rinvio al prossimo paragrafo, al momento mi accontento di una libertà quale una percezione immediata mi fa presagire, una libertà (che forse non è nemmeno tale) che sperimento nell’incerto confine tra un vago inconsapevole sentire e un più consapevole sapere.

L’implicazione di sentire e di sapere rivela un nesso costitutivo nell’esperienza della libertà, perciò l’averli posti in alternativa – come si evince anche dal titolo di questo paragrafo – ha il solo scopo di distinguere nella libertà quello che può essere considerato uno stadio meno evoluto della stessa (sentirmi libero), da quello che rappresenta uno stadio più avanzato (sapermi libero).

È solo per una semplice ed immediata introspezione psicologica che posso dire di sentirmi libero, ma, dato che una tale introspezione lavora sempre retrospettivamente, non posso fare a meno di mettere in conto la possibilità di una smentita di questo ‘sentimento di libertà’: magari, scoprirò che il vero motivo di una certa mia decisione era originato da altro o da tutt’altro che da una mia limpida e volontaria scelta!

Ce lo ricorda bene Arthur Schopenhauer quando scrive: «solo a decisione presa, potremo vedere di qual fatta noi siamo, e specchiarci nelle nostre azioni”.²   
Tutta un’altra musica – e, forse, si tratta proprio di riuscire a cogliere una cosmica armonia per pensare e vivere la libertà! – ci sarebbe se riuscissi a sapermi libero, nel senso cioè di riuscire a scegliere e a decidere con tutta e piena consapevolezza, realizzando in questo modo una mia compiuta e assoluta relazione col mondo.

Questo sapermi libero, tuttavia, non annullerebbe quello stesso ‘sentimento di libertà’, semmai ne farebbe un sublime sentire.

Ma non è certo questo che verifico nella realtà della mia quotidiana esperienza!

Riflettendo sul mio decidere, l’oscillazione tra un opaco sentire e un più limpido sapere è una costante, e mi rendo conto che ogni decisione resta sì limitata da un indefinito numero di cause determinanti, quali le leggi naturali, i meccanismi organici, i fenomeni esterni, gli impulsi e le abitudini, ma anche sospesa e aperta all’indeterminatezza del possibile.

Fra determinismo e indeterminismo 
Nel domandarmi se io sia o no libero, non posso dunque non prendere atto che già per il semplice fatto di domandare mi trovo nella strana condizione di vivere situato tra una datità da me non decisa – e qui prendo atto di un immediato determinismo – ed una eventualità per me possibile – e qui registro un altrettanto immediato indeterminismo. 
Al mio volere, per quanto frammentato e rapsodico, segue comunque un agire, e la libertà che, forse, mi è dato di sperimentare appare essere quella di un nesso causale fra questo mio volere e un conseguente agire. 
Posso sempre sospettare, però, che questo nesso causale non venga affatto deciso dal mio volere, ma che alle spalle di quest’ultimo ci sia qualcosa che già lo determina, e per questo, allora, io non sarei altro che l’anello di congiunzione di due determinismi: uno dietro di me, l’altro davanti a me; insomma una catena onnipervasiva di cui io non sarei altro che un mero anello di congiunzione, una specie di marionetta insomma. 
A meno che anche questa sconfinata connessione fra cose ed eventi implichi l’accadere del possibile e che, dunque, proprio in tale dimensione possibile si possa radicare e trovare un senso della mia libertà. 
Anche in questo modo, dunque, si presenta come strana la condizione della mia libertà: posta tra il determinismo di una situazione data e l’indeterminismo di una aperta possibilità. 
E, a mio avviso, non ha neanche senso di pensare ad un fantomatico “nulla” come origine della mia libertà: ex nihilo nihil fit
Devo piuttosto cercare di comprendere sempre più e meglio la concatenazione causale delle cose e degli eventi, quale appare nella dialettica fra determinismo e indeterminismo. 
Se sento e prendo coscienza di una determinata favorevole connessione di eventi e di effetti in cui esplico o posso esplicare la mia volontà, posso ragionevolmente pensare e vivere  questa connessione come una espressione di un mio libero agire che, in questo modo, sviluppa ed arricchisce la concatenazione dapprima solo intravista. 
Insomma, posso ragionevolmente arguire che in questa connessione fra volontà soggettiva ed eventi/effetti circostanti non sia l’imponderabile caso a farla da padrone, né che la necessità di tale connessione faccia a pugni con la mia libertà.

Libero arbitrio 
Ciò che, in relazione alla domanda “Sono libero oppure no?”, sembra deporre a favore del “Sì, sono libero” è l’immediata e indiscussa interpretazione del “sentirmi libero” (scaturito dall’introspezione psicologica) come libero arbitrio, ossia come una volontà che vuole ciò che vuole.
Come quando, ad esempio, scelgo tra un gelato alla fragola o al limone… ma, poi, penso che anche ad un tale ambito di indifferenza e/o contingenza sia possibile trovare motivazioni che renderebbero un tale arbitraria volontà solo una mera apparenza. 
Infatti, come sottolinea Piero Martinetti, «un’analisi esatta ed accurata non mancherebbe mai di trovare nelle profondità del nostro spirito gli elementi causali di tutti i nostri atti, anche di quelli che sembrano determinazioni subitanee ed arbitrarie»,³ quali quelle relative, appunto, alla scelta del gusto di un gelato. 
Figuriamoci quando la mia scelta deve invece porsi, ad esempio, tra valori morali! 
Queste considerazioni mi portano giocoforza a porre in dubbio l’immediata parvenza del libero arbitrio, che, allora, può dipendere solo ed esclusivamente dalla mia ignoranza, e prima di tutto l’ignoranza della mia identità, ma su ciò più avanti.
Mi sento libero, ossia sento di volere, ma questo volere non mi è completamente trasparente, e già questo mi impedisce di stabilire con piena chiarezza di essere proprio “io” la causa o la fonte autonoma di questa “mia” volontà e decisione. 
È in questo modo, come si è visto, che se, da una parte, posso sentirmi libero, dall’altra, non riesco proprio a sapermi libero, e, devo ammettere, perciò, che ho bisogno di un po' di più luce per poter dichiarare apertamente e indubitabilmente la mia libertà come libero arbitrio. 
“Ombra profonda siamo”.⁴

Identità 
“So io chi sono!”: così esclama Don Chisciotte.⁵

Ma, forse, questa orgogliosa esclamazione ha più il senso di un “voler essere” che un “sapere di essere”.

E questo non vale solo per l’orgoglioso Don Chisciotte, ma per chiunque impegni se stesso in una simile ostentata intenzione.

Ma nell’ombra in cui mi trovo a vivere, dove appare sempre problematico sapere il “che cosa è” di qualsivoglia cosa, decido di domandarmi non “che cosa sono io?”, ma “chi sono io?”.

Iniziando con “chi”, ho già deciso per l’io.

E, così facendo, non aspetto di sapere “che cos’è” “io” per dire “io”: non voglio perdere nel pensare di decidere il decidere di pensare.

Come giustamente sottolinea John Henry Newman, “La vita non è lunga abbastanza per una religione di inferenze: se decidiamo di iniziare dalle prove, non inizieremo mai”.⁶

E, allora, dico “io”, decidendo di dirlo prima ancora di pensarlo (saperlo): non dico di dire “io”, ma dico “io”.

Questo perché è appunto nel “dire di dire”, ossia in un pensare tutto preso solamente dalle/nelle parole, che si perde quel “dire” che è sì parola, ma è anche “decisione”, “azione”: un dire, insomma, in cui non si è ancora attuata la separazione del pensiero dall’azione.

È un po' come se decidessi di farmi un auto-ritratto – [quello che appare in apertura di articolo è invece il ritratto che generosamente mi ha dedicato il mio fraterno amico: il pittore e scultore Gino Leto] –, e, immaginandolo per grandi linee, cominciassi ad appoggiare delle decise pennellate per eseguirne l’opera.

Che è, poi, l’opera della mia vita, o è la mia stessa vita messa in opera, quell’identità che voglio realizzare e raccontare a me e agli altri: questo l’ambito più appropriato dove impegnarsi per la propria libertà.

Riuscire a vivere una libera e dinamica identità non chiusa in se stessa, ma aperta all’altro e in direzione di una più grande e profonda armonia: questo penso sia il modo più vero per pensare una libertà come identità.

Ma, mi piace dirlo qui con le parole di Vito Mancuso: "Si diventa veramente liberi quando ci si libera dai fantasmi della mente; quando si mette a tacere l'ego con le sue pretese e le sue paure e si apre la mente all'aria pulita della realtà; quando si depone il desiderio di autoaffermazione e ci si accinge a servire il mistero dentro cui siamo capitati nascendo”.⁷

 

Impegno e sforzo 
Nel domandarmi "sono libero oppure no?", decido, in conclusione, a favore della mia libertà e, in questo modo, ne faccio soprattutto una questione di impegno e di sforzo. 
Anche se la 'ragion pura' mi blocca in una serie di antinomie e paradossi, non voglio arrendermi e perciò mi affido – decido di affidarmi – alla 'ragion pratica', quella ragione pratica-vitale che mi permette di vivere e agire.

Insomma, «io abbraccio la certezza di cui sono l’autore».⁸
Decido per la mia libertà, anche sfidando l’ipotesi che essa sia un’illusione. 
Mi conforta, perlomeno, il fatto che non vi è certezza neanche che sia illusione.

Ancor più!

Accetto – decido di accettare – persino questa incertezza che sia illusione o realtà … ne faccio un campo di ricerca, ma, allo stesso tempo, accampo l’impegno e lo sforzo di saperne di più e di scriverne, come sto facendo… tanto mi basta a scommettere sulla mia libertà!

Nella fantastica ipotesi di una apparizione immediata della mia libertà nell’atto stesso di una semplice e trasparente riflessione, non sentirei sforzo alcuno, né ci sarebbe bisogno da parte mia di alcun impegno, ma, allora, poco o nessun merito ne ricaverei.

È per questo che voglio intendere la mia filosofia come “un’interrogazione tale da non concepire una risposta che la annulli, ma solo azioni risolute che la riportino più in là”.⁹

 

Note

 

1 . F.W.J. Schelling, Scritti sulla filosofia, la religione, la libertà, a cura di L. Pareyson, Mursia,

    Milano 1990, p. 81.

2 . A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, tr. it P. Savj-Lopez,

     G. De Lorenzo, Laterza, Roma-Bari 1979, p. 400.

3 . P. Martinetti, La libertà, Aragno, Torino 2004, p. 390.

4 . Cfr. G. Bruno, Le ombre delle idee, a cura di C. D’Antonio, Di Renzo Editore, Roma 2008.

5 . M. de Unamuno, Vita di don Chisciotte e Sancio Panza, tr. it. A. Gasparetti, B. Mondadori

     Milano 2005, p. 51.

6 . J. H. Newman, Saggio a sostegno di una grammatica dell’assenso, in Scritti filosofici,

     tr. it. M. Marchetto, Bompiani, Milano 2005, p. 1011.

7 . V. Mancuso, Il coraggio di essere liberi, Garzanti, Milano 2016, 93.

8 . P. Martinetti, cit., p. 77.

9 . M. Meleau-Ponty, Senso e non senso, tr. it. P. Caruso, Il Saggiatore, Milano 1982, p. 119.

 




Aggiunto il 18/01/2019 13:09 da Alfio Fantinel

Disciplina: Filosofia teoretica

Autore: Alfio Fantinel



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