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Libero arbitrio e visione scientifica del mondo

Prosegue oggi a Padova il congresso di Neuroetica, quest'anno focalizzato sulle “Neuroscienze fra spiegazione della vita e cura della mente”. Ieri Adina Roskies, John-Dylan Haynes, Alfred Mele, insieme a Mario De Caro, Giuseppe Sartori e Michele di Francesco hanno riflettuto ampiamente sul concetto di “libero arbitrio”. Sul tema, BrainFactor ha intervistato Mario De Caro, professore di Filosofia morale all'Università Roma Tre.

Neuroetica 2012 si è aperto con un suo intervento su “libero arbitrio e visione scientifica del mondo”. In che relazione stanno fra di loro?

Cartesio ancora svincolava la mente (che per lui era la stessa cosa dell’anima) dallo studio scientifico. E il libero arbitrio, per lui, era una proprietà della mente, intesa appunto come entità immateriale. Ma con la scienza moderna progressivamente la mente viene vincolata alla materia. Ma in questo modo il libero arbitrio diventa una facoltà problematica, tanto che Kant vi fonda una antinomia della ragione pura. E ancora oggi siamo qui a discutere come collocare il libero arbitrio nel mondo fisico, retto dalle ineludibili leggi naturali. Molte teorie filosofiche del libero arbitrio contraggono impegni ontologici rispetto a com’è fatto il mondo: per alcune, affinché il libero arbitrio sia possibile il mondo deve essere deterministico, per altre deve essere indeterministico.

Che tipo di contributo può dare la scienza a tali discussioni?

E' la scienza che può aiutarci a capire quale delle due teorie è giusta. Kant, al contrario, aveva un’idea del libero arbitrio che lo collocava nel mondo dei noumeni, che è inaccessibile alla ricerca scientifica. Oggi invece molti pensano che, sia in generale sia rispetto al tema del libero arbitrio, tra scienza e filosofia deve esserci un costante scambio. Ma forse persino Kant che anche nella scienza si parla di indeterminismo (e non solo nel mondo dei noumeni): perciò, con i dati oggi disponibili, forse non sarebbe arrivato a teorizzare una “antinomia” nei termini di un contrasto fra l'idea di libertà e le leggi di natura.

Il libero arbitrio sembra essere un tema molto attuale ed è quasi paradossale che siano proprio le neuroscienze a riproporci questioni che sono state la cifra distintiva delle dispute medioevali e prima ancora dei Padri della Chiesa...

Libero arbitrio è un termine obsoleto perché postula l’esistenza della speciale facoltà mentale dell’arbitrio – un retaggio della filosofia medioevale. Comunque tra il dibattito sul libero arbitrio in ambito teologico e quello in ambito naturalistico ci sono interessanti affinità strutturali. L’idea di libertà infatti è la stessa: la capacità di autodeterminarsi potendo fare diversamente da come si fa di fatto. Quello che cambia sono solo le minacce all'idea di libertà dell'umano: nell'una discussione le proprietà divine, nell'altra le leggi della natura. Ma la “minaccia” è simile. E sono simili anche alcune le soluzioni prospettate: ad esempio, lo stesso Duns Scoto può essere considerato un “libertario indeterminista” e prima di lui Epicuro e Lucrezio.

Quale rapporto vede oggi possibile fra neuroscienze e filosofia?

Il rapporto non può che essere a due sensi. E la filosofia può aiutare a chiarificare i fondamenti di questa scienza. Del resto anche Galileo, Darwin ed Einstein in parte erano filosofi. Ma la domanda interessante è: che cosa può fare oggi la filosofia per le neuroscienze? Le neuroscienze hanno a che fare con concetti importanti: l’indagine sulla responsabilità morale e sul libero arbitrio è oggi influenzata da ciò che ci dicono le neuroscienze e ora una mole di dati sta irrorando le discussioni secolari se non millenarie su questi temi.

Ma alla filosofia, alla fine dei conti, cosa importa sapere come funziona il cervello?

Interessa molto. Come scrivevo domenica scorsa sul Sole 24 Ore, da una parte è vero, per esempio, che il problema del libero arbitrio non può essere risolto dalle sole neuroscienze, perché l'analisi concettuale è presupposto indispensabile dell’indagine; ma è anche vero che le neuroscienze possono comunque portare un contributo molto importante alla chiarificazione di alcuni aspetti di tale problema.

Da professore di Filosofia, come valuta la risposta della filosofia italiana al "richiamo" delle neuroscienze?

Per gran parte del Novecento, la filosofia si è mostrata in buona parte impermeabile alla scienza. Con Federico Enriques c’era stato, a inizio secolo, un tentativo molto autorevole di riflettere filosoficamente sulla scienza, ma il trionfante idealismo ne aveva impedito ogni diffusione. Nel secondo dopoguerra la situazione iniziò a cambiare con Ludovico Geymonat e i suoi allievi, ma culturalmente dominavano altre tradizioni, come la fenomenologia, l'esistenzialismo, il marxismo, il neotomismo. Negli ultimi tre decenni tuttavia, le giovani generazioni di studiosi di Filosofia (molto più consapevoli del dibattito anglosassone delle generazioni precedenti) hanno finalmente imposto anche da noi la filosofia analitica e la filosofia della scienza, come forme del tutto legittime della ricerca filosofica.

In ambito forense sta passando il concetto che “se è colpa del mio cervello non è colpa mia”. Non le sembra un poco riduttivo? Banalmente: il mio cervello di chi altri è se non mio?

In questo frangente scontiamo un retaggio dualistico, dove “Io” è contrapposto a “il mio cervello”. Meglio distinguere invece tra stati psicotici e stati normali. In questo contesto è interessante la posizione di Derek Pereboom, fra i relatori del convegno, teorizzatore della tesi secondo la quale la mancanza di libero arbitrio ci porta a concludere che la concezione retributivistica della pena è sbagliata e che si dovrebbe concepire invece la pena come una “quarantena”, durante la quale il reo deve essere curato.

In una battuta: fra scienze e filosofia, cosa sceglie?

La scienza da sola non basta... Ma nemmeno la filosofia.

Fonte: Brainfactor



Aggiunto il 10/05/2012 09:51 da Admin

Disciplina: Filosofia della scienza

Autore: Marco Mozzoni



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