Contact Google Plus Facebook

Testata
ARTICOLI
Votazione media: 0/10

L'ira di Achille

alunno14557279753.jpg

L’ira di Achille

 LAREPUBBLICA  15/02/2016

Salerno, lite tra studenti: un ragazzo di 16 anni

accoltellato a scuola da un compagno

ovvero per una filosofia delle emozioni sull’esempio degli antichi

 

di Benito Marino

 

Se si fossero studiati i miti, come di dovere a scuola, si sarebbe arrivati a capire un po’ di più come vivere serenamente le proprie emozioni. Tutti i filosofi si sono confrontati con la tradizione orale, facendosi prendere dal vortice degli impeti affettivi, messi in scena dagli eroi tragici ed, analizzandone le componenti, hanno indicato una via interpretativa ai mille sentimenti, alle passioni e ai desideri che, innegabili, ci attanagliano per tutta la vita. Perciò l’ira di Achille, il dolore di Antigone, la disperazione di Medea, la speranza di Ulisse sono realtà sempre presenti ed attuali, operanti fin dall’antichità e di cui dovremmo avere profonda esperienza.

Tuffarsi in quel caos grandioso e terribile delle passioni, si apprenderebbe ad utilizzarle ed a volgerle a nostro vantaggio. Seguire poi i consigli dei saggi e dei filosofi come Democrito, Esiodo, Platone, Aristotele, Epicuro e gli Stoici ci renderebbe capaci di arginare i desideri troppo violenti e le passioni troppo forti, piegando alla nostra volontà quelle emozioni che ci invadono e non ci lasciano più vivere alcuna occasione felice.

Ecco perché voglio prendere, come fatto esemplificativo e terribilmente coincidente col nostro fatto di cronaca del 15/02/2016, la narrazione omerica dell’ira di Achille, un esempio di collera senza rimedio. In mezzo alle prodezze dei grandi guerrieri che si affrontano in quell’ultima fase della guerra di Troia. Achille è uno degli eroi greci più terribili che ben rappresenta le vicende altalenanti dello spirito umano. Sa bene che i Greci hanno assolutamente bisogno di lui per poter vincere e si trova immediatamente messo in difficoltà da una decisione totalmente ingiusta, perpetrata dal capo supremo dell’esercito, Agamennone. Di lì scaturisce la sua lunga collera vendicativa per cui si rinchiude nella sua tenda, rifiutandosi di combattere. È una collera incontrollabile.

I Greci sono decimati dalla peste, perché Apollo e il suo sacerdote sono stati offesi. In effetti Agamennone aveva d’autorità preso come bottino personale di guerra Criseide, figlia del sacerdote. Per placare il dio Apollo e il suo sacerdote afflitto, Achille propone di restituire a quest’ultimo la di lui figlia Criseide. Ciò scatena Agamennone in una rabbia furiosa per la frustrazione subita e decide, per lavare l’onta, di togliere ad Achille la sua parte legittima del bottino di guerra, la bella Briseide. Una terribile ira ora si impossessa di Achille, perché si vede ingiustamente strappare il prezzo legittimo delle sue numerose vittorie. Come capita spesso anche l’ira di Achille ha come causa scatenante un fallimento. Egli è nello stesso tempo umiliato nei suoi beni e colpito nel suo onore dalla volontà crudele e dominatrice di Agamennone. L’ira durerà per lungo tempo. Se la collera di Achille non è decisamente senza fondamento le sue conseguenze saranno drammatiche. Difatti Achille abbandona subito i suoi compagni d’armi. Un atteggiamento che non consiste solamente nel rifiutarsi di aiutare gli altri in difficoltà, ma rende anche possibile decine di combattimenti spesso mortali per i nobili capi greci e le loro truppe valorose. Ma è anche una collera che si apre sul fallimento e la morte di molti compagni combattenti.

L’ira si fa prima implacabile furore, per finire col diventare desiderio di uccidere, infatti Omero commenta:

E il dolore colpì il figlio di Peleo; nel suo forte petto si divise il cuore: non sapeva se levare dal fianco la spada affilata, incitare gli altri alla rivolta e uccidere lui stesso l'Atride, o frenare l'impulso e calmare la collera[1].

Ma ecco che interviene la saggezza, rappresentata dalla dea Atena “dagli occhi verdi”, discesa dall’Olimpo col desiderio di porre fine alla disputa:

Sono venuta dal cielo per placare il tuo furore, se vorrai ascoltarmi; … Orsù, tronca la lite, non estrarre la spada; attaccalo a parole piuttosto e insultalo quanto ti pare”.

Grandiosa soluzione quella proposta dalla dea, “attaccalo a parole”, sa benissimo che è impossibile frenare l’impeto di un uomo irritato e ne depista l’energia in un canale diverso, ma tuttavia efficace per sbollire Achille e frenare eventuali reazioni irrazionali. Le parole di Achille, infatti sono velenosissime ed hanno la stessa efficacia di un fendente. Anche Gorgia, il sofista di Leontini, annoterà l’efficacia delle parole nella vicenda di Elena cui la tradizione attribuisce la causa dello scoppio della guerra di Troia.

“… la parola è un gran dominatore, che con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere; riesce infatti e a calmar la paura, e a eliminare il dolore, e a suscitare la gioia, e ad aumentar la pietà” ( Encomio di Elena).

Achille, malgrado l’invito di Atena, libera la sua collera, se pure soltanto con le parole, ma altrettanto violentissima e carica di disprezzo:

Ubriaco, faccia di cane, cuore di cervo, che non osi combattere in armi con il tuo esercito … Certo è molto più facile, nel vasto campo dei Danai, strappare i doni di guerra a chi osa contraddirti; ... ebbene io te lo giuro: verrà un giorno in cui i figli degli Achei, tutti, rimpiangeranno Achille ...”.

 Parole minacciose, Achille continua ad insultare Agamennone, giudicandolo addirittura incapace di guidare gli Achei alla vittoria e con grande orgoglio gli rinfaccia:

Tu non potrai aiutarli, quando molti di loro cadranno colpiti da Ettore, uccisore di uomini; e l'animo ti roderai per la rabbia di non aver onorato il più forte di tutti gli Achei”.

È una collera impossibile da dominare e da far cessare. È un’ira che danneggia indirettamente migliaia di guerrieri coraggiosi, causandone morte e disgrazie. Una collera legittima, certamente, ma non controllata piuttosto subita. Collera che resta bloccata fra grida e silenzi per lunghissimi mesi. Un’ira che si trasformerà in vendicativa, all’indomani della morte del caro amico Patroclo, ucciso da Ettore. È vero Achille torna a combattere e sembra sconfessare il suo originario proposito, ma la collera ora è concentrata su di lui e dimentica degli altri, viene confusa col coraggio e col sostegno al coraggio degli altri ed invece produrrà soltanto morte direttamente non più indirettamente. Persino fra gli dei c’è chi se ne compiace. Questa volta sono inattivi e Zeus commenta la gara da spettatore:

Se Achille, anche da solo, scenderà in lotta contro i Troiani, questi non resisteranno un istante. Prima del tempo si nasconderanno, spaventati, alla sua vista. Oggi che il suo cuore, al pensiero del suo amico, nutre un terribile odio, temo che decida di anticipare il fato e che sollevi lo scudo.”

Una lunga collera poteva essere distruttrice di ogni amicizia, una collera improvvisa porta alla comune vittoria: in tutte le sue forme l’ira è sempre assassina, ma all’abbandono mortale degli amici fa seguito ora la morte coraggiosa, massacrando migliaia di nemici. Così l’ira diventa odio crudele ed abominevole. Sotto le mura di Troia, un duello singolare si instaura tra il grande eroe troiano e il terribile eroe greco. Ettore, l’eroe puro e semplicemente umano, ed Achille, tronfio della sua invulnerabilità, si affrontano.

Immediatamente Ettore, colpito a morte, crolla. Supplica, allora, il suo aguzzino di non lasciare il suo corpo sul campo di battaglia alla mercé dei cani selvaggi. Senza il minimo sentimento di pietà, dal profondo della sua ira odiosa, Achille rifiuta. Ettore drammaticamente lo implora con voce flebile:

 Per la tua vita, per le tue ginocchia, per i tuoi genitori io ti supplico: non lasciare che i cani mi divorino presso le navi Achee; accetta il bronzo, l'oro, quanto ne vuoi, accetta i doni che ti offriranno mio padre e mia madre, ma restituisci il mio corpo, perché lo portino a casa, perché i Troiani e le loro spose lo consegnino alle fiamme del rogo”.

È umanamente impressionante ed angosciante questa implorazione ed Achille accecato dall’odio crudelmente risponde:

Non supplicarmi, cane, né per le ginocchia né per i genitori. Ira e furore mi spingerebbero a farti a pezzi e divorare la tua carne cruda, tanto è il male che mi hai fatto. Nessuno potrà tenere i cani lontano da te, nemmeno se mi portassero qui e mi posassero davanti un riscatto dieci, venti volte più grande e altrettanto me ne promettessero, nemmeno se Priamo, figlio di Lao, volesse pagarti a peso d'oro. No, la tua nobile madre non ti deporrà sul letto funebre, non potrà piangerti, lei che ti ha dato la vita. Cani e uccelli divoreranno il tuo corpo”.

Una conclusione di inaudita violenza, si rovescerà mai in una corrispondente generosità?

Sconvolto dal dolore il padre di Ettore, il vecchio Priamo, su consiglio degli dei e sicuro della sacralità greca dell’ospite, decide di andare a trovare Achille sotto la sua tenda in cui è stato deposto il cadavere di Ettore, per chiedergli di poter portare a Troia le spoglie di suo figlio.  Ne segue un dialogo taccante e pieno di grandezza e di nobiltà:

Ricordati di tuo padre, divino Achille, tuo padre che ha la mia stessa età ed è alle soglie della triste vecchiaia; e quelli che vivono intorno forse lo insidiano e non c'è chi lo difenda dalla sventura e dalla rovina. Ma lui, almeno, si rallegra in cuor suo sentendo che tu sei vivo, e di giorno in giorno spera di rivedere suo figlio di ritorno da Troia. Ma la mia sventura è immensa: ho messo al mondo valorosi figli nella grande città di Troia e di loro non me n'è rimasto nessuno; cinquanta ne avevo, quando giunsero i figli dei Danai; diciannove erano figli di una sola madre, gli altri nacquero da altre donne nella mia reggia; a molti di loro Ares ardente ha tolto la vita; l'unico che mi restava, colui che proteggeva la città e i cittadini - Ettore - tu l'hai ucciso mentre difendeva la patria; è per lui che io vengo ora alle navi degli Achei, per riscattarlo...”.

Allora i due eroi piangono insieme, evocando i loro ricordi. Dopo le lacrime, Achille ormai diventato rassicurante e sereno, dice:

Non addolorarmi ulteriormente, ora, vecchio; voglio spontaneamente darti il corpo di Ettore”.

E i due quindi discutono dei giorni di tregua per permettere degne onoranze funebri al più grande eroe troiano.

Dopo la terribile e passiva ira dell’eroe che, colpito nel suo onore, si ritira dal combattimento, vi è l’ira combattiva e piena di ardore sul campo di battaglia. Quando l’onore è stato ritrovato, quando la gloria ha potuto trovare soddisfazione, dopo i tanti momenti dolorosi, con il tempo, subito, la pace interiore si ristabilisce da sola, senza l’aiuto di nessuno.

Ma questa non è che una breve tregua. Terminati i funerali di Ettore. Achille riprende il suo ardore per il combattimento. È impossibile spegnere quel desiderio di vendicare l’amico ed esso alimenterà altre imprese che ancora stermineranno masse di troiani. L’ira colossale dell’eroe tragico non finirà che con la sua morte.

Quali conclusioni filosofiche potremmo trarre da questa vicenda che Seneca ha commentato mirabilmente, anche se non direttamente richiamata, nel suo De Ira?

L’impegno del filosofo sta naturalmente tutto nel sottolineare l’irrazionalità dell’ira. Contrariamente a molte altre passioni l’ira si esteriorizza in modo terribile. Le altre passioni, infatti, hanno in sé qualcosa di relativamente tranquillo e pacifico. Quella invece è tutta eccitazione, è un momento di pazzia, brucia di un desiderio disumano di lotta e di sangue; è avida di una vendetta che trascinerà con sé il vendicatore. Essa è incurante delle convenienze, dimentica tutti i legami sociali, si accanisce e si ostina, sorda ai consigli della ragione.

“… osserva bene il loro (degli irascibili) atteggiamento: - dice Seneca - come sono sicuri sintomi di pazzia l’espressione risoluta e minacciosa, la fronte aggrottata, la faccia scura, il passo concitato, le mani irrequiete, il colorito alterato, il respiro frequente ed affannoso, tali e quali sono i sintomi dell’ira incipiente”.

La collera non ha niente di naturale. Qual è la natura dell’uomo? Non vi è nulla di più dolce dell’umano, cos’è più crudele dell’ira? Chi è più affettuoso dell’uomo, chi è più odioso della collera?

Gli uomini sono stati fatti per aiutarsi reciprocamente, la collera per demolire. Gli uomini cercano la società, l’ira la evita. L’uomo vuole essere utile, l’ira è nociva. L’uomo vuole soccorrere anche gli estranei, la collera vuole colpire anche gli amici più cari. Si può misconoscere completamente la malvagità di chi attribuisce, alla più completa delle opere della natura, questo vizio feroce e pernicioso?

L’ira è avida di punizioni, l’esistenza di un tale desiderio in un animo umano non ha nulla di naturale. La vita umana è fondata sulle buone azioni e sulla concordia e non è col terrore ma con un affetto reciproco che essa forma legami di unione e solidarietà.

Il saggio tuttavia è suscettibile talvolta di provare la collera? Non è possibile – dice Teofrasto in accordo con Aristotele – che un uomo virtuoso non si irriti contro i malvagi. In verità più il saggio o l’uomo virtuoso sono virtuosi e più sono irascibili. Ora quale motivo avrebbe l’uomo saggio di irritarsi contro i colpevoli dal momento che è per sregolatezza che i colpevoli sono spinti a commettere le loro mancanze? Sarebbe più umano mostrare un animo compassionevole con i colpevoli, di non perseguirli, ma di riportarli al bene. Bisogna senza ira correggere il colpevole, sia con ammonimenti sia con violenza. Non bisogna affatto irritarsi punendo; la pena serve tanto più all’emendamento del colpevole se essa è stata pronunciata con un giudizio riflettuto. Un buon giudizio condanna gli atti riprovevoli, non si irrita.

Si può educare un alunno incline all’ira? I temperamenti più inclini all’ira sono quelli bollenti. Sarebbe di grande utilità che tali alunni ricevano subito una sana educazione. Ma essi sono difficili da governare, perché se bisogna evitare che trattengano l’ira, bisogna altrettanto evitare di snaturare la loro indole. Molti i consigli utili che Seneca fornisce a questo proposito. Che si bandisca la lusinga, che gli alunni perseguano la verità, che la loro ira non avvilisca nessuno; ciò che si sarà rifiutato alle loro lacrime venga loro concesso quando sono calmi. Assegnare agli alunni maestri calmi: ciò che è tenero si modella su ciò che li circonda. Che l’alunno abbia un genere di vita simile a quello dei giovani della sua età: non si irriterà d’essere paragonato con gli altri se, fin dall’inizio, lo si avrà messo alla pari con molti.

Ed Epitteto nel suo Manuale, in accordo con Seneca:

“Di fronte all’insulto che ti fa irritare, la ragione ti mostrerà come il solo tuo giudizio soggettivo motiva il tuo malcontento. Ricordati che ciò non proviene né da chi ti ingiuria, né da chi ti colpisce e ti oltraggia, ma è l’opinione che tu hai di loro e che te li fa guardare come persona da cui tu sei offeso. Quando qualcuno dunque ti affligge e ti irrita, sappi che non è quell’uomo che ti irrita, ma la tua opinione. Sforzati dunque prima di tutto di non lasciarti trascinare dalla tua immaginazione”.

 

 

 

 

 

 

 

 


[1]Le citazioni sono prese da Omero, Iliade, trad. M. G. Ciani, Ed. Marsilio 1990




Aggiunto il 17/02/2016 17:52 da Benito Marino

Disciplina: Filosofia antica

Autore: Benito Marino



Condividi