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Elogio della lentezza

Elogio della lentezza

ELOGIO DELLA LENTEZZA

In alcuni modelli di psicoterapia, specie quelli centrati sulla primarietà dell’esperienza corporea[1], il vissuto temporale – ciò che il filosofo Bergson chiamava la durata[2]– è fatto oggetto di una particolare attenzione. Accade, in alcuni momenti di rara intensità emotiva, che il soggetto sperimenti una sorta di rallentamento del flusso propriocettivo: ci si percepisce più lenti, sia nei movimenti esterni sia in quelli interni, intellettuali o affettivi che siano.

Che la lentezza sia tradizionalmente associata ad una condizione di benessere interiore – ovviamente quando essa non è subita ma sgorga invece da uno stato interno di soddisfacente equilibrio – è fatto risaputo.  La moltiplicazione delle idee, delle sensazioni, la proliferazione di contenuti psichici, l’accelerazione, sono spesso “valori” perseguiti, in special modo nelle attività creative, ma sostengono il marchio infamante della artificiosità di una condizione procurata mediante sostanze psicotrope. O anche solo grazie ad alcuni bicchieri di buon vino.

La lentezza è fatalmente compagna della saggezza: la postura che si immagina ad essa indispensabile è quella di un corpo rilassato, stravaccato persino, a segnalare la caduta di ogni necessità difensiva[3]. Ciò ha una sua evidenza, al di là della metafora: chi è lento si espone molto di più ad essere interrotto o corretto o giudicato. Un eloquio torrenziale, ubriacante, veloce, ha spesso la funzione di proteggere, ergere un muro invalicabile che esime da un vero confronto.

La letteratura è piena di momenti in cui si magnificano le virtù della lentezza: ne Il nome della rosa[4], mirabile affresco di un mondo apparentemente dormiente ma che in realtà cova tizzoni ardenti sotto la cenere dei testi sacri, il pensiero di Guglielmo da Baskerville è improntato ad una lentezza procedurale, ad un incedere sornione, felino, che si conserva tale finanche nei momenti di più concitato clamore.

Il cinema, sempre più preda di un ipercinetico franchising virato all’azione, ci consegna ogni tanto piccole grandi perle che raccontano la lentezza. Come fu con Una storia vera, di un inedito David Lynch, o come è stato con il recente Nebraska: nell’uno e nell’altro, non a caso, storie di vecchi che raccontano la necessità di confrontarsi con il tempo. E con i tempi. Lenti.

Ognuno di noi, infine, ricorda l’immersione totale che da bambini ci aspettava ad ogni occasione in cui, preferibilmente in braccio alla nonna, ci lasciavamo avvolgere dai suoni della sua voce, mentre si srotolava – sempre uguale ma sempre diverso – il racconto, u cuntu, con le sue parole ieratiche, come pietre scolpite, bianche e polverose, avvolte dentro nenie ammalianti in cui ci stringevamo. Lentamente.


[1]Come per esempio nella psicoterapia gestaltica.

[2]H.Bergson, L’evoluzione creatrice, tr.it. BUR, 2012.

[3]W. Reich, Analisi del carattere, tr.it. SugarCo, 1994.

[4]U.Eco, Il nome della rosa, Bompiani, 1981.




Aggiunto il 24/02/2015 - 23:40 da Sandro Vero

Argomento: Altro

Autore: Sandro Vero



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