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Dell'inizio

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Il racconto di questa “storia” si perde nella cosiddetta notte dei tempi, molto “tempo” prima che Aristotele argomentasse della “trasformazione” delle “cose”, così come più semplicemente appaiano alla vista e siano com-prese, e cioè letteralmente afferrate, catturate, possedute attraverso i sensi. Nei Veda, a esempio, la radice del termine originario che sta più comodamente per “realtà” è la –r che indica per l’appunto possesso. Kant li avrebbe poi chiamati “fenomeni”, in qualche modo per l’appunto com-prensibili mediante la “sensibilità” dell’“umano” e in genere delle specie “animali”.

Ma, l’“atto” (aristotelico) del “com-prendere”, oltre che in un possesso, si “sostanzia” simultaneamente anche in una sorta di “misurazione” della cosa, così che com-prendere è assunto almeno da un dato inizio, che non è questo della nostra storia, con il significato di “dare una misura alle cose da ap-prendere”, una stessa misura che non sarebbe stata altra che la misura del “tempo”.

Già prima di Aristotele, però, Esiodo nella sua storia dell’“inizio”, la più famosa Teogonia, aveva viceversa sostenuto, tra i più, che in principio sia stato il “Caos”, termine quest’ultimo meglio traducibile con un sostantivo aggettivale quale “spazio”-vuoto-abissale-aperto, comunque “spazio”. Qualcosa che, oggi, con meno fantasia, chiamiamo piuttosto “Big Bang”.

Ricapitolando brevemente, ogni cosa – ma d’ora in poi useremo il termine più significativo di “ente” – occuperebbe all’inizio della nostra misurazione uno spazio, che in ordine ai dettami della scienza della “fisica” noi oggi chiamiamo piuttosto “posizione”. Così che, per comprendere l’“universo” – meglio sarebbe dire l’“intero”, alla maniera dei “più antichi progenitori” di cui dice lo stesso Aristotele e di cui è ampia traccia nel discorso di Plutarco (cfr., in particolare,l’adversus Colotem) -, lo stesso intero è necessariamente scomposto in “parti” – dato che, come dice Plutarco, sono le parti ad avere contatto tra loro, cosa che non accade e non può accadere con l’intero, che permane un “mistero” e quindi rappresenta l’“ignoto”, anche detto “divino” poi in maniera maldestra e reinventata “Dio” e oggi finanche energia o materia “oscura” -; parti per l’appunto di materia o energia, i quanti (da quantum), che, al fine della misurazione, conservano (in base alla cosiddetta “legge della conservazione”), ma potremmo ben dire possiedano (in ipotesi) sia una propria “posizione” che una propria “quantità di moto”. In definitiva, secondo il ragionamento di Aristotele, una quantità (di energia o materia) che, secondo modalità, deve assumersi necessariamente “separata” dall’“intero”.

Ma, chi ci dice che sia davvero questa la storia dell’inizio che è l’inizio che: è ?

Anassimandro non aveva osato tanto e, nel descrivere il “Senza-limite” (altro che Big Bang!), aveva detto, secondo l’interpretazione di Heidegger, che “Ciò-da-cui (non c’è dubbio che il termine Caos avrebbe avuto immediatamente ben altro fascino!) per le cose è la generazione, sorge anche la dissoluzione verso di esso, secondo il necessario; esse si rendono infatti reciprocamente giustizia e ammenda per l’ingiustizia, secondo l’ordine del tempo”.

Platone avrebbe poi chiamato lo spazio “ricettacolo”, considerato e considerando che “ciò che”, in effetti o in pratica, ovverossia il dato, l’unità minima, il quantum, ciò che è separato – ma lo è o lo si suppone?, ed è questo il nodo gordiano irrisolto e, alla maniera del matematico austriaco Kurt Godel con i suoi Teoremi dell’indecidibilità (1931), dichiarato irrisolvibile –, per essere in qualche modo compreso, non necessiti tanto di una misura di spazio quanto di tempo. Se l’ente restasse sempre uguale a se stesso, non ci troveremmo di fronte ad alcun fenomeno apparente di trasformazione e quindi non avremmo alcun bisogno di dare una dimensione al tempo e, così, non avremmo neanche una storia, non avremmo alcun inizio.

Ma, se così anche supponessimo, dove ci condurrebbe la “via” della ricerca e analisi dello spazio, in forma non dinamica, ma del tutto “statica”? A modello, direi, una fisica e una filosofia dell’essere così come pensata da Parmenide, al quale gli stessi Platone e Aristotele vollero in qualche modo contrapporsi.

In tema, lo storico della scienza Giorgio de Santillana dirà che Parmenide abbia piuttosto inventato una nuova concezione di spazio. In Fato antico e fato moderno, l’autore rappresenta che nel pensiero di Parmenide la concezione dello spazio ha a che fare con un tipo di misurazione che oltre che “matematica” è anche “geometrica”. Nient’affatto per inciso, occorre chiarire e precisare, prima di proseguire con il ragionamento, che la matematica è cosiddetta scienza “esatta” perché è la cosiddetta “scienza”, almeno a partire da una data storiograficamente certa, assunta più comunemente per la misurazione; a differenza di altre scienze, quale potremmo dire sia stata e sia perfino la religione, dato che il termine scienza andrebbe correttamente collegato al significato più appropriato di “conoscenza” o episteme.

E dunque, attraverso il pensiero dell’Eleate, gli enti separati occupano nello spazio una posizione che potremmo dire “x”, e cioè indefinita e indefinibile, che niente può dis-velarci (alla maniera heideggeriana) circa la natura presunta o reale delle cose. Così che, come Saturno e tanti altri, sembra proprio che siamo precipitati in un abisso, uno spazio senza fine, un gorgo o vortice che assorbe tutto, un più antico e antichissimo big bang.

A Parmenide, tuttavia, sembra che resti ancora una possibilità, una diversa via – si sarebbe impropriamente parlato poi di via di salvezza – attraverso la quale cercare di com-prendere l’essere, quell’essere di cui, a suo parere, non si può dire altro che: è.

Per definirla, useremo il termine “continuum”. E’ la via della “continuità”, conosciuta da quella che noi oggi consideriamo più comunemente l’esperienza della fisica “classica”, contrapposta alla via della “separazione”, più battuta dalla fisica che oggi chiamiamo “quantistica”.

Direi che sia opportuno precisarlo immediatamente: dal punto di vista conoscitivo non si tratta affatto di un tentativo o di un’esperienza nuova. Dal punto di vista “pratico”, è logico e normale invece che non sia e infatti non è così. Senza le scoperte della fisica quantistica non avremmo il laser, il transistor, i telefonini e quant’altro. Ma, sia chiaro, i principi della fisica quantistica non ci risolvono il dubbio della misurazione e quindi della determinazione, non “pratica” ma “ideale”, dell’ente: cosa sia, in sé e per sé, un ente e, precisiamo, ammesso che sia. E ciò, perchè l’errore più frequente è quello d’intendere il termine “essere” con il significato improprio di “esistere”. E invece, per Parmenide, l’essere non è altro che l’“intero”, che: è, che non è possibile che non sia, e che è de-stinato (il “de-stino” è infatti, secondo l’interpretazione condivisibile di Emanuele Severino, lo stare dell’essere e l’essere dello stare medesimo) all’ignoto o inconoscibile.

Diversamente, potremmo così dire, dal destino dei fenomeni, che caratterizzano la vita pratica dell’umano. E così che, oggi, la fisica quantistica (dei quanti di materia e ernergia) ci induce a percorrere una diversa via che, rispetto all’interpretazione della fisica classica, sia quella della separazione e non della continuità. Ma, lo stesso Aristotele suggeriva già il medesimo tentativo, che egli diceva invece della “fisica” allo scopo di aggiungere o modificare il risultato a cui era pervenuta l’intera scienza dei “più antichi progenitori”: la teoria o dottrina dell’epochè (o sospensione del giudizio).

In effetti, Aristotele decideva di affidarsi alla ricerca di tipo “sperimentale”, e quindi percorrere quella via che noi oggi diremmo piuttosto della fisica “sperimentale” in qualche modo abbandonando la via della fisica “teorica”. La storiografia avrebbe poi fatto in modo da confonderci ulteriormente le idee, facendoci credere che Parmenide non avesse affatto ragionato in termini fisici, ma solo teorici.

Così che, piuttosto, la storia dell’inizio, per noi umani, sia ed è in qualche modo (teoria) sempre la stessa. E in qualche modo (prassi), no.

Non essendo un fisico, piuttosto un filosofo, riporterò di seguito alcuni interi passi di un romanzo-saggio sullo stato della ricerca e analisi della fisica attuale, allo scopo di rendere questa sorta di questo reso postulato più intellegibile.

Scrive Gabriella Greison in L’incredibile cena dei fisici quantistici:

Bohr detestava la quantizzazione, perché violava la continuità, che era la base solida su cui poggiava la fisica classica (e quindi l’intera filosofia). L’atomo di Bohr (come quello più noto di Democrito) era quantizzato, ma solo per gli elettroni, che potevano stare solo su certe orbite consentite. Poi arrivò Pauli, che parlò di un numero limitato di elettroni (parte o ente assunto in modo indivisibile) per ogni orbita (moto), e finalmente Bohr si convinse di dover accettare i salti di energia. Novello Pindaro.

Nel corso della cena a cui fa riferimento il libro, l’autrice riporta che Bohr, rivolto a Einstein, abbia detto: … Se esistesse una definizione più precisa di spazio e momento la meccanica quantistica sarebbe impossibile. Solo la validità generale della relazione fra l’incertezza sulla posizione e quella sulla quantità di moto di una particella dà spazio ai fenomeni di interferenza tipici della meccanica quantistica … e Einstein prontamente ribattuto: Ma solo la scelta di associare un sistema di riferimento divide l’universo in spazio e tempo. Così che, senza ulteriore replica, Bohr abbia concluso: Si, ma nella fisica quantistica l’osservatore ha un ruolo fondamentale in questo. Si potrebbe trattare tutto l’universo (l’intero) come un sistema meccanico, ma poi resterebbe irrisolto il problema matematico, e l’accesso alle osservazioni sarebbe allora precluso. Per arrivare alle osservazioni si deve quindi isolare dall’universo un sistema parziale e fare ipotesi e osservazioni su di esso. Con ciò si distrugge il delicato rapporto tra i fenomeni e nel punto in cui separiamo il sistema (!) che si osserva da un lato e l’osservatore e i suoi apparati dall’altro dobbiamo aspettarci difficoltà per la nostra osservazione.

Più avanti nel testo, l’autrice riferisce anche che Bohr durante un’importante e lunga conferenza abbia anche detto che si tratta in ogni caso di … astrazioni (che) diventano indispensabili per una descrizione di fatti sperimentali connessi con la nostra ordinaria visione spazio-tempo.

Ma, sostanzialmente, in cosa consisterebbe oggi la differenza tra queste due diverse vie della fisica?

Ed ecco, allora, un altro brano del libro, che meglio forse ci fa comprendere. Come Elisa Solvay, rivolti anche noi in fine a Einstein, ci interroghiamo su cosa sia il principio di indeterminazione di Heisenberg, ed egli prontamente, come al solito, senza interrompere con parentesi la magia del racconto, ancora così ci risponderebbe, come  in effetti risponde: … immaginiamo che un fotografo immortali un’azione di gioco … esattamente in un momento in cui la pallina sta oltrepassando la rete. Bene … è evidente che, guardando la sola foto, c’è una sola cosa che possiamo capire con precisione, e cioè dove si trovi la pallina. Esattamente il punto dove sta oltrepassando la rete. Ma c’è una cosa che non possiamo capire, da questa fotografia, ossia la velocità con cui la pallina sta oltrepassando la rete. Ecco qui il principio di indeterminazione. Se capiamo dove si trova esattamente, non possiamo conoscere la sua velocità in quel momento! E l’impossibilità di conoscere sia la posizione sia la velocità non dipende dal modo in cui viene effettuata la misurazione.

Se non dipenda dal “modo”, allo stesso modo con cui Aristotele aveva invece fatto riferimento alla fisica dei corpi di allora, è ancora una volta evidente che dipenda da altro ed espressamente sia anche da colui che, dice Protagora (homo mensura rerum), dà le misure e quindi effettua la misurazione.

Senza farvi altrettante illusioni di sorta, siete pronti per un futuro “transumano”?

                                                                                                                     

  




Aggiunto il 26/12/2018 12:27 da Angelo Giubileo

Disciplina: Filosofia della scienza

Autore: Angelo Giubileo



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