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Aristotele. Etica Nicomachea I

ARISTOTELE


ETICA NICOMACHEA


I.


   di Davide Orlandi


Con ethos si intende l’insieme dei costumi di una società, ed in questo senso il termine “etica” va compreso come quel contesto di norme e di valori condivisi che caratterizzano un determinato gruppo sociale in un’epoca anch’essa determinata. La radice etimologica del termine “etica” - ἦθος – aiuta a comprendere in che senso esso si distingua dal termine “morale”. Ethos significa infatti, originariamente, costume, ma in rapporto alla propria dimora: l’etica è l’insieme di comportamenti che caratterizza il nostro vivere in quel peculiare tipo di dimora che è la società di cui facciamo parte. Morale deriva invece da mos, moris, che vuol dire non solo costume, ma volontà. In questa matrice latina si affaccia l’importanza della volontà nel costituire i comuni ai costumi condivisi. Già a partire da questa doppia origine si può rilevare una possibile differenza tra etica e morale: mentre la prima rimanda all’esistenza di fatto di norme di comportamento condivise, la seconda si interroga sul valore di diritto delle stesse. L’interrogazione morale in senso proprio non avrebbe come compito primario quello di stabilire le regole, ma di valutare quelle situazioni in cui le norme consacrate dal costume non sono soddisfacenti. In un certo senso si potrebbe dire che la morale è più interessata a soppesare le eccezioni che non a statuire le regole, ciò a cui si dedica invece l’etica. È appena il caso di sottolineare che questa distinzione è una proposta terminologica che non coincide né con l’uso corrente né con le teorizzazioni prevalenti della questione morale.

Aristotele vive nel quarto secolo avanti Cristo e più o meno intorno alla metà di quel secolo possiamo collocare l’Etica nicomachea. Non è questa l’unica opera dedicata da Aristotele all’etica: vi sono infatti anche l’Etica eudemia e la Grande etica. Tralasciando la questione, ancora aperta, di quale sia l’esatto ordine in cui Aristotele le elaborò, è per noi interessante sottolineare che alcuni libri tra Etica nicomachea ed Etica eudemia sono comuni e pressoché coincidenti. Anche L’Etica nicomachea, come altre opere aristoteliche (in particolare la Metafisica), è un’opera ricavata a partire dai materiali sulla base dei quali Aristotele teneva le sue lezioni: non si tratta quindi di un’opera rivista dall’autore e riordinata in vista di un’edizione per il pubblico. Questo spiega le parziali ripetizioni, i salti concettuali, le piccole incongruenze terminologiche e non solo, che a volte è possibile ritrovare nel testo. Queste incongruenze derivano inoltre dal fatto che il pensiero di Aristotele su alcune questioni ha subito piccole variazioni nel corso del tempo, e che alcuni accenti della trattazione potevano variare a seconda dell’uditorio. Anche l’ordine dei libri non è stato imposto da Aristotele, ma è posteriore.

L’etica di Aristotele è, in generale, un’etica non normativa e non deontologica: non si tratta di un’etica del dovere e in questo senso è un modello opposto a quello di Kant. Si tratta piuttosto di un’etica teleologica, che cerca di individuare ciò che è degno dell’uomo, di indagare i desideri, le passioni, i giudizi razionali dell’uomo e le sue virtù, inserendo tutti questi elementi in una struttura unitaria, struttura che non è astrattamente teorica, ma sempre legata al terreno pratico, alle circostanze in cui di volta in volta ci si trova (in questo senso si può dire che abbia carattere di approssimazione). Incontriamo qui un altro motivo di opposizione tra Kant e Aristotele: quest’ultimo non è interessato a una morale a priori, la sua morale parte sempre dalla sfera empirica, pur non riducendosi a essa. Quest’impostazione, farebbe notare MacIntyre, è per Aristotele più naturale e facile da adottare perché egli si riferisce a una comunità piuttosto omogenea, in cui alcuni valori di base erano condivisi: pur percorrendo strade diverse, gli uomini tendono tutti verso una medesima direzione.

Aristotele non dà una definizione esplicita del bene, non dice in cosa consista; piuttosto dà una definizione avverbiale del bene: bene è il modo in cui qualcosa viene fatto. Si precisa in che senso siamo di fronte a un’etica teleologica: c’è una tendenza dell’uomo verso alcune cose e trattandosi di tendenze naturali non è pensabile che siano completamente sbagliate, alcune saranno più adeguate all’uomo, più degne di altre, ma in ognuna (anche la tendenza al piacere) possiamo riconoscere la tendenza verso una cosa buona. In questo senso non esiste un bene assoluto, un unico bene in sé da raggiungere, non esiste LA cosa buona, IL bene, ma un grande numero di cose buone che possiamo in qualche modo ordinare, come in una piramide, e che conservano comunque la loro positività. In questo l’etica aristotelica si distingue nettamente dall’altro modello antico, quello di Platone, secondo il quale il Bene è un’idea e non può essere desunto da una tendenza naturale. L’idea di Bene è, per Platone, quella che unifica tutte le altre idee e quindi è possibile dare del bene una definizione assoluta; Aristotele si pone invece in contrasto con Platone su questo punto.

Il discorso aristotelico è relativo alla sfera umana e non alla natura in generale: anche i piaceri più bassi, che sembrano accomunare l’uomo e l’animale non sono in realtà la medesima cosa: la connotazione umana è essenziale in tutta l’etica aristotelica (differenza tra βίος e ζωή, tra la vita intesa come vita umana e la vita animale). L’uomo però per Aristotele non è mai semplicemente un individuo, ma è sempre un insieme di relazioni che lo collegano a un contesto (la famiglia, la società, la polis). L’etica studia le relazioni tra questo soggetto non puntuale con un contesto più ampio, quello della polis.

Ogni attività è legata ad alcune opere, ad alcune realizzazioni. Aristotele si sforza di tenere sempre strettamente legate le attività e le opere: sebbene sia possibile che le opere siano raggiunte in modo estrinseco, considerando in certo modo l’attività come strumentale, Aristotele mostra sempre il legame organico tra attività e opere. Il fine è infatti l’insieme di opera e attività. Ci sono fini che noi perseguiamo in vista di altro e fini in se stessi: i primi si risolvono in questi ultimi, che sono quelli più importanti perché garantiscono un valore più alto all’azione che noi compiamo. Aristotele parla a questo proposito di attività subordinate e attività architettoniche: le prime sono sempre sottoposte alle altre. Il bene supremo, ciò che noi perseguiamo come fine in sé, appartiene alla scienza più importante, che è quella massimamente architettonica: la politica.

Dal punto di vista metodologico Aristotele insiste sul fatto che la trattazione sarà adeguata se avrà tutta la chiarezza compatibile con il suo oggetto: così come dal matematico non accettiamo un ragionamento probabile, non chiediamo al retore una dimostrazione incontrovertibile. In altri termini, visto che siamo di fronte a un argomento legato alla concretezza, non auto-trasparente come i principi apodittici, ma anzi dipendente da circostanze sempre mutevoli, non dobbiamo cercare una spiegazione definitiva e completamente risolutrice dei problemi, perché una spiegazione di questo tipo è impossibile in questo ambito. Con un’argomentazione simile Aristotele nella Metafisica sottolinea che sbaglieremmo cercando una definizione del principio di non contraddizione che, stando alla base di ogni dimostrazione, non può a sua volta essere dimostrato.





Aggiunto il 10/09/2018 00:12 da Davide Orlandi

Disciplina: Filosofia antica

Autore: Davide Orlandi



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