Soggetto e oggetto prescindono l'uno dall'altra, inseparabilmente; ciascuna delle due metà coesiste insieme all'altra e con l'altra cessa di esistere. Ne consegue che per Schopenhauer non esiste un'esistenza obiettiva o una verità assoluta; sia il materialismo che l'idealismo generano errori, poiché il Materialismo nega il soggetto riducendolo a mera materia, e l'Idealismo ugualmente in quanto nega l'oggetto riducendo il tutto alla pura astrazione. Una verità unica è una contraddizione a prescindere: tutto ciò che si definisce obiettivo e oggettivo ha la sua genesi nella coscienza di un soggetto, che è, a sua volta, condizionato dal medesimo e dalla forme insite in sé stesso. Il mondo è quindi un insieme di rappresentazioni condizionate dalle forme di una coscienza soggettiva che per Schopenhauer sono rappresentate dal tempo, lo spazio e la causalità. I concetti di spazio e tempo erano già stati citati da Kant: le nostre percezioni sono categorizzate fra spazio e tempo. L'intelletto opera su queste percezioni fra spazio e tempo ordinandole attraverso la categoria della causalità. Tramite la causalità, infatti, gli oggetti che sono determinati in uno spazio e tempo circoscritto, in un dato momento o in un altro, vengono posti uno come fautore scatenate e determinante (causa) e l'altro come determinato (effetto). L'effetto denotato dal principio di causalità, per il filosofo tedesco, è una successione nel tempo circoscritto a uno spazio determinato. La causalità, quindi, congiunge lo spazio e il tempo. Il mondo della rappresentazione si struttura, quindi, attraverso quattro forme del principio di causalità:
Per Schopenhauer, l'intelletto non agisce più sulle rappresentazioni immediate (le intuizioni) di kantiana memoria, per la formazione dei concetti attraverso le categorie ma diviene facoltà della causalità. Il mondo è quindi una rappresentazione soggettiva, ordinata attraverso le categorie dello spazio, del tempo e della causalità. Tuttavia l'intelletto non va oltre il mondo sensibile, il mondo come rappresentazione è quindi, fenomeno. Schopenhauer non parla del fenomeno come una rappresentazione che non può cogliere il noumeno: se per Kant il fenomeno è l'unica realtà possibile e che può essere conosciuta, per Schopenhauer, il fenomeno è mera illusione, l'apparenza che cela la vera realtà delle cose nella loro essenza, cioè il noumeno, la cosa in sé: tra l'uomo e la vera realtà si erge uno schermo che la fa apparire distorta e non come è realmente: il velo di Maya. Schopenhauer estrapola questo concetto dalla filosofia indiana da cui condividerà, principalmente, l'aspetto pessimistico. Per Kant il noumeno resta irriconoscibile e celato, ma per Schopenhauer si può giungere alla conoscenza della cosa in sé. L'uomo è rappresentazione e fenomeno, ma è anche soggetto conoscente. L'intuizione del filosofo sta nel riconoscere questo soggetto conoscente come un essere dotato di un corpo. Attraverso il corpo avviene la percezione del fenomeno e degli oggetti, ma esso è anche sede di un impulso che è la volontà che si presenta come folgorazione e intuizione immediata nel proprio Io. L'essenza di noi stessi è dunque la volontà, e attraverso l'esperienza in sé stessi come corpo si può giungere alla cosa in sé che è il noumeno, evitando di utilizzare le forme a priori della conoscenza. La coscienza del nostro corpo come volontà squarcia il Velo di Maya e ci porta alla conoscenza che l'universalità e la diversità di tutti i fenomeni riversano la loro essenza nella volontà. I fenomeni sono svariati, così come le loro manifestazioni. La volontà invece, è unica, irrazionale. E' attraverso questa presa di coscienza che si può oltrepassare il fenomeno e pervenire alla cosa in sé.
Aggiunto il 03/04/2019 - 21:50 da Stella Grillo
Argomento: Storia della Filosofia
Autore: Stella Grillo
Introduzione, traduzione e note di Alberto Tettamanti
Introduzione, traduzione e commento di Alberto Tettamanti
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