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Casa dolce casa. Motivi bachelardiani in una prospettiva di coaching

Casa dolce casa. Motivi bachelardiani in una prospettiva di coaching


1. Introduzione al coaching e ricorso al concetto di filosofia della casa elaborato da Bachelard

 

L’obiettivo del presente contributo riguarda una possibile applicazione all’ambito del coaching della riflessione che Gaston Bachelard conduce relativamente alla cosiddetta filosofia della casa. Questa teorizzazione appartenente all’interesse bachelardiano verso l’indagine fenomenologica sull’immaginazione risulta incentrata sui rapporti tra il suo pensiero filosofico e la poesia, ma nel presente lavoro noteremo come si possa far tesoro di essa anche in un ambito così differente ed eterogeneo come il coaching mentale, una nuova frontiera a metà strada tra la filosofia e la psicologia. Proprio un filosofo così avvezzo all’interdisciplinarietà come Bachelard potrà fornirci suggerimenti per affrontare le vicende della vita e le avventure sportive.

Il pubblico attraverso le sue scelte ha chiaramente stabilito come tra il Bachelard filosofo della scienza e quello che si è soffermato sui problemi dell’immaginario abbia più gradito il secondo e ciò ce lo attesta la frequente ristampa di volumi nonché di studi[1] in cui viene trattata l’indagine sull’immaginario rispetto a volumi di epistemologia, comunque degni di nota. La ragione è semplice da capire: le ragioni affettive, quelle che toccano nel cuore tutti noi sono risultate affascinanti e profonde e, forse per questo motivo, più interessanti.

La mia ricerca in materia di coaching[2], nonché i miei studi filosofici mi hanno condotto a ipotizzare una possibile convergenza di tematiche e di consigli tra il filosofo francese considerato e le prospettive nel campo motivazionale. Bachelard, assieme ad altri pensatori della storia della filosofia dimostra di essere portatore di messaggi sempre attuali e, quindi, può essere inteso come un vero maestro capace di insegnamenti di vita idonei ad essere considerati alla luce delle più recenti ricerche filosofiche e psicologiche.

Nell’epoca contemporanea più recente (l’ultimo decennio) si è affacciato sul terreno culturale il ruolo del “mental coach”[3], una figura professionale il cui scopo si dimostra quello di stimolare persone comuni, funzionari d’azienda o atleti nell’affrontare le vicende della vita senza demoralizzarsi, difendendo e rafforzando la propria autostima. Nell’articolo si vedrà come il messaggio bachelardiano riguardo l’importanza dell’intimità nel nostro abitare possa essere un baluardo e una fonte di suggerimenti nel senso di un allenamento “mentale”.

Le emozionanti frasi e considerazioni che Bachelard elabora nei suoi saggi, di cui considereremo e ci riferiremo in modo particolare a La poetica dello spazio potranno essere per noi un ideale e una sorta di “trampolino di lancio” per le nostre considerazioni sul ruolo fondamentale che la casa, come “primo universo”[4] e angolo del mondo, riveste verso una nostra più completa auto-comprensione e auto-motivazione (interiore) capace di non far estinguere “la fiamma della candela” per parafrasare il titolo di un’altra opera bachelardiana, ma di accendere in noi l’ardente fuoco di un braciere olimpico della nostra volontà.

L’analisi condotta dall’epistemologo della Sorbona ci permette di analizzare le immagini poetiche archetipe nell’essere umano: il cassetto, l’armadio, le miniature, ma anche rappresentazioni iconiche più contro-fattuali, ma di sicuro interesse come il nido, il guscio, la differenza tra interno ed esterno e così via.

Lasciarci coinvolgere nella lettura de La poetica dello spazio equivale a lasciarci pervadere da piacevoli e freschi brividi estatici e al contempo provare calore nella sensibilità immateriale del nostro cuore. Le ragioni affettive insite nella immaginazione e nella memoria, mentre ci troviamo tra le mura domestiche circondati da oggetti amati e per noi pienamente significanti, devono concorrere a farci pervenire ad un pieno senso di noi stessi, tali da trovare in esse la motivazione ancor più profonda per la nostra esistenza ed il nostro impegno nella vita come nello sport.

 

2. La casa e gli oggetti ivi presenti come specchio della personalità

 

Nel saggio Bergson e la belle époque avevo mostrato ed enunciato il valore della casa intesa come specchio della nostra personalità e del vivere accanto ad oggetti per noi rilevanti come ancora di salvataggio e rifugio verso il mondo esterno, ma anche come risorsa per l’essere umano. Non si tratta di rifugiarsi per paura di qualcosa, bensì come cantuccio per meditare, riflettere, concedere tempo a se stessi, ponendo il epoché il resto del mondo e il tran tran incessante della vita quotidiana. Sempre in questo saggio avevo instaurato un parallelismo tra memoria pura bergsoniana che nulla dimentica e figura umana del collezionista, ben tratteggiata da Walter Benjamin[5], tipico esponente ed ideal-tipo della belle époque che cerca di salvare i suoi ricordi dall’oblio:

“Come la memoria bergsoniana è il mediatore tra spirito e materia, tra tempo interiore del vissuto e tempo spazializzato, gli oggetti scelti da noi per costituire la nostra casa sono mediatori tra noi e lo spazio; gli oggetti saranno perciò manipolati e scelti a seconda del nostro ordine interno. Benjamin affermava a tal proposito che: “lo spazio si traveste, indossa i costumi degli stati d’animo” [Benjamin 2000, p. 229].”[6]

Gli oggetti da noi posseduti e scelti per comporre la nostra dimora come fossero di plastilina aderiscono appieno alla nostra personalità e fungono da maschera per il nostro volto interiore dinnanzi ai visitatori venuti dall’esterno.

Inoltre, sempre nel saggio in questione, avevo messo in evidenza come nel periodo di sviluppo dello stile dell’Art nouveau artistico - archiettonico (fine Ottocento - inizio Novecento) sia rinata più che mai la spinta a valorizzare la casa come luogo di memoria e descrizione della nostra personalità. Grazie a questo rinvigorimento del sentimento del passato sono venute alla luce profonde riflessioni sul trascorrere del tempo e sul valore salvifico del ricordo che trovano come rappresentanti culturali il filosofo Henri Bergson ed il letterato Marcel Proust. Quest’ultimo ci aiuta a comprendere meglio di come il contesto svolga un ruolo importante relativamente alla memoria. Egli, infatti, scrive quanto che segue: “I luoghi che abbiamo conosciuto non appartengono soltanto al mondo dello spazio, nel quale li situiamo per maggiore facilità. Essi non erano che uno spicchio sottile fra le impressioni contigue che formavano la nostra vita d’allora; il ricordo d’una certa immagine non è che il rimpianto di un certo minuto, e le case, le strade, i viali, sono fuggitivi, ahimè, come gli anni” [M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Einaudi, Torino 2008, p. 315].

 

3. Abitare e ricordare. Spunti pratici ed estetici di coaching a partire dalle camere della casa

 

In questa ultima parte dell’articolo non si farà pedissequo riferimento all’opera bachelardiana presa in esame, ma le suggestioni del filosofo francese potranno ritrovarsi lo stesso tra queste righe in cui espongo una particolare e personale prospettiva in ambito motivazionale che trova molte coincidenze teoriche con il pensiero di Bachelard.

Nelle mie teorizzazioni sul coaching ho sempre difeso con tenacia e con determinazione il valore della memoria, capace di spronarci, di non smettere di sognare[7] e dare il massimo in nome del nostro trascorso, del nostro vissuto in ultima istanza, sottolineando come nei momenti di difficoltà sia capace di riscattare le energie residue rimaste in noi e fare del nostro meglio, anche e soprattutto dal punto di vista etico: tutti gli esseri umani sono possessori di ricordi e quindi ognuno è degno del massimo rispetto.

I luoghi dell’abitare possono essere posti in correlazione con i luoghi del pensare e del ricordare. L’architettura e i souvenir che possediamo parlano di noi (anche dei nostri viaggi e dei nostri gusti) e questa rilevazione può essere avvalorata una volta iniziata un’analisi del volume di Pethes e Ruchatz Dizionario della memoria e del ricordo[8] (per non dimenticare anche La vita delle cose di Remo Bodei[9]). In alcune pagine si legge come gli aspetti di memoria individuale e memoria collettiva si fondano assieme in molti casi. Il paesaggio è considerato spesso come luogo in cui i ricordi si sono sedimentati e questa suggestione è ribadita una volta individuata la mitologia degli aborigeni australiani, in cui le vicende degli antenati hanno, a loro avviso, lasciato il segno persistente sui luoghi che li circondano.

Il messaggio di Bergson riguardo alla memoria e quello bachelardiano d’interesse domestico-onirico e salvifico si può e si deve poter attualizzare. La condizione umana si ritrova fortemente rivoluzionata e scossa dalla massiccia tecnicizzazione mondiale. L’umanità ha pertanto bisogno di una rivalutazione della sua teoria filosofica, pur non accorgendosi apparentemente. Necessario si dimostra il ritrovare il senso spirituale da parte dell’uomo che la tecnica quasi gli bandisce. Importante si rivela il riflettere sui rapporti tra lo sviluppo informatico e la memoria: i computer procedono verso il futuro, ma in questo incedere deciso, i successivi esemplari sono costretti a fare i conti con il passato (proprio perché solo dal passato si possono erigere nuovi scenari presenti, nonostante molti fingano di dimenticarsi di questo): per questo si determina più accumulazione, ma questa è funzionale non alla meditazione, ma in vista dell’accrescimento delle potenzialità insite nel dominio del calcolo nel presente. Scordare il passato nella folle corsa verso il futuro provoca numerosi rischi come l’anomia (mancanza di valori in cui credere) e un eccessivo nichilismo cieco di fronte alle occasioni del mondo, ermeneuticamente comprensibile solo possedendo solide fondamenta del passato.

L’informatica sembra comportarsi in modo contraddittorio, parendo una sorta di Giano nei confronti della memoria. Essa fa affidamento al passato per poi fare un “voltafaccia” nei suoi riguardi in vista della logica del presente distruttivo per il passato: molti nuovi processori cancellano di fatto le applicazioni leggibili prima, ma per fortuna l’essere umano può considerare e trarre vantaggio dall’aspetto “conservativo” dell’informatica. Grazie a questa latente, ma costante tendenza umana diversi convertitori, possedendo la capacità di essere consoni al modello appena precedente, garantiscono una lunga permanenza delle tracce dei dati del passato.

Gli oggetti, e la casa nel suo complesso sono esteriorità congegnali alle esigenze del suo abitante: la casa sobria e ordinata è vicina alle abitudini di Kant, per non parlare poi di Cartesio, il quale esegue meditazioni filosofiche circondandosi di oggetti, come la stufa, il letto, i fogli di carta. Chi desidera abitare in un grattacielo vuole ambire al prestigio, desidera osservare gli altri dall’alto in basso, oppure ammira questa residenza per un certo bisogno di conformità (ma attenzione all’anonimia), o semplicemente ha a cuore la privacy. L’individualità di una società di pescatori come i liguri porta alla costruzione di abitazioni dipinte diversamente con colori diversi, così da permettere al pescatore di ritorno dalla sua attività di riconoscere al meglio e precisamente il luogo di casa, distinguendo questo da tanti altri. Tutti noi siamo inscindibilmente legati ai luoghi, anche se non solo di casa: Socrate sembra spronare, attraverso il suo riferimento al dubbio e agli inviti alla ricerca, a dirigersi verso le diverse vie di studio analogamente alle vie stradali, con i suoi bivi, piazze (luogo di incontro e di confronto tra tesi differenti), incroci. Aristotele è famoso per le sue passeggiate compiute anche nel momento delle sue lezioni.

Il numero di cose che si possiedono non rappresenta un fattore discriminante tra i ricchi e i poveri: il livello di spiritualità di questi ultimi è lo stesso, perciò quello che conta è la profondità di sentimenti che lega l’oggetto posseduto al possessore e non la quantità di oggetti di proprietà. Anche un povero che, poniamo, possiede un solo oggetto, considera questo come una parte di se stesso a cui concede valore. Ognuno è ricco se si considera custode e rifugio dei propri ricordi, e questo perché gli oggetti traggono sostegno e profondità dai sentimenti che prova l’anima di chi li possiede, vera regina del regno dell’essere, e quindi, non conta assolutamente nulla la molteplicità di oggetti posseduti e apprezzati, e allo stesso modo di persone a cui si vuole bene, ma fattore chiave si dimostra il grado di profondità che si prova nei loro confronti. In loro sono custodite e si possono ritrovare le speranze ed i nostri affetti di cui ci prendiamo cura e senza di essi non avvertiremmo alcuna emozione che ci scaldi il cuore. Vivere a contatto con la memoria depositaria della conoscenza, fucina di speranze, fabbrica di sogni e simbolo della nostra identità si dimostrerà, ancora una volta nella millenaria storia dell’uomo la vera porta d’ingresso alla vita in cui conoscenza e sensazioni concorrono a rischiarare la nostra identità e di proporci possibilità sempre nuove per affrontare la nostra esistenza.

Nell’epoca in cui viviamo, la tecnica e la fretta pervadono ogni nostra attività, impedendoci a più riprese di vivere mantenendo il fulcro dell’attenzione verso nostra interiorità. Questa interiorità necessita e supplica l’individuo affinché le si presti attenzione e le si venga incontro, nell’emozionante contatto che possiamo instaurarvi nel profondo ripiegamento su noi stessi.

Un modo efficace per riappropriarci della nostra autentica temporalità consiste nel ricordare, nel sognare e nell’attribuire ad ogni evento della vita delle valenze umane.

Come possiamo ora, nell’era delle macchine, giungere alle vere sorgenti del tempo e osservare la nostra anima, vero centro vitale e garante della dignità umana?

Una possibile risposta può essere ricercata nel nostro abitare, nel nostro risiedere in un’abitazione in cui i mobili, i soprammobili e gli oggetti tout court che ci circondano ci inebrino e ci “parlino” del nostro modo d’essere, delle nostre speranze, dei nostri ideali. Come affermava Victor Hugo: “Si può resistere all’invasione degli eserciti, non alla forza delle idee”[10].

La rivolta ideologica al mondo tecnologico che ci appare miserevole dal punto di vista del sentimento va ribaltato non con la forza, ma con l’atteggiamento emozionale teso a concedere valore a tutto ciò che artificiale o naturale possiamo incontrare sia occasione di ricordo e di spiritualità. La tecnica non è né positiva né negativa dal punto di vista della morale, ma possiede una connotazione neutra che li contiene: se evidenziamo solo l’ambito concernente i progressi senza porci la domanda sul fine umano che possiede l’innovazione tecnica rischiamo di situarci in una strada a senso unico che ci aliena dall’essenza umana; se, invece, siamo interessati ad intessere un corretto legame con la nostra unicità e con la dimensione veramente umana dell’esistenza, allora capiremo come sia migliore intraprendere il cammino della ricerca di tracce umane e mnestiche in tutto ciò che di materiale ci circonda, di modo che esso divenga simbolo tangibile dell’immensa e non misurabile valenza del nostro spirito. E il “tutto ciò” che ci circonda include anche e di sicuro valore spirituale, dal momento che ogni cosa appare idonea ad essere letta nell’ottica dell’anima. Gli oggetti perderanno, per la nostra anima, la loro qualifica di valore di scambio, ottenendo in cambio un valore d’uso purificato e finalmente d’ordine simbolico per la nostra esistenza, per permetterci di conoscerci meglio, stupirci di noi stessi e ritenerci fortunati di possedere un passato in cui i momenti belli ci rafforzino l’autostima e ci garantiscano valore e speranza per il futuro.

La riscossa della memoria proviene nelle camere della nostra casa e piano piano, con discrezione, ma anche sicurezza, riesce a costituire una nuova umanità ai luoghi spaziali e una lettura sentimentale del nostro vissuto. Ecco perché acquistare mobili ed oggetti che ci rappresentino diventi un atto fondamentale: infatti, così facendo, personalizziamo i luoghi con cui veniamo a contatto più volte nell’intimità della nostra abitazione.

Non dimentichiamo però anche il valore di memoria che possiedono anche i luoghi dove abbiamo trascorso dei bei momenti, sia esso una località di vacanza o semplicemente una certa strada che percorrevamo da piccoli. Un consiglio è quello di ripercorrerli a distanza di anni per emozionarci ancora e ricordare altri particolari, così come proviamo forti emozioni sfogliando libri, album di fotografie, biglietti d’auguri o osservando oggetti che ci sembravano persi per sempre o dimenticati con il passare degli anni.

 

3.1 La camera da letto

 

Fin dalla camera da letto il valore di ricordo si dimostra insito nel vivere della casa. Il risveglio dal letto ci mostra la nostra collocazione fondamentale, la continuità dei giorni, gli oggetti abitudinari che ci possiamo osservare. Il letto ci riporta ai momenti di sogno della nostra vita, in cui i ricordi del passato riemergono in superficie. Proust evidenzia ne Alla ricerca del tempo perduto come i sogni durante il sonno siano prossimi alla vita mnestica: “E forse il sogno mi aveva affascinato anche per la sua inconfondibile gara con il Tempo. Non m’era forse capitato più d’una volta di vedere, in una sola notte, anzi nello spazio di un solo minuto d’una sola notte, periodi remotissimi della mia vita, relegati a quelle distanze enormi”[11], tanto che il letterato francese giunge ad affermare come il sogno possa essere considerato “uno dei modi per ritrovare il Tempo perduto”[12].

Abbandonando il campo dei sogni per immetterci in quello della realtà, la forza del ricordo non ne viene diminuita, ma solo trasformata dall’aspetto immaginato delle sensazioni, a quello pensato attraverso la percezione dei sensi nel momento presente. Non dimentichiamo, infatti, l’importanza rivestita dai vestiti solitamente posti nell’armadio nella camera da letto.

 

3. 2 La cucina

 

La cucina può stimolare i ricordi di tipo olfattivo e gustativo, fondamentali tasselli per la ricerca del nostro passato, fedele specchio di noi stessi nella nostra continuità. Assaporare piatti che da tempo non mangiavamo ci può riportare a momenti trascorsi in altri luoghi spazio-temporali come quelli di vacanza, d’infanzia.

 

3.3 Il soggiorno

 

Il soggiorno appare sicuramente come il luogo principale del trascorrere momenti in famiglia e in casa, non è un caso che la maggior parte di suppellettili, mobili, libri ed altro vi si trovi spesso presente. Ad ogni modo ogni luogo mantiene la traccia spirituale di luogo dell’anima, quest’ultima colora ogni momento della nostra vita ed ogni spazialità a simbolo dell’interiorità e dell’emozione. Il filosofo Gaston Bachelard a tal proposito rileva nella propria dimora il carattere di luogo di memoria in cui sentimenti come il rifugio e la razionalità convivono in armonia, come vero ideale di ogni progetto umano, secondo l’impostazione bachelardiana che, partendo da studi di epistemologia non manca di indagare aspetti come l’immaginario e l’essenza poetica dell’essere umano[13]. Nella riflessione del Bachelard trova posto una teorizzazione dei luoghi dove molta luce irradia gli oggetti, simbolo dei ricordi, come soggiorno e soffitta (intersezione tra la casa e il cielo) in veste di mappa della ragione che esiste accanto all’irrazionale dei sogni e di ciò che si vuol dimenticare, ossia degli oggetti riposti in cantina. Essi a volte vengono erroneamente riposti in cantina e quando emergono ci illuminano e ci inondano di ricordi. La casa è una geografia della memoria, la quale, nella sua topografia, si pone in correlazione con il luogo dell’abitare. Il segreto per cui la memoria riesce a volgere a proprio favore la spazialità non fa che ampliarne i confini, i quali si estendono tanti più ricordi si incanalano in ogni singolo oggetto. Il ricordo fugge dai segni monumentali degli spazi pubblici, per trovare nelle abitazione la sua più intima barriera onde evitare un uso strumentale e di massa della società in continuo mutamento e intessuta di rapporti economici e burocratici che limitano le potenzialità del sentimento mnestico.

Gran parte se non tutti gli oggetti che risiedono in soggiorno possono essere considerati come tracce che noi lasciamo e che ci rivelano il nostro volto a noi stessi e alle persone che visitano la nostra residenza. Perché affermo gran parte, o addirittura, tutti? Lo faccio per porre enfasi al fatto che ogni oggetto che non gettiamo nella spazzatura delinea in modo quasi correlazionale una certa propensione ad alcuni particolari gusti, anziché altri. Ogni casa è un mondo perfettamente organizzato, una cellula dei viventi (il cui nucleo potrebbe apparire il soggiorno, vero Dna della casa) o una monade leibniziana, per così dire, la quale ci descrive al meglio dal momento che solo noi possiamo, attraverso le nostre scelte acquistare oggetti che ci rappresentino al meglio, di fronte agli altri, ma soprattutto di fronte a noi stessi nel feedback che viene a crearsi una volta che vogliamo essere riconfermati in noi stessi. Desideriamo, perciò, condurre la nostra esistenza accanto ad oggetti che ci rechino sollievo, che ci permettano di sentirci a nostro agio, di cui abbiamo cura e che non vorremmo ci fossero sottratti, come, allo stesso modo, non vorremmo che fosse sottratta a noi una parte vitale ed emozionale della nostra vita psichica. Francesca Rigotti nel suo saggio Il pensiero delle cose[14] e Remo Bodei nel suo libro La vita delle cose mostrano già dal titolo come il complemento oggetto “oggetto” sia anche il vero e proprio protagonista di una trattazione che ne metta in luce le valenze filosofiche (“pensiero”) e le caratteristiche principali che assumono nella vita di tutti i giorni. I due studiosi concludono i loro rispettivi saggi mostrando come gli oggetti ci servano da tramite per la conoscenza apparendo come appiglio per sollevarci, come giganti composti dei nostri simboli e dei nostri sentimenti, dalla nostra statura di nani conoscitivi, ci parlino di noi stessi (ci rispecchino). Inoltre riconoscere il possesso di oggetti, di cose a cui attribuiamo valore non fa che accrescere il rispetto verso l’alterità, altri oggetti, riuniti in altre case connesse ad altri mondi ontologici, ognuno appartenente ad un individuo unico e tutti ruotano attorno all’universo dei rapporti nel mondo, ma ognuno possiede un proprio mondo, una propria oasi reputata inviolabile che è caratterizzata dai nostri ricordi e più in concreto dalle nostre cose riposte in casa, dimora dell’esistere e scopo del costruire secondo l’accezione heideggeriana[15].

Le importanti riflessioni condotte da Bodei riguardo al valore dell’oggettualità saranno qui riportati in breve:

i prodotti diventano parte integrante dell’identità degli individui (e se non acquistati per noi e per un cieco godimento, aggiungerei) si possono considerare come “parte integrante dell’identità degli individui” incorporando “i ricordi, le aspettative, i sentimenti e le passioni, le sofferenze e il desiderio di felicità”[16]. Gli oggetti secondo una prospettiva più culturalista e attenta ai bisogni veri umani possono assumere le peculiarità di cose sulle quali “ragioniamo, perché le conosciamo amandole nella loro singolarità” e trasformandole in miniature dell’eternità che racchiudono la pienezza possibile dell’esistenza”[17].

Ma cosa possiamo trovare di solito nei salotti delle case? Libri in cui i ricordi vengono sempre sigillati per iscritto e che possono suscitare emozioni e rammemorazioni una volta che li rileggiamo (molte persone sottolineano gli stessi, li catalogano cronologicamente in base al momento della lettura personale o vi fanno delle “orecchie” per ritornare in futuro su tematiche reputate interessanti e degne di essere riconsiderate). Mobili e quadri e tappeti con design che scegliamo e che ci piacciano semplicemente. Divani sui quali si spendono momenti di vita amichevole. Oggetti che se possedessero la parola avrebbero molto da dire, parlerebbero una sorta di linguaggio della nostra realtà, della nostra interiorità nelle espressioni quotidiane, della nostra storia, delle nostre passioni, amicizie, amori, di ogni stato d’animo e della continuità del Sé e dell’identità di chi abita la casa, casa che, come abbiamo visto parla in un altro linguaggio, medianico, oggettuale, ma al contempo simbolico, sociale, emozionale, unico. I ricordini, i souvenir, ossia le cianfrusaglie che spesso compriamo una volta andati in vacanza o in gita descrivono anch’essi le nostre abitudini, i nostri gusti, le nostre vite. L’antropologo Canestrini nel suo studio sui souvenir[18] dimostra la crescente passione per il collezionare oggetti testimonianze dei nostri viaggi, delle culture diverse che abbiamo conosciuto e che in parte, nella socialità, abbiamo un po’ incorporato: basti pensare che oggetti lontani di mondi lontani entrano nella nostra abitazione, invitati dai padroni di casa.

I vissuti delle persone che abitano nella casa sono vieppiù consistentemente mostrati negli album fotografici, in cui le singole fotografie definiscono lo stato sempre presente del ricordo, anche se ridotto all’immobilità: sarà poi un trampolino di lancio per il ricordo episodico che, se riesce, proseguirà la narrazione dei momenti della nostra vita. I momenti belli, importanti, le parsone che abbiamo conosciuto saranno sempre lì disponibili ad entrare in gioco, ad interagire con te, ammaliandoti con ricordi del tuo trascorso. E invece, se vogliamo realisticamente osservare il passato in movimento esistono i filmati. Queste sequenze di immagini, siano esse foto, video (su album, televisione o computer) non sono da considerare come riproducibili nell’accezione negativa del termine, ma come supporti del ricordo. Il vero fattore discriminante non è la tecnica o meno (il porre oggettivo o meno un ricordo dell’anima), ma l’atteggiamento che manifestiamo nei loro confronti. La tecnica dimostra la sua disumanità forse perché l’uomo la considera fine a se stessa, senza porsi il suo fine: quindi, ricercare fini nei mezzi diventa un’impresa ardua nonché destinata allo scacco esistenziale. Cambiamo quindi il nostro atteggiamento, la nostra prospettiva di fronte ad essi e capiremo così come il ricordo lo abbiamo dentro, ma il fuori può essere solidale a consolidare e determinare connessioni con il dentro, nella speranze di accendere con il tempo ricordi ancora celati nel nostro animo. Il soggiorno rappresenta più ricordi dell’orizzonte della vista, i quali paiono meno emozionali, ma in realtà solo il cuore ci comunica la vera valenza del ricordo, che viene stimolato da tutti i cinque sensi.

La televisione trasmette programmi che possono rientrare nei nostri interessi, nelle nostre aspettative, suscitando talvolta emozioni forti e persistenti. Per questo è sorto il videoregistratore con cui possiamo a nostro piacere rievocare momenti belli ed emozionarci, forse in maniera minore rispetto alla prima volta, ma sempre e comunque. Il meccanismo del replay possiede anche e soprattutto valore immenso per le ricerche condotte dagli storici, i quali sfruttano questo supporto per reperire utili informazioni di ricerca. La storia contemporanea, almeno quella a partire dal Novecento acquistano documentazioni interessanti per studi e spunti di ricerca. Il videoregistratore si dimostra un ottimo strumento per mantenere vivi i ricordi[19]: chissà se l’obiettivo del suo inventore fosse stato quello di creare un qualcosa adatto a raggiungere questo scopo di valore umano, oppure solo un mezzo per evitare di perdere il solito presente di certi programmi televisivi, trasmessi in orari di assenza da casa o troppo tardi la sera (la quale veicola spesso l’ideologia del “cono di luce” del sempre nuovo presente, come annotato nelle slides di Vidali riguardo a Le forme del tempo e della memoria  [2003, in occasione della conferenza dal titolo Il tempo e le sue dimensioni].

Taluni programmi, nonché talune pubblicità particolarmente significative incidono sul patrimonio e sull’identità culturale, facendo sì che una certa comunità sappia riconoscersi al meglio e delineare con precisione la costellazione di significati della propria appartenenza ad un certo paese. Non a caso nominavo poc’anzi la pubblicità: essa incorpora elementi di ricordo non trascurabili, si pensi al ricorso ai riferimenti a jingle ed altri espedienti tali da consentire una memorizzazione utile all’acquisto del prodotto esposto nella pubblicità (sfruttando anche studi psicologici come l’effetto di mera ripetizione e l’effetto Zeigarnik, secondo il quale la tensione emotiva generata dalla curiosità di venire a conoscenza degli sviluppi dell’evento, volutamente frammentato, fa sì che il ricordo si fissi meglio). Le immagini e i suoni (voci o musiche o rumori) fondano, assieme alle altre sensazioni, un enorme patrimonio di ricordi, in modo tale che non esagera la filosofa Zambrano quando ritiene possibile (nell’ambito uditivo) una eterna archiviazione dei suoni in una civiltà delle “parole della memoria”, in cui linguaggio e ricordo siano strettamente connessi ed evocativi dell’essenza umana in cui ogni percezione diviene bergsonianamente occasione di ricordo (si pensi, alle poesie di Attilio Bertolucci in cui una piacevole nostalgia ed un ruolo salvatore vengono concesse alla parola, svelatrice del mondo interiore e delle fonti della memoria, sia di persone o eventi, sia di paesaggi). Come per la teoria sistemica degli psicologi di Palo Alto, ritengo corretto affermare che ogni atto comunicativo (parole, suoni o, anche, silenzio) influisce sul successivo scambio comunicativo e sulla identità di entrambe le persone coinvolte.

Il sentimento, come già ricordato è situato spiritualmente dentro di noi, e l’esterno è solo un pretesto attraverso cui possono emergere ed intervenire i nostri ricordi del tempo passato. Gli oggetti sono sempre lì immobili, tocca a noi conferire loro senso e valore.

Il tempo dei mass media può rivelarsi un vero e proprio tempo artificiale riproducibile e divisibile in parti, ma il vero giudice del loro significato va ricercato nel soggetto, appartenente a quel bergsoniano tempo della vita che non dovrebbe mai illudersi di fronte alla logica scientista e procedere considerando la vita nel suo scorrere irreversibile, ma idoneo così al ricordo, senza d’altra parte scagliarsi con foga contro le innovazioni tecnologiche, di per sé neutre, con cui bisogna rapportarsi cercando di non perdere di vista la strada che dovremmo intraprendere, cioè quella dell’umanità e del ricordo ad essa intimamente connessa. Nel passato potevamo contare su di una memoria libera dalla contaminazione della tecnica che, seppure neutra dal punto di vista della rimembranza, genera spesso una confusione circa gli scopi nel presente. Nella modernità suppliamo questa carenza dal lato di una più solida base del passato, continuamente accumulantesi “a valanga”.

 

Bibliografia

 

W. Benjamin, I passages di Parigi, a cura di E. Ganni, Einaudi, Torino 2000

R. Bodei, La vita delle cose, Laterza, Bari 2009

V. Carrescia, Summa philosophica, Tne, Torino 2007

G. Bachelard, La poetica dello spazio, trad. it da E. Catalano, Dedalo, Bari 2006 (nuova edizione)

D. Canestrini, Trofei di viaggio. Per un’antropologia dei “souvenir”, Bollati Boringhieri, Torino 2001

A. Montagna, Bergson e la “belle époque”, Arnus University Books, Pisa 2013

A. Montagna, Bergson mental coach olimpico, in Coaching Time. Disponibile al sito web http://www.coachingtime.it/oltre-al-coaching/articoli/?id=299&titolo=bergson-mental-coach-olimpico

A. Montagna, Emozionarsi ricordando attraverso i cinque sensi, Coaching Time. Disponibile al sito web http://www.coachingtime.it/oltre-al-coaching/articoli/?id=306&titolo=emozionarsi-ricordando-attraverso-i-cinque-sensi-gusto-olfatto-e-udito-seconda-parte

A. Montagna, Il ricordo come musica dell’anima. Trovare energia e incrementare l’autostima a partire dal nostro passato. Ad uso di “mental coach” e consulenti filosofici e psicologici, Movimento (rivista di psicologia dello sport), n. 2, Luigi Pozzi editore, Roma 2013

A. Montagna, Raccontare di sé tramite la scrittura, Coaching Time. Disponibile al sito web http://www.coachingtime.it/oltre-al-coaching/articoli/?id=302&titolo=raccontare-di-se-tramite-la-scrittura

A. Montagna, Bergson e la “belle époque”, Arnus University Books, Pisa 2013

N. Pethes e J. Ruchatz Dizionario della memoria e del ricordo, a cura di e trad. it da A. Borsari, Bruno Mondadori, Milano 2009

G. Piana, La notte dei lampi. Quattro saggi sulla filosofia dell’immaginazione, Guerini e associati, Milano 1988

M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Einaudi, Torino 2008

F. Rigotti, Il pensiero delle cose, Apogeo, Milano 2007

A. Tarpino, Geografie della memoria. Case, rovine, oggetti quotidiani, Einaudi, Torino 2008


[1] Cfr. Si ricordi l’ottimo lavoro di G. Piana, La notte dei lampi. Quattro saggi sulla filosofia dell’immaginazione, Guerini e associati, Milano 1988

[2] Di cui ricordiamo l’articolo A. Montagna, Il ricordo come musica dell’anima. Trovare energia e incrementare l’autostima a partire dal nostro passato. Ad uso di “mental coach” e consulenti filosofici e psicologici, Movimento (rivista di psicologia dello sport), Luigi Pozzi editore, Roma 2013 e quelli apparsi sulla rivista telematica “Coaching Time” tra i quali Bergson mental coach olimpico, Raccontare di sé attraverso la scrittura e Emozionarsi ricordando attraverso i cinque sensi.

[3] Alcune squadre sportive annoverano nel proprio staff alcuni “mental coach”. Solo per citarne alcuni, tra i più importanti: Roberto Civitarese (Inter, calcio) e Omar Beltran (Yamamay Busto Arsizio, pallavolo).

[4] G. Bachelard, La poetica dello spazio, Dedalo, Bari 2006, p.  32

[5] W. Benjamin, I passages di Parigi, Einaudi, Torino 2000

[6] A. Montagna, Bergson e la “belle époque”, Arnus University Books, Pisa 2013, p. 27

[7] Giustamente elevato a diritto secondo Bachelard come suggerisce il titolo di una sua opera.

[8] N. Pethes e J. Ruchatz Dizionario della memoria e del ricordo, Bruno Mondadori, Milano 2009

[9] R. Bodei, La vita delle cose, Laterza, Bari 2009

[10] V. Hugo in V. Carrescia, Summa philosophica, Tne, Torino 2007, p. 19

[11] M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Einaudi 2008, p. 2227

[12] Ibidem

[13] G. Bachelard, La poetica dello spazio, op. cit.

[14] F. Rigotti, Il pensiero delle cose, Apogeo, Milano 2007

[15] M. Vegetti, Filosofie della metropoli, Carocci, Firenze 2009, p. 256

[16] R. Bodei, op. cit., p. 50

[17] R. Bodei, op. cit., p. 116

[18] D. Canestrini, Trofei di viaggio. Per un’antropologia dei “souvenir”, Bollati Boringhieri, Torino 2001

[19] N. Pethes, J. Ruchatz, op. cit., pp. 573-574



Autore: Alessandro Montagna, copiright 2014. Nato nel 1989, dottore in Filosofia presso l’Università di Pavia, docente di filosofia presso l’Unitre di Pavia, guida museale volontaria ed ex formatore presso un cfp.




Aggiunto il 10/01/2014 13:49 da Alessandro Montagna

Disciplina: Consulenza filosofica

Autore: Alessandro Montagna



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