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EPICURO IL FILOSOFO DEL PIACERE O DELLA MODERAZIONE?

EPICURO IL FILOSOFO DEL PIACERE O DELLA MODERAZIONE?

Ognuno di noi durante il corso della propria vita si è interrogato almeno una volta su che cosa sia la felicità e su che cosa voglia dire essere felice. Dare delle risposte oggettive a queste domande non è facile. Tutti noi possiamo rispondere in maniera soggettiva; ogni persona interpreta la felicità in un diverso modo: essa può essere materiale o spirituale, come il successo sul lavoro, negli esami o essere circondati da affetti sinceri, avere un tetto sulla testa e un piatto caldo sul tavolo.

Nel mondo greco la felicità invece era collegata ad uno stato psichico conseguente ad una sensazione di pienezza: un appagamento del proprio essere che giunge a compimento. Gli dei godevano della felicità sempre, mentre per i comuni mortali era solo una pienezza momentanea. La sensazione di pienezza può avvenire in diversi modi come quando si è in pace con sé stessi, con gli altri e con le divinità. I Greci sostenevano che questa sensazione fosse capace di andare oltre il tempo, facendoci dimenticare il tempo reale per proiettarci in un tempo avvertito come eterno. La realtà però ci riporta nel presente e nel mondo greco antico la felicità era vista come un dono. Essa diventa come un appagamento dei propri desideri per vivere al meglio ed è per questo che i Greci ci invitavano a vivere in saggezza. Il saggio è colui che gode dei piaceri ma vive in temperanza, sa quali perseguire per vivere la propria vita al meglio e non farsi turbare dai vari turbamenti dell’anima come la morte, la paura degli dei, l’angoscia per il futuro e il timore delle malattie.

 Epicuro (Samo 341 a.C.- Atene 270 a.C.) nella Lettera a Meneceo ci presenta cosa intende con la nozione di “felicità”. Il filosofo in questa epistola morale si rivolge a Meneceo donandogli dei precetti etici che possono essere applicati da tutti noi nella vita quotidiana. La lettera nel primo capoverso appare come un’esortazione alla filosofia e poi successivamente si rivolge ai desideri e ai timori dell’uomo, alla paura della morte e ai mali della vita, al dolore e al piacere. Si tratta di un brano breve, ma molto difficile da tradurre e interpretare. Il dibattito accademico sull'interpretazione di alcuni passi è ancora oggi molto vivo. Connessa alla teoria dei desideri è quella della virtù. La giustizia non ha una trattazione a parte, ma è nominata nella conclusione. La giustizia presa singolarmente non è nulla, ma è intesa come osservanza dei patti che gli uomini fanno tra loro per non ricevere danno e non arrecarlo nemmeno agli altri.      

Nel primo capoverso Epicuro invita ad occuparsi di filosofia sia il giovane che l’anziano, poiché non c’è un’età precisa per dedicarsi ad essa. Chi dice che non è ancora il momento di dedicarsi alla filosofia sta dicendo che non è ancora giunto il momento di essere felice. L’anziano deve rivolgere il pensiero alle cose passate che hanno portato serenità, mentre il giovane deve essere felice in questo momento pensando anche al futuro. La felicità (eudaimonia) è il fine ultimo che la filosofia deve raggiungere. La filosofia in questo senso appare subordinata al raggiungimento della felicità.

Essa non deve essere vista solo in previsione del futuro, ma bisogna essere felici ora: appare come una sorta di carpe diem, di cogliere l’attimo quando è il momento.

Epicuro scrive in Sentenze e Frammenti: «Siamo nati una volta, due non è possibile nascere, dovremmo eternamente non essere: tu, che non disponi del domani, rinvii l’occasione dell’oggi: e intanto la vita ci sfugge, e ciascuno di noi senza essere mai padrone di un’ora si muore» [1]Ci esorta con queste parole a preoccuparci di meno del futuro, ma a vivere il presente, poiché mentre programmiamo la vita, essa ci sfugge di mano. «La vita dello stolto è ingrata e trepida: sempre è volta al futuro»[2],così ci ammonisce e ci invita ad essere come il saggio che vive il presente.

A questo concetto si ricollega anche Orazio con il suo «carpe diem quam minimum credula postero [cogli il giorno presente sperando il meno che puoi nel futuro]» [3], laetus in praesens animus quod ultrast oderit curare [lieto del presente, l’animo sdegni di curarsi del futuro][4].

Vicino a questa corrente di pensiero è anche Lorenzo il Magnifico: la sua ballata il Trionfo di Bacco e Arianna, scritta probabilmente per il carnevale di Firenze, ne è un esempio:   

«Chi vuol essere lieto, sia:

di doman non c’è certezza.

Ciascun apra ben gli orecchi,

di doman nessun si paschi,

oggi sian, giovani e vecchi,

lieti ognun, femmine e maschi;

ogni tristo pensier caschi:

facciam festa tuttavia.

Chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza ».[5]

 Appare necessario rivolgere la memoria alle cose che producono felicità, perché quando essa manca facciamo di tutto per averla continuamente.

Per Epicuro la filosofia è un quadrifarmaco, poiché deve liberare gli uomini dal timore delle divinità, dalla paura della morte, dal timore del non raggiungimento della felicità e dal dolore fisico. La filosofia non può sconfiggere la morte, ma può portarci ad accoglierla con maggiore serenità. Noi uomini comuni dobbiamo vivere come il saggio, accettare la fine della vita con tranquillità e 

non smettere di vivere, ma condurre una vita piena.  Secondo il filosofo non dobbiamo temere le divinità, perché esse esistono, ma vivono in un mondo a parte, sono felici e non si preoccupano degli uomini.  Inoltre, Epicuro fa un ulteriore distinzione tra i bisogni, essi si dividono in: naturali e necessari, naturali e non necessari, non naturali e non necessari. Per vivere in serenità gli uomini devono concentrarsi sui desideri e bisogni naturali e necessari.

Il filosofo di Samo ritiene che noi uomini abbiamo bisogno del piacere. Il piacere è principio e fine della vita felice. La filosofia ci indirizza all'ottenimento del piacere (hedone), che viene riconosciuto da Epicuro come condizione autentica e privilegiata per il raggiungimento della felicità, che coincide a sua volta con l’assenza di dolore nel corpo e assenza di turbamento nell’anima. Il piacere ci porta benessere, mentre il dolore ci porta sofferenza. Il piacere porta il bene. Questi passi spesso vengono fraintesi, poiché Epicuro viene visto come il filosofo del piacere e del godimento, ma l’etica epicurea non è una ricetta per la dissolutezza e per il continuo gozzovigliare. Il Maestro, quando afferma che il piacere è il bene sommo o ultimo, ciò su cui ogni cosa dovrebbe essere misurata, non sta parlando di portare al massimo il numero dei singoli piaceri, ma di un aumento qualitativo del piacere, che è saldamente acquisito in quella condizione di stabilità nella quale dolore e i disturbi mentali sono assenti. Bisogna soffermarsi sui desideri e bisogni naturali e necessari e perseguirli, poiché sono loro che ci permettono di condurre una vita felice e tranquilla.

Per Epicuro il piacere è una privazione; ad esso si ricollega “il calcolo delle conseguenze”. Non vanno ricercati tutti i piaceri, ma bisogna considerare le conseguenze delle nostre azioni e scegliere quali desideri possano renderci la vita felice, quelli non necessari e non naturali portano negli uomini solo ansia e timori e per questo vanno allontanati. 

L’etica epicurea dimostra che la felicità e il piacere non vanno ricercati nel mondo, ma dentro di noi. Il fondamento si trova nelle sensazioni evidenti di piacere e dolore, noi tutti ricerchiamo il piacere e cerchiamo di allontanarci dal dolore. Lo statuto di bene più alto è riservato al piacere. Se c’è il piacere, non c’è il dolore. Tuttavia, occorre fare un’osservazione di vantaggi e svantaggi, perché a volte trattiamo il bene come il male e il male come bene, ma non tutti i piaceri devono essere scelti e non tutti i dolori devono essere allontanati. Non tutti i piaceri possono essere buoni; alcuni possono arrecare il male a noi stessi o agli altri ed è per questo che dobbiamo sceglierli consapevolmente. 

Inoltre, Epicuro distingue due tipi di piacere: quello in movimento o cinetico e quello stabile o  catastematico. I piaceri cinetici sono quelli che «muovono i sensi» e la mente, possono essere anche corporei o psichici. Il piacere catastematico, invece, consiste nell'essere liberi dal dolore o dai turbamenti. Entrambi i tipi di piaceri sono un bene, ma non sempre devono essere ricercati allo stesso modo. Il piacere catastematico merita di essere scelto sempre, poiché essere liberi dal dolore o dalla paura è la più alta forma di piacere. I piaceri cinetici possono solo aggiungere una variazione di condizione, non un vero e proprio piacere. Molto spesso comportano anche dei rischi ed è necessario perseguirli con cautela sotto un’adeguata applicazione del calcolo edonistico. 
Molto spesso le parole del filosofo di Samo vengono fraintese, perché Epicuro è il “filosofo del piacere”, ma il suo piacere è un “piacere moderato”.

Nella condizione storica che stiamo vivendo, il pensiero filosofico di Epicuro forse può aiutarci molto a riflettere. Egli esortava l’allievo-amico Meneceo e noi tutti a condurre una vita felice, dedicandoci alla filosofia e alle attività che più amiamo, ma seguendo prudenza e moderazione. Dobbiamo sempre tenere presente anche gli altri. Occorre fare un calcolo di vantaggi e svantaggi prima di dedicarci pienamente al piacere: le nostre azioni non devono nuocere a nessuno. 

La sua etica appare come una sorta di utilitarismo, ma anche di altruismo. La sua visione sull'amicizia è un esempio: «Non è tanto dell’aiuto degli amici che noi abbiamo bisogno, quanto della fiducia che al bisogno ce ne potremmo servire» [6]. Con l’amicizia ognuno di noi entra in comunicazione con gli altri dando il meglio di sé, ma cercando anche di moderarsi per non avere comportamenti offensivi verso il prossimo.Epicuro non ci invita a vivere la nostra vita in feste continue o dandoci a qualsiasi forma di piacere, ma al contrario ci esorta a riflettere, a perseguire quei piaceri che possano portarci giovamento. Il saggio epicureo è un’asceta, è colui che vive senza dolore e turbamento, si è liberato dalla paura della morte, dal timore degli dei e dall'inquietudine del futuro, sa’ quali bisogni perseguire e quali eliminare per godere al pieno della sua vita. Il piacere è il fine di una vita beata, ma si configura come aponia (assenza di dolore) e atarassia (assenza di turbamento). L’etica della saggezza è razionalità poiché il sapiente sa’ che la gioia e la serenità vanno perseguite in questa vita e non in previsione di una futura. Il momento di vivere è ora e bisogna cercare di scegliere i desideri necessari e naturali per vivere al pieno la nostra vita.


L’epicureismo viene spesso accostato all'estetismo. L’estetismo è un movimento letterario e artistico che nasce nell’800, i maggiori esponenti sono Oscar Wilde in Inghilterra e D’Annunzio in Italia. Questo movimento è visto come una nuova forma di edonismo: il piacere è il fine della vita, è il bene sommo da conseguire. Gli esteti interpretavano la vita come un’opera d’arte portando alle estreme conseguenze il culto della bellezza e della giovinezza. Molto celebre è un aforisma di Oscar Wilde che recita: «il miglior modo di resistere ad una tentazione è cedervi»Epicuro, anche, ritiene che il piacere è il bene sommo della vita, ma il suo edonismo era moderato. Invita gli uomini alla ricerca dei piaceri seguendo la razionalità e la prudenza, perseguendo quelli necessari. Il filosofo di Samo non sarebbe mai stato d’accordo con l’affermazione di Wilde, poiché una vita beata è priva di turbamenti e preoccupazioni, ma è fatta anche di scelte necessarie per non turbare la nostra vita e quella degli altri. Non bisogna dimenticarsi le conseguenze che potrà avere una decisione sbagliata, come quella di perseguire un bisogno non necessario e non naturale. Il saggio epicureo vive una vita tranquilla e in serenità, stando in pace con sé stesso e con gli altri, dedicandosi alle attività che ama, cercando di non fare del male a nessuno. L’esteta, invece, conduce una vita piena d’eccessi e di turbamenti. 

                                                                                       Bibliografia

Testi primari:

Epicuro, Scritti Morali, Lettera a Meneceo, Massime Capitali, Sentenze e Frammenti, introduzione e traduzione a cura di Carlo Diano, edizione a cura di Giuseppe Serra, Milano, RCS Rizzoli Libri  S.p. A., 1987.

Lorenzo il Magnifico, Trionfo di Bacco e Arianna, dai Canti carnascialeschi, Firenze 1490.

Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, a cura di Masolino d’Amico, Roma, Grandi Tascabili Economici Newton Compton editori, I Mammut, 2010.

Letteratura secondaria:

Keimpe  Algra, La filosofia ellenistica, in L. Perilli e D.P. Taormina (a cura di), La filosofia antica itinerario storico e testuale, Torino, edizioni Utet, 2012.

Verde Francesco, Epicuro, Roma, Carrocci editore, 2013.

 


[1] in trad. cit. Epicuro, Scritti Morali, Carlo Diano, pag.97.

[2] in trad. cit. pag. 99.

[3] Orazio, Odi I, 11,8 in trad. cit. Epicuro, Scritti Morali, Carlo Diano nota 15 pag.133.

[4] Orazio, Odi II 16,25 in trad. cit. Epicuro, Scritti Morali, Carlo Diano nota 15 pag.133.

[5] Lorenzo il Magnifico, Trionfo di Bacco e Arianna, dai Canti carnascialeschi, Firenze 1490.  

[6]

in trad. cit. pag. 105


Aggiunto il 09/05/2020 16:11 da Arianna Di Leonardo

Disciplina: Filosofia antica

Autore: Di Leonardo Arianna



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