Contact Google Plus Facebook

Testata
ARTICOLI
Votazione media: 0/10

Esperienza comune e diritto in Giuseppe Capograssi

Esperienza comune e diritto in Giuseppe Capograssi

 

di Michele Strazza

 

Il diritto è un semplice sistema di norme nato per regolare la vita degli individui? E che rapporto ha questo sistema con l’esperienza concreta di ciascuno? E’ solo espressione di un obbligo o di una tutela di diritti e interessi considerati rilevanti dallo Stato?

Le risposte a questi quesiti nel corso della storia sono stati molteplici e contrastanti. Una impostazione originale è stata quella offerta, nella metà del secolo scorso, da Giuseppe Capograssi (1889-1956)[1].

Giurista e filosofo cattolico, partendo da Vico e Rosmini, ha teorizzato una costruzione giuridica fondata sull’individuo e sulla sua vita concreta che egli chiama esperienza comune, liberando la “vita” dal tentativo moderno di riportarla tutta “dentro il pensiero”[2].

Protagonista e soggetto di questa “filosofia della prassi” è, dunque, l’individuo che ha nella sua vita un solo obiettivo: vivere. Egli è intento ed occupato “a portare innanzi la vita, a vivere, a campare secondo la bella e profonda parola italiana, nella quale l’idea di salvarsi e l’idea di vivere sono così strettamente legate”[3].

E’ proprio la volontà di vivere che forma l’individualità dell’individuo, creando “una vita che ha una posizione unica a sé stante irripetibile, di fronte a tutte le posizioni della vita”. Dalla volontà dell’individuo, una “volontà pratica”, nasce l’azione, cioè l’attuazione della sua stessa vita[4].

L’azione è, dunque, “attività pratica con la quale l’individuo diventa autore della sua personalità e consegue i fini razionali di libertà e giustizia propri della sua umanità”. L’azione rappresenta, quindi, “la manifestazione della vita profonda del soggetto”. Tutti gli avvenimenti nascono dalla volontà più intima dell’individuo che fa di lui il soggetto della storia [5].

Ma se “l’agire dell’individuo è tutta la realtà, la totalità delle sue azioni”, indissolubilmente legata a questa azione vi è la verità, cioè “la spinta che muove l’individuo ad agire, il principio che lo sostiene nel portare a compimento ciò che ha iniziato”. La vita, per Capograssi, è, perciò, manifestazione della verità in cui l’esistenza è radicata, una verità che costituisce e trascende e che ogni individuo deve esprimere e realizzare con l’azione [6].

Di qui il concetto di esperienza comune come attuazione del rapporto tra azione e vita, luogo di realizzazione della volontà di vivere nella sua connessione con la verità. Ma se l’individuo vuole vivere la propria vita secondo verità, nello stesso tempo la sua volontà può deviare da questo proposito, seguendo fini particolari contrari all’universalità dell’ordine che presiede alla vita stessa.

Nasce, così, il male come opposizione all’azione e alla volontà di vivere secondo verità. Il male è l’azione deficitaria, cioè l’azione non portata a termine, non attuata fino in fondo nel suo essere comunicazione di vita con vita. Il male è, perciò, negazione della vita come realtà, della coesistenza di vite. Il male convince il soggetto ad assolutizzare la propria vita, a realizzare i propri scopi senza e a danno degli altri. La scelta, libera, se accettare la vita come verità o il male come perseguimento di fini particolari spetta naturalmente all’individuo.

Ad aiutare l’uomo nella sua lotta contro il  male, nel suo resistere in se stesso, intervengono, a questo punto, l’esperienza etica e l’esperienza giuridica. La prima spinge l’individuo a vivere la vita secondo la verità e l’ordine che le è proprio, la seconda rappresenta la presa di coscienza della verità contenuta nell’azione e, al tempo stesso, spinge l’azione ad unirsi con tutte le altre azioni. Per questo, sottolinea Capograssi, il diritto è la vita stessa vissuta secondo il principio della consapevolezza dell’agire e di tutto quello che l’agire implica [7].

In tal modo l’esperienza storica del diritto finisce col diventare l’esperienza storica dell’individuo in quanto esperienza dell’unità, dell’universale natura umana.

Proprio la connessione dell’azione dell’individuo con le altre azioni costruisce la dimensione sociale, cioè lo Stato il quale si realizza quando l’esperienza comune perviene alla consapevolezza di se stessa come volontà comune e come legge. Ecco perché, per Capograssi, non è lo Stato a produrre il diritto, ma quest’ultimo nasce dall’esperienza giuridica. E lo Stato è il compimento di tutta l’esperienza giuridica, poiché, ben lungi dall’esserne lontano, ha le sue fondamenta nella stessa esperienza comune. “Momento dell’esperienza”, esso attua e realizza “la personalità come diritto, la vera esistenza del diritto come libertà”[8].

In  questa impostazione del rapporto tra Stato ed esperienza comune, cioè tra Stato e individuo, è ravvisabile, da parte di Capograssi, la riscoperta del “diritto naturale”, concepito come “fondamento metafisico” dei diritti umani. Non a caso, infatti, egli parla di “una legge universale che si pone senza essere posta”[9].

Di qui, di conseguenza, il primato dell’individuo sullo Stato, in linea con tutta la tradizione del “personalismo” cristiano, da Rosmini a Blondel[10].

Il diritto, dunque, “espressione dell’essere morale”, obbliga a riflettere sull’azione, portando l’esperienza giuridica, cioè lo stesso diritto come vita, ad opporsi al male che è nell’uomo, salvando, in tal modo, l’azione. L’esperienza giuridica prepara, così, l’esperienza morale: “esse si richiamano a vicenda e formano l’esperienza etica, che le esprime entrambe”[11].

Ma i problemi dell’individuo non terminano neanche con l’esperienza etica. Perché nel momento in cui egli prende consapevolezza di sé e del suo agire secondo verità, allora tutto è messo in discussione dalla morte.

Davanti ad essa l’individuo si interroga sul significato ultimo della sua esistenza. Di fronte alla disperazione, egli si rende conto che la vita non finisce con se stesso e che l’azione ha ancora un altro passaggio: l’unione con l’infinito. E’ il cristianesimo, secondo Capograssi, a fornirci questa risposta, ridandoci speranza nella vittoria della vita sulla morte: “tutta la realtà umana è l’immenso tentativo di vivere tutto l’essere senza negazioni e senza esclusioni”[12].

Così riassume il filosofo la parabola dell’esistenza, fino all’unione con Dio:

 

“La vita chiama la vita. Ma la vita che il soggetto ha conosciuto, da cui è stato sempre salvato nelle prove della sua esperienza, non è mai stata un semplice vivere ma sempre la vita nella sua vera espressione concreta , la vita come vivente. La vita del vivente, veramente è stata il vivente e l’unione col vivente. L’esperienza è la grande e minuta organizzazione di questa unione, dai primi abbozzi dell’azione giuridica sito alla piena unione dell’azione morale che è uguaglianza e amore. Ma l’esperienza finita ha dato tutto quello che poteva dare. Tutta l’esperienza lo dimostra. La vita chiama ancora la vita, ma chiama la vita infinita come Vivente Infinito. L’Infinito Vivente è l’Essere infinito che ha tutta la vita in sé che è anzi la vita per se stessa, tutta la vita e solo la vita: Dio. E la sola salvezza è unirsi a questa vita infinita, e la sola speranza è l’unione con essa. Il valore dell’esperienza acquista valore infinito. Nell’Infinito Vivente trova verità e vita tutto l’esistente”[13].


[1] Su Capograssi si veda, tra gli altri, Frosini V., Capograssi Giuseppe, in “Dizionario biografico degli Italiani”, Istituto della Enciclopedia Italiana, 18° vol., Roma, 1975, ad vocem.

[2] Capograssi G., Riflessioni sull’autorità e la sua crisi, in  D’Addio M-Vidal E. (a cura di)., “Opere”, Milano, Giuffrè, 1959, vol. I, p. 331.

[3] Capograssi G., Analisi dell’esperienza comune,  in D’Addio M-Vidal E. (a cura di)., “Opere”, Milano, Giuffrè, 1959, vol. II, p. 8.

[4] Capograssi G., Incertezze sull’individuo, in D’Addio M-Vidal E. (a cura di)., “Opere”, Milano, Giuffrè, 1959, vol. V, p. 439.

[5] Cioffi M., Giuseppe Capograssi giurista e filosofo cattolico nella crisi del suo tempo, in “iustitia”, A. LXX, Aprile-Giugno 2017.

[6] Ivi.

[7] Capograssi G., Studi sull’esperienza giuridica, in D’Addio M-Vidal E. (a cura di)., “Opere”, Milano, Giuffrè, 1959, vol. II, p. 288. Cfr. anche D'Auria A., La scienza giuridica come sistema vitale in Giuseppe Capograssi. Napoli, Editoriale scientifica, 2008.

[8] Capograssi G., Il diritto secondo Rosmini, in D’Addio M-Vidal E. (a cura di)., “Opere”, Milano, Giuffrè, 1959, vol. IV, p. 346.

[9] Capograssi G., Riflessioni sull’autorità e la sua crisi, in D’Addio M-Vidal E. (a cura di)., “Opere”, Milano, Giuffrè, 1959, vol. I, p. 178.

[10] Cfr. Campanini G., Giuseppe Capograssi. Nuove prospettive del personalismo, Roma. Studium, 2015,  p. 103-119.

[11] Cioffi M., op. cit.

[12] Capograssi G., Il diritto secondo Rosmini, in D’Addio M-Vidal E. (a cura di)., “Opere”, Milano, Giuffrè, 1959, vol. IV, p. 330.

[13] Capograssi G., Analisi dell’esperienza comune,  in D’Addio M-Vidal E. (a cura di)., “Opere”, Milano, Giuffrè, 1959, vol. II, pp. 203-205.




Aggiunto il 05/02/2019 09:41 da Michele Strazza

Disciplina: Filosofia del diritto

Autore: Michele Strazza



Condividi